Explicit / Fiction

In memoria di Valentino Zeichen

08.07.2016

Un dolce ricordo del poeta

Non ho mai conosciuto Valentino Zeichen. Sapevo solo dove abitava e dove trovarlo a casa mia: nella raccolta delle sue poesie scritte dal 1963 al 2014 con la copertina violetta e una grande spilla nera dell’Oscar Poesia Mondadori. Quello che mi piaceva dei suoi versi era che mi bastava leggerne uno per pensare di non essere più in camera, ma in qualche via poco affollata, in pieno centro, con tutti i rumori, gli odori, i colori, la gioia e la nostalgia della città. Nelle sue poesie, Roma sembrava abitata solo da belle ragazze bionde e pigre, pallide come sigarette, sedute silenziose a un bar, intente a chiacchierare alle feste del Mamiani o occupate a farsi leggere la mano dagli scrittori al Ninfeo durante il premio Strega. Ma sempre piano, di sottofondo, in lontananza, come un’eco. I rumori che mi portano a Zeichen sono quelli delle monetine chiare che cadono per strada o sul pavimento di una casa. Quelli dei mezzi pubblici, degli autobus e dei binari. Io lo vedevo ogni tanto alla fermata di piazza Venezia: il suo nome mi piacerebbe a quel capolinea.

ANSA

Piazza…

«Se di me sopravviverà un nulla

di qualche movimento

sarà il cognome scritto all’estremo della tabella

di una linea d’autobus

a patto che un altro poeta

acconsenta che col suo nome

si intitoli l’altro capolinea

così da poterci scambiare

delle visite.»

 

Bianco accecante

«Distanziate da me sino all’irriconoscibile!

Quel pacchetto di Muratti Ambassador

così intonato al pallore del suo viso.

 

Ho cercato altre bionde

e nuove brune fra diverse marche,

ho incenerito Marlboro, Lucky Strike,

Astor, Rothmans, Lido,

le esotiche Camel

per dimenticare quell’involucro

e trovare un filtro

che trattenesse il suo ricordo.

 

Troppo tardi amici-nemici

che mi elargite questo veleno,

non dovrei scroccare le vostre sigarette.

Che sia una vendetta?»

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