Yolo / Arte

Lunga vita ai “pittori-giornalisti”

25.07.2016

Dissociazione, 2014. Tecnica mista, tavola 120 x 120 con chiodi di ferro battuto (giornali arabi, spagnoli, russi e israeliani)


Alberto Orioli

Fino all’11 settembre 2016 le opere di Alberto Orioli sono visibili presso il Mudec di Milano in una mostra titolata “Pre-Testi”

Prima di tutto, un’istruzione per raggiungere la vetta: nella propria vita lo scrittore dovrà dipingere almeno sette quadri, il giornalista incollare sette collage, l’artista scrivere sette poemi e il poeta modellare sette sculture; il critico d’arte dovrà cimentarsi in quadri, collage, poemi e sculture. Da tradizione, nessuno dovrà essere se stesso.

Da secoli la storia dell’arte è abitata da uno strano clan di cui spesso si tende a tacere o a non cogliere l’eccezionalità; un clan di artisti che con le parole ha un rapporto intimo, una storia d’amore e amicizia che ha passato la prova del tempo: sono gli artisti-giornalisti. Spesso hanno fatto paura per la loro diversità, sono stati tacciati d’intellettualismo, di voler parlare anche aldilà della propria opera visiva, spesso è stato visto con sospetto che, in un mondo fatto di artisti che amano definirsi dislessici (nel 70% delle interviste lette nella mia vita, l’artista contemporaneo si definisce dislessico), gli artisti-giornalisti si trovino così a proprio agio nel saltare dalla parola all’immagine. Dagli anni Duemila in poi, con il trionfo dell’arte engagé, di denuncia sociale, dell’arte #occupy, quell’arte fatta di parole e numeri, anzi spesso di orrende parole usate come sterili cifre, la frittata si è ribaltata, ma non troppo: il giornalista-artista è portatore di una professionalità sospetta, colui che non agisce for Art’s sake. Insomma, benché oggi la maggior parte degli artisti tenti di esprimersi usando le strategie, il lessico e le grandi tematiche del giornalismo, ancora il binario del doppio lavoro è percorso da pochi e guardato male da molti. Il tassello mancante per risolvere questa disputa così piena di pregiudizi è capire che il giornalista, nel momento in cui entra nel proprio studio d’artista, diventa un’altra persona, un pittore, uno scultore, un collagista, senza azzerare la propria storia, il proprio vissuto storico da reporter, editorialista, osservatore di costume…

 

Trappole per mouse, 2014. Tecnica mista, tavola 60 x 80 con viti e trappole per topi (giornali francesi, inglesi, finlandesi, danesi, russi, giapponesi, arabi)


Alberto Orioli

Elemento formale 4. Circolano notizie, 2015. Tecnica mista, tavola 60 x 80 con viti (giornali indiani, israeliani, arabi, giapponesi e russi)


Alberto Orioli

Pochi giorni fa ho incontrato il maestro Emilio Isgrò, grande artista e reporter per il Gazzettino di Venezia negli anni della gioventù. Emilio mi ha detto: «Quello che pochi capiscono, è che l’arte non nasce dall’arte, l’arte nasce dalla vita. E la vita del giornalista è piena e divertente». Già verso la fine dell’Ottocento il pittore inglese Philip Wilson Steer elaborava una strana profezia, che qui riporto nelle parole del pittore-giornalista-critico d’arte Walter Sickert: «Steer suggerisce la formazione immediata di una società di scrittori-pittori, o pittori-scrittori, in cui a nessuno sarà data possibilità di esporre le proprie opere se non ai giornalisti». Dunque evviva l’uomo che un giorno è cantore della società civile e il giorno dopo, preso da pensieri e pennelli, ne è totalmente estraneo, gli sia dato pieno credito e piena libertà.

Alberto Orioli è vicedirettore ed editorialista del Sole 24 ORE, autore e artista. Fino all’11 settembre 2016 le sue opere sono visibili presso il Mudec di Milano in una mostra titolata Pre-Testi. Le opere, a tecnica mista, sono pannelli dipinti e geometricamente invasi da collage di parole stampate provenienti dai quotidiani di tutto il mondo. Spesso Orioli aggiunge la terza dimensione alla superficie pittorica conficcandovi viti sulle cui capocchie incolla parole e misteriosi significanti. I titoli dei lavori di Orioli parlano chiaro: ‘Elemento formale 8. Agrafia’, ‘Elemento formale 4. Circolano notizie’, ‘Elemento formale 5. Indizi’, ‘Golden Share’, ‘Elemento formale 2. Omaggio a Montanelli’ e il simpatico, variopinto ‘Marchette’. Immediato, di fronte ai collage di Orioli, pensare a ‘Manifestazione Interventista’ di Carlo Carrà, opera pubblicata sulla rivista Lacerba il giorno che la Germania dichiarò guerra alla Russia nel 1914, un collage di versi ed espressioni turbofuturiste: TRRRRR – EEEEEEVVIVA IL REEE – AAAAAaaaaaaa. Carrà intendeva esibirsi in un urlo di guerra che giungesse a più persone possibili, ‘Manifestazione Interventista’ nasce come opera pubblica sfruttando una rivista letteraria come proprio piedistallo.

Il linguaggio umano è una porta sbarrata (Barthes), 2013. Tecnica mista, tavola 60 x 80 con viti, rondelle e catenaccio (giornali arabi, indiani, tedeschi, inglesi, francesi, giapponesi)


Alberto Orioli

Parola chiave, 2014. Tecnica mista, tavola 60 x 80 con serratura, viti e rondelle (giornali greci, russi, arabi, giapponesi, danesi, francesi, tedeschi, italiani, olandesi)


Alberto Orioli

Paradossalmente le opere dell’audace Orioli portano a un processo opposto rispetto a quello di Carrà: il giornalista, l’uomo abituato a scrivere per il pubblico, sceglie di mantenere un forte senso del criptico, una pensierosa intimità, nella propria opera artistica. Sarà perché Orioli ha raggiunto l’arte dopo numerosi anni di scrittura, compiendo il percorso inverso di molti colleghi artisti-giornalisti per cui il giornalismo è stata la scelta importante, salvifica per finanziare la propria opera artistica (il famoso “secondo lavoro” dell’artista – quello che permette di mantenere una certa libertà dalle ferree logiche del mondo dell’arte). Orioli giunge al proprio lavoro artistico quasi alla ricerca di un luogo dove poter dimenticare quel che le parole significano nel giornalismo, dove poterle svuotare del proprio significato per riempirle di un senso altro, magari mistificatorio, scorretto o semplicemente libero. Pur non conoscendolo, immagino che Orioli rida molto nel proprio studio, spesso cogliendo assurdità, giochi di parole, nonsense, seduzioni, inflazioni, inflessioni, rivoluzioni, grattacapi, tragedie e commedie che nascono dall’accostare una stessa parola usata da testate diverse, o la traduzione di un parola, o un corsivo, anche solo una lettera. Ogni lingua si costituisce di un bosco regolato da molti leggi e da una grammatica e di un sottobosco caotico e inconsapevole da cui emergono la poesia, l’arte e la psicanalisi; questa stessa disparità tra il fuori e il fondo, visibile e abisso, è riproposta da Orioli nelle proprie opere dove le viti, i chiodi, aggettando sembrano voler significare un qualcosa prontamente smentito dalla sfrenata danza di notizie e smentite che affollano le spesse superfici delle tavole.

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