A Philadelphia, si è aperta nel caos la convention di Hillary Clinton. Ma Michelle Obama e Bernie Sanders hanno rimesso le cose a posto

La convention di Philadelphia non si è aperta bene per la candidata democratica Hillary Clinton. Fuori dalla Wells Fargo Arena, i sostenitori del suo sfidante alle primarie Bernie Sanders hanno protestato contro Hillary e soprattutto contro il partito travolto dallo spionaggio sembra russo (sta indagando l’Fbi) sulle email pro Hillary e anti Sanders scambiate dai vertici democratici.

Ma nessuno si aspettava la protesta dentro l’Arena, con una buona parte dei delegati di Sanders impegnati a contestare la convention e a fischiare Hillary Clinton ogni volta che è stata citata dal palco. E questo nonostante Bernie Sanders e Elizabeth Warren, l’altra bandiera del progressismo di sinistra, non sono stati per niente ambigui sul sostegno a favore di Hillary. Questa mattina, a convention non ancora aperta, anche Sanders è stato fischiato dai suoi quando ha ribadito la necessità di eleggere Hillary alla Casa Bianca.

Il team Clinton ha organizzato la prima giornata proprio per assecondare l’ala sinistra del partito, ulteriormente delusa dalla scelta di nominare un centrista come Tim Kaine nel ticket presidenziale, con gli interventi di Warren, Sanders e Michelle Obama. Inoltre i lavori si sono aperti con l’approvazione della Platform, del programma di governo, definito il più progressista della storia del partito.

Eppure niente di tutto questo ha convinto i più radicali tra i sostenitori di Sanders che, oltre a fischiare ogni volta che dal palco è stato fatto il nome di Hillary, hanno interrotto molti dei discorsi alzando cartelli contro i trattati di libero scambio e urlando «No Ttp». I pro Clinton, abbastanza spiazzati, hanno risposto con i cori «Hillary, Hillary» e «Love trumps hate», «l’amore batte l’odio».

Una protesta organizzata e rumorosa che scombina i piani della candidata democratica e che riduce a un episodio minore il mancato endorsement di Ted Cruz della settimana scorsa alla convention di Trump. Quando ha preso la parola l’attrice comica Sara Silverman, elettrice di Sanders, per dire che avrebbe votato per Hillary Clinton è ripartito il coro «Bernie, Bernie». Silverman, andando fuori script e mettendo in imbarazzo il team Clinton che ha cercato in tutti i modi di non alimentare la protesta, li ha zittiti dicendo «Non siate ridicoli». Il coro «Bernie, Bernie» si è fatto ancora più potente.

I sondaggi nazionali, e anche alcuni di quelli negli Stati in bilico, registrano un vantaggio di Trump. Se alle elezioni dell’8 novembre dovesse prevalere l’imprenditore newyorchese, bisognerà ricordarsi di questa prima giornata della convention di Clinton.

Poi però le cose si sono messe bene, grazie alla ben studiata lista di oratori, quasi tutti dell’ala sinistra. Il primo a conquistare l’Arena è stato il senatore afroamericano del New Jersey Cory Booker. Quando è arrivato il turno di Michelle Obama, la convention ha cambiato umore. Non aveva mai fatto un discorso così politico, Michelle, legando le battaglie di suo marito a quelle di Hillary. A tratti commossa, Michelle ha ricordato che vive in un edificio, la Casa Bianca, costruito dagli schiavi. Ora, ha detto Michelle, ci vivono due giovani donne afroamericane, felici che lasceranno quelle stanze alla prima donna presidente degli Stati Uniti.

La senatrice Elizabeth Warren ha tenuto il keynote speech, il discorso che dà il tono politico alla convention, tutto centrato sui temi delle disuguaglianze e del sistema corrotto a favore dei super ricchi. Warren ha preparato il terreno al gran finale di Bernie Sanders, accolto con l’applauso più lungo e caloroso. Sanders ha ringraziato i suoi e ha detto che la rivoluzione politica che ha avviato continuerà: «So che siete dispiaciuti per l’esito delle primarie. Ma, credetemi, nessuno può essere più dispiaciuto di me». Sanders ha però spiegato che «queste elezioni sono una scelta su quale candidato capisce i veri problemi del paese e offre soluzioni reali. Qualunque osservatore oggettivo, sulla base delle sue idee e della sua leadership, non potrà che dire che Hillary Clinton deve diventare presidente degli Stati Uniti».
Boato, partito riunito, fine della prima serata.

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