Explicit / Fiction

Il più grande scrittore francese di cui non avete sentito parlare

12.07.2016

Marcel Aymé

Chi si ricorda di Marcel Aymé? Autore di culto per lettori non convenzionali, in Italia erano stati tradotti solo i suoi libri per ragazzi. Finalmente ora arriva un'antologia dei suoi racconti umoristici e fantastici: Martin il romanziere (L'orma editore)

Autore di culto per lettori esorbitanti, fonte di ispirazione per artisti e scrittori dai gusti non convenzionali, Marcel Aymé si è ritagliato nel corso dei decenni una solida nicchia di classico minore. Les contes du chat perché sopravvivono in mezzo mondo tra gli scaffali della letteratura per ragazzi, la sua opera intera è stata canonizzata dai volumi della Pléiade e uno dei suoi personaggi più noti continua ad attraversare un muro davanti a quella che fu la sua casa a Montmartre, oggi diventata una piazza che porta il suo nome: turisti e passeggiatori occasionali toccano gli arti metallici, stringono la lunga mano sottile che sporge lustrandone il bronzo, fissano gli indecifrabili occhi sporgenti, ipertiroidei, del volto a cui lo scultore ha voluto dare le sembianze dello scrittore. Pochi di loro saprebbero associare Marcel Aymé ad altro che a un autore di fiabe strampalate o a qualche vecchio e ingiallito ricordo di manuali scolastici, eppure fu uno dei più prolifici e originali scrittori di una generazione che conta tra le sue fila alcuni dei maggiori letterati del Novecento.

Uomo di teatro, letteratura, cinema, all’apice della carriera Aymé godeva, intorno agli anni Cinquanta, del plauso popolare e della stima di molti critici e colleghi. Mai accondiscese tuttavia all’insidioso privilegio di diventare una figura “istituzionale”. Nel 1949 rifiutò la Legion d’onore e nel 1959 fu perfino invitato a entrare nel novero esclusivissimo dei membri dell’Académie française, ma avendola già discretamente presa in giro in alcune sue opere scelse di declinare l’invito: «Non vedo quale piacere ci possa essere nel far parte di una società dove si incontra una quarantina di persone che non si è scelto di frequentare» scrisse alla sorella. Ingessatura e pompa istituzionale mal si accordavano allo spirito dissacrante e corrosivo di uno scrittore che probabilmente avrebbe più volentieri accettato un invito al Collège de ’Pataphysique. Cresciuto tra il Giura e la Franca Contea, Aymé si portava appresso un bagaglio di provincialismo orgogliosamente minoritario, insieme a un’immediatezza di modi (e scrittura) che mal si conciliava coi toni sostenuti e ambiziosi dell’intellighenzia parigina o con l’enfasi del gaullismo nazionale.

Allergico a combriccole e consorterie mondane, poco incline a bazzicare la bohème dorata di artisti e scrittori, Aymé fu spirito libero e anticonformista, animato da un bisogno perfino autolesionista di indipendenza. La sua tendenza ad abbracciare cause ideali idiosincratiche, poco politicamente inquadrabili, e comunque distanti dall’agenda degli intellettuali impegnati non contribuì a procurargli la notorietà che reclamavano le sue opere. Alle epurazioni selvagge dell’immediato dopoguerra è dedicato uno dei suoi romanzi più apprezzati: Uranus. Inutili furono i suoi sforzi per salvare Robert Brasillach dalla condanna a morte. Costante e coerente fu la sua ferma opposizione alla pena capitale – abolita in Francia solo nel 1981 – e oggetto di un’opera teatrale che all’epoca fece scalpore e ancora oggi è spesso rappresentata sulle scene d’oltralpe: La tête des autres. Nel 1935, fino a quel momento considerato scrittore di sinistra, firmò un manifesto insieme a una nutrita schiera di autori di destra (tra cui lo stesso Brasillach) mosso da motivazioni tangenziali rispetto ai contenuti del documento, e a dispetto della propria totale estraneità al razzismo e alle bieche rivendicazioni identitarie espresse in quelle righe (che oggi – e presumibilmente anche allora – appaiono decisamente impresentabili). Durante l’occupazione non si peritò di pubblicare racconti su una rivista autorizzata dal regime, «Je suis partout», senza peraltro, ancora una volta, condividere l’orizzonte politico dei suoi animatori. Furono scelte di questo tipo, che oggi sembrano mosse più da una sorta di sprezzo anti-ideologico che da convinzioni concrete, ad alienargli definitivamente la simpatia e il patrocinio di figure ingombranti (e influenti) come Sartre o Aragon. A ciò si aggiungano amicizie e frequentazioni considerate poco raccomandabili, come l’antisemita Céline. Quest’ultimo stimava Aymé e lo accolse regolarmente a Meudon nella stretta cerchia dei suoi confidenti. Dal canto suo, Aymé fece il possibile per riabilitare agli occhi del mondo letterario quello che considerava «il più grande scrittore francese vivente e forse il più grande lirico che abbiamo mai avuto» (a lui è dedicato un rapido e ironico cammeo ne La carta del tempo, uno dei racconti di questa raccolta).

Ad ogni modo, ideologie e lotte politiche non furono un elemento fondante della sua poetica: «I miei racconti non sono politici» puntualizzava. Non che rifiutasse qualsiasi forma di critica o conflitto, al contrario, ma perlopiù nella veste della satira e di una acuminata “etnografia” letteraria, in una spontanea inclinazione verso l’ingenua frugalità del popolo urbano e provinciale, nella messa a distanza umoristica dei tic e delle pose tipiche della borghesia parigina dell’epoca. Poco a che fare, tutto sommato, con l’etichetta di «anarchico di destra» che qualcuno volle affibbiargli suscitando il suo divertito dissenso.

Parigi, Place Marcel Aymé. La statua del Passamuri, protagonista di una raccolta di racconti dello scrittore francese (Le Passe-muraille, 1943)

AFP

Ancora oggi, nell’affollato pantheon degli autori francesi novecenteschi, Aymé paga lo scotto di una non facile integrazione nella società artistica del tempo, volutamente propiziata dal quel modo di recitare la parte «del tipo muto, piuttosto incolto, sperduto nel mondo letterario», come lo descrive il suo biografo Michel Lécureur. Passate le temperie ideologiche del dopoguerra, Aymé si offre alla lettura come un autore umilmente e genialmente “pop”, lontano dai fasti e dalle paludi delle sacre lettere.

Oltre ad aver firmato diciassette romanzi, una decina di pièce teatrali, molti articoli e qualche sceneggiatura cinematografica, Marcel Aymé è stato un prolifico autore di novelle. Esclusi i Contes du chat perché, sono sette le raccolte pubblicate in vita, tra il 1932 e il 1967, a cui si aggiunge un’ultima pubblicata postuma nel 1987 che raccoglie testi inediti e sparsi. La ricezione italiana dello scrittore non è si è spinta molto oltre le numerose edizioni dei Contes du chat perché in versione integrale o selezionati in libretti illustrati per un pubblico esclusivamente infantile. L’unico romanzo che ha goduto di una qualche attenzione editoriale è stato La jument verte, tradotto in diverse edizioni tra il 1952 e il 2006. Alcune pièce teatrali furono tradotte tra gli anni Cinquanta e Sessanta e poche novelle appaiono in antologie di racconti fantastici o umoristici come la garzantiana Umoristi del Novecento del 1967, con prefazione di Attilio Bertolucci. Le passe-muraille, unica raccolta tradotta per intero, è stata pubblicata nel 1994 dalla Biblioteca del Vascello.

I racconti proposti in questa antologia (Martin il romanziere, L’orma editore, 2016) sono tratti da quattro raccolte: Derrière chez Martin (1938), Le passe-muraille (1943), Le vin de Paris (1947), En arrière (1950), tutti usciti in Francia per i tipi di Gallimard. La forma breve fu particolarmente congeniale alla versatilità narrativa di questo autore dotato di un’immaginazione debordante, una propensione sfrenata alla continua invenzione di soggetti, situazioni, personaggi e sviluppi imprevedibili. Il gusto per la parabola beffarda, per l’apologo urticante, per la fetta di vita virata al surreale è palpabile e pienamente godibile in ogni singolo racconto. Un’inventiva certamente espressa anche nei romanzi, complessivamente molto diversi tra loro, ma è nelle storie brevi che Aymé sembra dare libero corso a tutta la sua incontenibile libertà immaginativa e non pare esagerato considerarlo tra i maggiori novellieri francesi del ventesimo secolo. Alla fulminea capacità di caratterizzare personaggi in pochi tratti, alla disinvoltura con cui sa muoversi tra atmosfere, contesti estremamente diversi, fa da contraltare uno stile relativamente piano, trasparente, certamente sorvegliato ma poco incline alla sofisticazione, poco descrittivo e molto più affidato all’uso magistrale del dialogo (da qui la naturalezza con cui negli anni Cinquanta e Sessanta dedicò sempre più spazio alla produzione teatrale). Ciò non toglie che, spinto da un onnivoro e inappagato eclettismo narrativo, Aymé giungesse saltuariamente ai confini della parodia e della sperimentazione verbale: non mancano tra le sue pagine cenni di pastiche e caricature stilistiche dai tratti simbolisti, naturalisti, modernisti, esistenzialisti, noir.

Di Aymé è stata spesso elogiata la bravura nel rappresentare spaccati sociali: la campagna, la provincia, la città. Eppure il suo mondo, i suoi quadri di costume e i suoi personaggi così immersi nel loro tempo esibiscono una fisionomia piacevolmente familiare. Aymé è stato un moralista meno nel senso normativo del termine (come chi si eleva, per stigmatizzarli, al di sopra dei vizi comuni) che per l’attenzione costante con cui ha scandagliato e messo a nudo la vita interiore dei suoi personaggi, sollecitando reazioni morali alle situazioni più o meno anomale ideate nei suoi racconti. Ne emerge un’umanità nella quale, fatte le dovute distinzioni ambientali, è ancora facile rispecchiarsi. L’abilità di quei piccoli borghesi nell’escogitare ingegnosi accomodamenti della coscienza è forse mutata nei valori di riferimento ma non nella sostanza psicologica, e simili ai nostri sono gli abissi nei quali scivolano tra un raggiro e un’autoassoluzione. L’invidia diffusa e certe piccole malignità che ricorrono tra queste pagine somigliano sorprendentemente a quelle che la socialità contemporanea ha moltiplicato e reso ancora più infide e sfuggenti. La vanagloria, grande e luminosa presenza in quell’autentica radiografia degli spiriti vanesi che emerge da questi racconti, continua a parlarci di noi: gli artisti e sedicenti tali che incontriamo nella Montmartre dello scrittore non sono molto diversi dagli attuali creativi di una neo-bohème che imperversa.

Marcel Aymé

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Sono molti gli spunti attualizzanti che affiorano spontanei alla lettura di questi racconti, spesso incoraggiati da uno degli aspetti che si sono privilegiati nella presente selezione, ovvero la componente fantastica e a tratti precocemente fantapolitica che caratterizza una buona parte dei testi narrativi di Aymé. La carta del tempo è certamente ispirato ai razionamenti della guerra ma sembra proiettarsi in pieno produttivismo neoliberista e nella progressiva mercificazione del tempo privato. La lotta generazionale di Ricaduta pare alludere alle nostre società giovanilistiche e figurare un conflitto che forse deve ancora avverarsi. Mentre davanti a Martin il romanziere si deve convenire che la metafiction non è affatto un’invenzione del postmodernismo americano.

Per quanto riguarda la tecnica narrativa, l’aspetto forse più sorprendente è l’abilità con cui, una volta assunto un postulato di ordine fantastico, il narratore sa trarne in poche pagine una serie spiazzante di conseguenze verosimili. La sintassi fantastica ne ricava una logica paradossalmente stringente, la storia si dipana con coerenza e semplicità materializzando scenari che, seppure basati su presupposti del tutto assurdi, si reggono perfettamente in piedi. Lo scrittore riesce insomma a far coincidere con esattezza, ed è forse una delle sue cifre più caratteristiche, l’invenzione fantastica della struttura narrativa con il materiale quotidiano, realistico e sociologico à la Zola, delle sue ambientazioni predilette. In tal senso si potrebbe forse definire quello di Aymé come un realismo fantastico, o un realismo magico ante litteram. Ovviamente la deformazione fantastica non si limita ad assolvere la funzione di semplice cornice, e lo straniamento che ne deriva è ottimo carburante per le più spericolate interpretazioni del lettore contemporaneo. Che dire ad esempio, in questi tempi tornati a essere popolati di supereroi e superpoteri, delle “innumerabili” Sabine? Aymé è riuscito negli anni Quaranta ad adattare un topos del fantastico dalle radici mistiche (l’ubiquità) in una sorta di commedia sexy dove è il desiderio femminile che prende la strada di un nomadismo proto-deleuziano. Qui come altrove l’explicit moralista ha tutta l’aria di una burla, di una discreta perversione dei cliché della coscienza e della narrativa edificante.

È evidente, in buona parte dei racconti qui presenti (e in molte altre pagine dell’autore), un innato e spontaneo libertinismo, un interesse di matrice boccaccesca o rabelaisiana per la sensualità creaturale dell’uomo espressa nella sua dimensione più grottesca e inevitabilmente comica. In quasi ogni racconto il piacere si manifesta con mirabile candore, sotto la specie peccaminosa della lussuria o sotto quella della più ingenua e innocente sensibilità erotica. Nei frequenti soprassalti temporali dei racconti di Aymé, ricorre il desiderio sessuale sotto spoglie di ogni genere ed età: uomini assatanati e donne fameliche, ma anche vecchie bramose e perfino pargoli e pargole attraversati da irrefrenabili impulsi. La voluttà e la guerra dei sessi sono i propulsori di molte delle vicende che vengono qui narrate con un allegro cinismo tale da affilare il pensiero e rinfrescare l’animo, ma che al tempo non mancò di sollevare cipigli e scatenare ire tra i sorveglianti della pubblica decenza. L’antibigottismo e l’anticlericalismo di Aymé non furono d’altronde mai disposti al compromesso, e la religione (probabilmente anche in virtù del suo corredo di elementi fantastici: angeli, aureole, oltremondi) è spesso al centro delle novelle migliori e più dissacranti.

Pur avendo scandalizzato molti dei suoi contemporanei, Aymé non sembra animato dal desiderio della provocazione frontale e da quell’accanimento antiborghese che tanta parte ha avuto nella letteratura e nell’arte francesi. Al di là della sua originalissima vena fantastica, ciò che resta alla fine della lettura di queste storie è il senso di una profonda e generosa solidarietà verso i propri simili, la qualità umana di una voce e di uno sguardo mai alteri o supponenti. Aymé recluta i suoi personaggi tra gli ultimi, i perdenti, i fanfaroni, i qualunquisti e i deboli di spirito, tutta un’umanità antieroica e gogoliana, schiacciata dagli eventi, ostaggio del conformismo e di forze sociali pressanti alle quali non sa opporre che reazioni goffe e occasionali, lievi e perlopiù egoistici sussulti di rivolta. Eppure non c’è traccia di disprezzo da parte dello scrittore. Lo si direbbe troppo affezionato ai difetti dell’essere umano per trattarli con sufficienza, troppo consapevole della forza che la sua ispirazione ricava dalla linfa della medietà. Il debito che l’artista contrae con il proprio soggetto, qualunque ne sia la statura morale, Aymé lo risarcisce con la leggerezza empatica di una scrittura certamente affilata e sardonica, ma anche affabile e gentile (e vengono in mente autori come Alphonse Allais o quel Raymond Queneau che infatti lo conobbe e apprezzò). Alla pochezza dei vari Martin – nome feticcio ricorrente in molte delle sue novelle – si accompagna la coscienza che lo sguardo più acuto non proviene da chi frequenta pulpiti o abissi, bensì da colui che sa muoversi raso terra, sulla superficie del mondo, nella sua aurea mediocrità.

Pubblichiamo la prefazione al libro di Marcel Aymé, Martin il romanziere (L’orma editore, 2016).
Traduzione e cura di Carlo Mazza Galanti

216 pagine 16 euro
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