Va in onda su HBO, è composta da sole otto puntate (siamo alla seconda) ed è ambientata in una New York notturna come le scene dei crimini che vi si commettono. È anche una crime story pessimista, a sfondo razziale, che indaga il (mal)funzionamento delle forze di polizia. Insomma, è un ritratto dell'America delle prime pagine dei giornali

Informazioni essenziali: The Night Of è una mini-serie di otto puntate prodotta da HBO cominciata il 10 luglio, va in onda la domenica e potrebbe diventare la serie dell’estate per gli amanti delle crime story tipo Making a Murderer o la prima stagione del podcast Serial. È scritta e realizzata da Steven Zaillian: regista, produttore e scrittore di esperienza di film di vario genere accomunati da un’aura da “filmone”: Schindler’s List, Mission Impossibile, Gangs of New York, Moneyball. Insieme a Richard Price: romanziere e sceneggiatore specializzato in noir realisti, paragonato a Chandler e Saul Bellow, conosciuto soprattutto per aver partecipato alla pietra di paragone di tutte le serie tv di qualità: The Wire.

In pochi anni siamo passati da serie tv che dovevano essere la nuova letteratura a prodotti sempre più di genere che non ci provano neanche ad essere guardati da tutti. The Night Of invece è quello che in USA chiamano “prestige drama”, rifiuta le logiche di un mercato con troppa offerta e fa finta che sia ancora il 2008, o magari è una forma di ridistribuzione della ricchezza di HBO, una ricompensa per i draghi e gli zombie di Game of Thrones. Diciamo che The Night Of è una serie ambiziosa in senso classico: una di quelle serie che idealmente si rivolge a un pubblico alieno per spiegargli l’umanità.

(Va detto a questo punto che non ci sono notizie per il mercato televisivo italiano e con la chiusura di kickass non sarà facile trovare le prossime puntate.)

Serie-paesaggio

Le otto puntate coprono un caso di omicidio con ramificazioni razziali: la vittima è una ragazza bianca e vive da sola nell’Upper East Side; il presunto assassino è musulmano, figlio di un tassista pakistano. Entrambi ventenni, non si conoscevano prima di quella notte, si sono drogati e hanno scopato, lei è stata uccisa mentre lui dormiva, o magari l’ha uccisa lui e non lo ricorda. In realtà, dopo due puntate si sa poco della profondità psicologica di entrambi.

Leggendo gli articoli scritti da chi ha visto l’intera serie (tipo questo o questo) mi sono fatto l’idea che la serie denuncerà il malfunzionamento del sistema giudiziario americano, il razzismo e la corruzione di burocrati e opinione pubblica, intrattenendoci al tempo stesso con l’indagine sul crimine. Anche se il pessimismo di fondo sembra inconciliabile con il nostro bisogno primordiale di vedere puniti i colpevoli e scagionati gli innocenti. D’altra parte la serie è genuinamente pretenziosa, come la prima stagione di True Detective, sarebbe una delusione altrettanto grande se nel finale ci venisse servito un mostro corrispondente a qualche stereotipo. 

Come per The Wire la protagonista ombra della serie era Baltimora, per The Night Of è New York. Ritratta in tonalità livide e oscure dal direttore della fotografia Robert Elswit, premio Oscar per Il Petroliere, che recentemente ha diretto la fotografia di quel piccolo saggio sull’oscurità notturna e morale che era Lo Sciacallo. L’atmosfera, quindi, è claustrofobica e pesante, New York è descritta per accumulo di dettagli: la pedana rialzata della stazione di polizia, le strade vuote all’alba del Queens, i cuochi cinesi che fumano sul retro di un ristorante. L’accumulo di dettagli schiaccia i personaggi in una commedia kafkiana e al tempo stesso risparmia allo spettatore il ricatto dell’empatia: gli individui, realisticamente parlando, non contano nulla. I personaggi sono quello che dicono di loro gli altri personaggi. La vita è tutta un’inchiesta con prove mancanti e indizi ambigui.

Serie di spessore

Nelle prime due puntate non ci sono grandi dialoghi, al loro posto le maniere spicce dei poliziotti e il linguaggio in codice della vita quotidiana. Per aiutare il padre che cerca il figlio accusato di omicidio nel commissariato sbagliato, un poliziotto all’accoglienza grida a un poliziotto alla macchina del caffè dall’altra parte della stanza. «C’è stato qualche omicidio stanotte?». «Un musulmano pazzo ha fatto a pezzi una ragazza nell’Upper East Side». Allora il primo poliziotto dice al padre: «Avete sbagliato distretto. Siete nell’1-2, dovete andare al 2-1».

È un mondo di sciattoni maleducati in cui nessuno spiega niente neanche a Nasir (“Naz”, il sospetto): quando chiede dove lo stanno portando, dopo che il giudice gli ha negato la libertà su cauzione, viene data una risposta. Ma questo forse è l’aspetto più interessante di The Night Of: la ricostruzione dello spaesamento emotivo che segue un evento traumatico come un omicidio, che è uguale allo spaesamento emotivo che segue tutti gli eventi traumatici. Quella sgradevole sensazione di piccolezza che nella vita reale è spaventosa, ma che cerchiamo nelle opere di finzione.

A parte questo, però, non è una serie molto sottile. La ragazza vittima dell’omicidio è raccontata come un insieme di tic da privilegiata e la sensazione che sotto sotto ci sia un tranello è più forte del suo potere seduttivo. Non si capisce perché Naz ci finisce a letto («Mi piaceva davvero» dice a un certo punto, «Era la seconda ragazza con cui ho fatto l’amore», ma non sapeva neanche il suo nome) né la sua reazione dopo aver visto la scena del crimine. Una cosa è descrivere la confusione interiore di un personaggio, un’altra renderlo del tutto inaccessibile a un’interpretazione sensata.

Il personaggio più interessante è l’avvocato pezzente interpretato da John Turturro (al suo posto ci sarebbe dovuto essere James Gandolfini, che però è morto e compare come produttore postumo della serie, e Robert De Niro che per qualche ragione ha rinunciato al ruolo). Ma anche in questo caso i dettagli esteriori appiattiscono qualsiasi motivazione: il povero avvocato è ridotto all’eczema che gli copre i piedi costringendolo a girare in sandali, che si gratta con un bastoncino, che fa allontanare le donne che gli si siedono vicine in metro, che è praticamente l’unico argomento di discussione con gli altri personaggi.

Un film di otto ore

Il problema più grande di The Night Of è: come va guardata? Non è la prima volta che si parla di una serie tv girata come fosse un film lungo otto o dieci ore, ma di solito si intende che la qualità dei singoli episodi è cinematografica: in questo caso, invece, l’impressione è che la struttura narrativa sia quella di un film, solo che una singola scena può durare anche un episodio. Il passaggio dal distretto di polizia al carcere – con i tentativi del detective di far sentire il sospetto a proprio agio per estorcergli la confessione, e l’avvocato che intima di non parlare con nessuno, neanche con i propri genitori, e il trasporto nel furgoncino, e le perquisizioni – una normale scena di transizione che in un film durerebbe qualche minuto, è il soggetto della seconda puntata di The Night Of. L’effetto è sicuramente realistico, il controllo del tempo è una forma di potere e anche in questo caso vincono le istituzioni, l’umanità è schiava.

Ma è anche estate, e non vorrei ritrovarmi incastrato nel traffico per un’ora perché uno dei protagonisti ha preso la strada sbagliata nell’ora di punta a Manhattan.

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