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Una decina di giorni fa mi trovavo nel cuore della Q Arena di Cleveland, in Ohio, dove si è tenuta la Convention nazionale repubblicana. Stavo ascoltando con molta attenzione il discorso di Donald Trump. Stavo in piedi tra la delegazione del Nebraska e quella dello Utah, alla mia destra c’erano i delegati dell’isola del Pacifico di Guam, territorio d’oltremare americano. Avevano le camice a fiori d’ordinanza. Alle mie spalle tre signore di mezza età, sedute in tribuna, si alzavano e urlavano «Lock her up, Lock her up», «In galera, In galera», ogni volta che Trump nominava Hillary Clinton.

Circa a metà dello speech di Trump, più o meno quando ha iniziato a promettere che avrebbe risolto qualsiasi problema americano e dell’umanità in modo veloce, anzi velocissimo, ovviamente senza nemmeno prendere in considerazione le modalità, ho avuto come la sensazione che tutto quello che stava succedendo davanti ai miei occhi non poteva essere vero e che in realtà mi trovassi in un reality show.

Da quel giorno, Trump ne ha fatte di ogni. Ha chiesto all’ex KGB russo di spiare sui server di Hillary Clinton, ha insultato uno dei generali più importanti dell’esercito americano, ha preso in giro i genitori di un eroe di guerra, ha sostenuto di aver fatto anche lui molti sacrifici per la patria, tipo assumere molte persone, ha preso di mira un pompiere che faceva rispettare il limite di capienza della sala dove stava parlando, ha allontanato da un suo comizio una coppia perché il loro bambino piangeva e la cosa lo disturbava, ha dato un’intervista a un giornale, il Washington Post, cui nega l’accesso ai suoi comizi per spiegare che alle primarie non appoggerà il dirigente più alto del suo partito, lo Speaker della Camera Paul Ryan, e nemmeno il senatore John McCain, si è inimicato i fratelli Koch, cioè i più importanti finanziatori di cause conservatrici e così via. Come conseguenza, ha cominciato a perdere il sostegno di alti dirigenti repubblicani, alcuni dei quali hanno annunciato che voteranno Hillary Clinton.

Altro che normale reality show. Ogni tanto ho l’impressione che Donald Trump stia partecipando a un reality show speciale, il cui scopo è quello di farsi eliminare dagli elettori, e che la difficoltà del gioco consista nel fatto che gli elettori pensino il contrario, cioè che Trump dica enormità perché vuole essere eletto.  I giornali raccontano che i suoi consiglieri e strateghi non ne possono più, non riescono nemmeno a parlargli e che, insomma, la campagna elettorale sia in alto mare. Ecco, ho come il dubbio che Trump non voglia essere eletto. Oppure è veramente instabile, ed è la cosa che preoccupa di più.

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