La risposta non è semplice. Però Jeff Elrod ci ha provato con queste sei immense tele in mostra alla Galleria Christian Stein di Milano fino al 15 ottobre

Nel 1959 l’artista Brion Gysin e lo scienziato Ian Sommerville creano la dreamachine, una macchina lampeggiante da contemplare a occhi chiusi che, sfruttando una determinata frequenza d’impulsi, crea l’illusione di percepire immagini nate, vissute e morte nel buio protetto dalla palpebra – un generatore di sogni. Jeff Elrod (Dallas, Texas, 1966) ne è molto suggestionato, alcune sue opere nascono seguendo un principio simile a quello della dreamachine, un principio che potremmo chiamare “sogno ottico”. Sulle tele di Elrod compaiono sfocature digitali, imprecisioni virtuali, segmenti provenienti da chissà quale bitmap: non più il nostro mondo onirico, ma quello del computer. Elrod dice di voler sondare la differenza tra l’immagine creata dal subconscio umano e quello della macchina, ma si potrebbe giungere a dire che Elrod sta già tentando di mappare, di rappresentare l’inconscio del computer.

Alla base di tutto c’è quel che Elrod chiama “analog painting”, ovvero una sfida su chi sia il più libero tra la mano, la mente, Illustrator e Photoshop. Sono più libero, più sfrenato, meno interdetto e censurato, io uomo che disegno su un foglio di carta anelando di sfuggire ai miei pregiudizi e alle mie ossessioni? O è più libero lui, il computer, che ha sì leggi e limiti da rispettare, ma impersonali, meccanici, liberi dall’Io? Elrod sceglie il subconscio del computer senza rinunciare al corpo materiale: prima disegna immagini su software, poi le disegna a mano o le stampa su tela.

Jeff-Elrod – The Second Self, 2015

Jeff Elrod – Sonora Lights, 2016

Agostino Osio

Sino al 15 ottobre 2016 si possono vedere a Milano sei immense tele di Elrod presso la galleria Christian Stein, sede di Corso Monforte. La mostra è semplice e maestosa, le opere si specchiano l’una nell’altra imponendosi nello spazio con quell’assenza di turbamento, quella noncuranza narcisistica, che è propria della macchina, più che dell’artista. Mettendo piede in galleria già ci si accorge di come Elrod sia riuscito nel proprio intento: il sentimento, le emozioni che evaporano dalle tele non sono animali né vegetali o minerali o prettamente umane, provengono piuttosto da un’umanità depurata dalle passioni, una ex-umanità. Si ha la sensazione che un uomo abbia lasciato in eredità a un software la grammatica del cielo al tramonto, l’abc della benzina sull’asfalto, le coordinate spaziali di un Drive-In, l’RGB del cielo, e che il computer abbia tentato di appropriarsene malgrado sé, malgrado il sé, combattendo un bug e la propria inabilità alla fantasia. Si può considerare invenzione l’errore, la devianza di un software?

C’è anche la questione della sinestesia. Come esprimere una sensazione sinestetica tramite l’uso di un software? Elrod è maestro di questa difficile trasmissione d’impressioni ancora incoscienti, non verbalizzate, alla macchina. In “Galloping Echo” per esempio ingrandisce una superficie già di per sé sgranatissima, vi appone la parola “delete” scritta a segmenti e un disegno d’insensate linee bianche: ecco la trascrizione grafica dell’eco. La dimensione della tela, 229 x 163 centimetri, fa sì che ciò che vi è stampato sopra non venga letto solo come immagine (come normalmente si leggono i quadri inferiori alle dimensioni di una finestra), ma anche come spazio. Lo sguardo dello spettatore, al pari della sgranatura, non trova un punto di fuoco, deve perlustrare uno spazio che non gli appartiene, che forse non appartiene più nemmeno all’artista, nemmeno all’uomo.

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