Ieri suonavano a Ferrara, stasera sono a Roma, a Villa Ada. Non perdeteveli

L’estate si va ai concerti, e alle band succede quel che succede ai nostri corpi: d’inverno siamo coperti e i nostri vestiti si sostituiscono in gran parte ai corpi per dire chi siamo; d’estate ci mettiamo il costume e si vede chi è flessuoso, chi è informe, chi ha una bella struttura ossea e chi no. (Non sto facendo un elogio del corpo perfetto, seguitemi.) Le band d’inverno sono dei suoni iper-curati in studio, sparati accuratamente nelle cuffie o nelle casse. D’estate, invece, le andiamo a veder suonare all’aperto, dove il sound è migliore che nei locali e nei palazzetti, e si capisce la loro vera forma.

Ieri sera sono stato ad ascoltare Kurt Vile, uno dei miei pochi eroi recenti, che apriva il concerto di Wilco a Ferrara, nella piazza del castello. I suoi dischi sono uno meglio dell’altro, e il terzetto formato dagli ultimi, Smoke Rings from my Halo, Wakin on a Pretty Daze e B’lieve I’m Goin Down, per me quasi ambisce a essere una versione di seconda categoria (non di terza o quarta) dei grandi terzetti di album tipo i primi tre elettrici di Dylan o i primi tre dei Velvet Underground. (Sì, l’ho detto, e solo il tempo dirà che ho torto, non un troll.)

Kurt Vile ieri sera, sempre a Ferrara

LUCA GAVAGNA

Ma dal vivo, nonostante Vile e i Violators stiano cercando di mettere a punto un suono adatto all’ormai raggiunta fama, il mio eroe dai capelli lunghi e le dita lunghissime non riesce a tenere insieme il sound. Ha un bel set “tirato”, ma storpia per insicurezza o sociopatia ogni linea melodica, isola ed esibisce un’ansia che nei dischi si sposa perfettamente con l’ansiolitica elasticità del suono. Boicotta la dinamica con continui colpi di testa, a voce o su chitarra, che sembrano dire che non si trova nella semplicità del suo sound, vorrebbe fare molto di più ma non capisce cosa. Insomma, la sua musica non sta insieme, e il concerto è un po’ deludente, le canzoni si tirano via, non hanno né la dinamica richiesta dal rock né la trance consapevole, carismatica, degli elementi kraut e motorik che si sentono chiaramente nei suoi dischi.

Poi arrivano gli Wilco, e fanno il contrario. (Scrivo “gli Wilco” per correttezza ma a voce si dice “i Wilco”, giusto?) Prendono gli ultimi dischi, non memorabili ciascuno a modo suo, ed è come se ti dessero la droga giusta per ascoltarli. Canzoni troppo compatte come quelle dell’ultimo Star Wars si rivelano colossali piramidi estratte dal taschino e rimesse nel taschino come una magia a qualunque stop su una monetina della batteria di Glenn Kotche; canzoni troppo all’acqua di rose come quelle di A Ghost is Born diventano interi inni nazionali tutti ambrati, rugginosi, profondissimi. Stamattina le riascolto dal telefono con ottime cuffie e qualità di streaming altissima e sono di nuovo piccole o slavate.

Jeff Tweedy sotto le stelle

LUCA GAVAGNA

Comincio a pensare che suonare dal vivo e fare dischi siano ormai due arti diverse. Kurt Vile sta facendo evolvere il concetto di Americana negli anni Dieci di questo secolo – non da solo, insieme ad altri, a volte più bravi di lui, ma sicuramente contribuendo con una personalità incredibile. Dal vivo, sembra uno tra tanti. Il che non sembra negare niente dei suoi meriti storici.

Gli Wilco invece non fanno più dischi che cambiano il discorso sulla musica alternativa o para-mainstream. Quel passaggio perfetto dal rock intelligente di Summerteeth ai suoni NASA di Yankee Hotel Foxtrot con le microfonature perverse e i glitch di Jim O’Rourke è irripetibile, ormai è fatto, è acquisito, e un altro salto quantico da parte loro è imprevedibile a meno che non incontrino chissà quale nuovo genio del mixer. I loro dischi non raccontano più una traiettoria di invenzioni e descrizioni superiori a quelle degli altri propalatori di Americana, eppure il loro sound dal vivo, anche rispetto a concerti visti qualche anno fa, è sempre più tridimensionale, profondo, perfetto.

È una delle poche band di cui puoi ascoltare il concerto senza conoscere i pezzi e rimanere basito dalla dinamica del suono. E non parlo di energia, di carisma, o non solo. Parlo di un gruppo di persone che giocano insieme come i Golden State Warriors o il Bayern di Guardiola, che recitano affiatati e ispirati come il cast di Horace and Pete: un alveare ronzante dove ogni cosa cade al suo posto e il rumore è celestiale.

Dischi e concerti sono due arti che non torneranno più a significare una stessa, sola cosa?

Chiudi