La storia è formidabile, la mostra è in clessidra rovesciata, il tipo umano è pressoché estinto: si curava dei gusti altrui

I suoi genitori erano una coppia di ebrei di origine russa emigrati in Germania in cerca di miglior fortuna, ma se nasci a Berlino nel 1931 da una famiglia del genere il destino più che fortuna ti riserva una vita in fuga, dal nazismo, prima in Francia e poi negli Stati Uniti. «Il mio nome russo era Volodia. In Germania ero Wolfgang. In Francia diventai Guillaume. Negli Stati Uniti William. Lo accorciai in Bill, e aprii le pagine dell’elenco telefonico. Siccome il mio cognome originario era Grajonca, cercai sotto le lettere Gra-. Trovai Graham. Ecco come divenni Bill Graham».

Come poi Bill Graham sia diventato il più grande promoter di musica rock di sempre, questa è un’altra storia. Raccontata benissimo – attraverso immagini e documenti, audio e video – dalla mostra Bill Graham and the Rock & Roll Revolution, ospitata fino al 5 luglio negli spazi progettati da Daniel Libeskind del Contemporary Jewish Museum di San Francisco.

Non è un caso che sia proprio la città californiana a ospitare questa retrospettiva, perché è qui che Graham ha costruito la sua leggenda a partire dagli anni ’60 ed è qui che oggi, al 99 di Grove Street, si trova l’ex San Francisco Civic Auditorium, dal 1992 ribattezzato proprio Bill Graham Civic Auditorium.

Un omaggio dovuto all’uomo che dal 1965 fino al giorno della sua morte (nel 1991, a seguito di un incidente in elicottero) ha a suo modo scritto la storia del rock, partendo da un primo concerto – il 6 novembre 1965 – organizzato per raccogliere fondi a favore della San Francisco Mime Troupe, una compagnia teatrale di cui era manager che univa arte e attivismo politico-sociale. I nomi in cartellone già quella prima sera – dal poeta Lawrence Ferlinghetti ai Jefferson Airplane – simboleggiano perfettamente il passaggio generazionale in atto, tra la cultura beat degli anni ’50 e quella psichedelica degli anni ’60. La stagione degli acid test californiani ha infatti il suo apice nella tre giorni del Festival dei Trip fortemente voluto da Ken Kesey (non un Metternich) e dai suoi Merry Prankster, organizzata nel gennaio 1966 da Bill Graham alla Longshoreman’s Hall di San Francisco.

John Olson, Rock promoter Bill Graham onstage before the final concert at Fillmore East, New York, January 1, 1971. Chromogenic print, The LIFE Picture Collection/Getty Images. Bill Graham and the Rock & Roll Revolution is organized and circulated by the Skirball Cultural Center, Los Angeles, California. On view March 17–July 5, 2016 at The Contemporary Jewish Museum, San Francisco

Sarà però un altro il luogo cittadino che avrà un significato fondamentale per la vita e la carriera di Graham: il Fillmore Auditorium. Dal giugno ’66 la sala di concerti all’angolo tra Fillmore e Geary – tutt’ora attiva – diventa il posto dove si va a sentire il rock. Qui fanno regolarmente il tutto esaurito i Grateful Dead, Jimi Hendrix, i Doors, Carlos Santana e la sua Blues Band (l’unico artista ad aver calcato il palco prima ancora di aver registrato un album), The Allman Brothers e molti altri ancora, band e artisti assurti col tempo a simbolo di un intero decennio. La grandezza di Graham, però, sta nel non limitarsi a sfruttare semplicemente la ricchezza artistica di quel periodo storico, ma nel valorizzare e proporre un’offerta molto più ampia e ricca: «Non do alla gente quello che vuole. Do alla gente quello che dovrebbe volere». Eccolo allora offrire per la prima volta al pubblico bianco del Fillmore i migliori performer afroamericani dell’epoca, da B.B. King a Chuck Berry, da Muddy Waters a Otis Redding («La gente diceva che Otis fosse dio. Lo era. Il miglior show che abbia mai prodotto: Otis per tre sere al Fillmore»).

Replica la stessa operazione con i grandi nomi del rock britannico, e porta sul suo palco The Who, Led Zeppelin e Pink Floyd. Tutto merito anche degli iconici poster con cui Graham tappezza le strade della città per annunciare il prossimo imperdibile concerto («ne stampavo 5.000 pagandoli 5-6 centesimi a pezzo, e ne regalavo uno a qualsiasi commerciante che accettasse di esporli in vetrina»). Portano quasi tutti la firma di cinque artisti passati alla storia come i Big Five (Wes Wilson, Rick Griffin, Stanley Mouse, Alton Kelley e Victor Moscoso), che con le loro opere grafiche sembrano illustrare alla perfezione il mantra dell’epoca – «turn on, tune in, drop out» – predicato da Timothy Leary.

È lo stesso successo della sua attività a costringere Graham ad abbandonare il Fillmore Auditorium, divenuto troppo piccolo, per aprire nel 1968 il Fillmore West (all’angolo tra Market e Van Ness, 2.800 posti) e quasi contemporaneamente il suo “gemello” sulla costa destra, il Fillmore East newyorchese (2.700 posti a Lower Manhattan). Non basta. Con l’irrompere degli anni ’70 la voglia di musica rock non accenna a placarsi e le grandi band mettono gli occhi su venues ancora più capienti, à la Madison Square Garden. Graham lo capisce e nel 1971 chiude entrambi i Fillmore, sia West che East, facendo della Winterland Ballroom di San Francisco la nuova casa per i suoi concerti (quello stesso anno, nell’epocale American Pie, Don McLean rende omaggio al Fillmore e a Graham con i celebri versi: «I went down to the sacred store / Where I’d heard the music years before / But the man there said the music wouldn’t play»).

È alla Winterland che i Grateful Dead per un intero decennio festeggiano l’arrivo dell’anno nuovo con il tradizionale New Year’s Eve Show, a cui Graham aggiunge un po’ di folklore decidendo di offrire personalmente la colazione a tutti quelli capaci di tirare mattina ascoltando la musica di Jerry Garcia e soci. È uno di questi show, il 31 dicembre 1978, a chiudere ufficialmente anche la stagione della Winterland Ballroom, che due anni prima però – il 25 novembre 1976 – vede sul palco Bob Dylan and The Band per l’ultimo storico concerto del maxigruppo, The Last Waltz, immortalato dalla cinepresa di Martin Scorsese (Dylan non voleva che il suo set fosse filmato ma quando il suo manager cercò di opporsi fu cacciato brutalmente dal palco da Graham stesso).

Baron Wolman, Jimi Hendrix performs at Fillmore Auditorium, Fillmore Auditorium, San Francisco, February 1, 1968. Gelatin silver print. Courtesy of Iconic Images/Baron Wolman. Bill Graham and the Rock & Roll Revolution is organized and circulated by the Skirball Cultural Center, Los Angeles, California. On view March 17–July 5, 2016 at The Contemporary Jewish Museum, San Francisco

Chiusi uno a uno i luoghi storici in città, il focus di Graham si sposta dal locale al nazionale, e oltre. È suo nel 1981 il tour americano dei Rolling Stones che passa alla storia come uno dei più ricchi di sempre (oltre tre milioni di biglietti venduti, più di 50 milioni di dollari incassati), poi bissato in Europa l’anno successivo. La doppia dimensione Usa-Europa funziona ancora meglio nel 1985, quando da Bob Geldolf gli arriva la richiesta di organizzare la parte americana del Live Aid.

Santana, The Beach Boys, Madonna, Led Zeppelin, Duran Duran, Mick Jagger e Bob Dylan sono solo alcuni degli artisti che salgono sul palco di Philadelphia, davanti a 100.000 persone, con un’audience televisiva globale di quasi due miliardi di persone. MTV gli assegna il titolo di “Humanitarian of the Year” ma Graham intuisce – forse memore del suo primo concerto a supporto della Mime Troupe – il potenziale benefico-sociale di questi grandi eventi. È così che porta James Taylor, Santana e i Doobie Brothers a esibirsi a Mosca due anni prima della caduta del Muro, per poi organizzare nel giugno 1990, di nuovo nella sua San Francisco, un concerto alla presenza di un Nelson Mandela da pochi mesi liberato, per raccogliere fondi anti-apartheid.

Solo l’incidente in elicottero del 25 ottobre 1991, mentre Graham fa ritorno a casa da un concerto di Huey Lewis and the News, riesce a fermare l’incredibile carica di energia di un uomo davvero speciale. «Allo stesso tempo autoritario e generoso», nella descrizione del leader degli Who Pete Townshend, «un incrocio tra Madre Teresa e Al Capone! in quella di qualcun altro. Ma con un discreto fiuto per gli affari e un orecchio per la musica ancora più grande.

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