Intervista al premio Pulitzer 2016 William Finnegan. Surfare, fuggire, crescere, provare a capire

Giorni selvaggi (66thand2nd editore), il memoir premio Pulitzer dello scrittore del New Yorker William Finnegan, è un intenso e felice resoconto di come la passione per il surf ha portato in giro per il pianeta in cerca dell’onda un ragazzo della California (nato a New York e sbocciato alle Hawaii). È stato paragonato a Open di Agassi credo per l’intensa malinconia e l’ossessione per lo sport di cui racconta. È la storia di un vagabondo: lo incontro un giorno di luglio all’Accademia americana al Gianicolo, a Roma, e lo trovo nella corte dell’accademia fra tanti americani dall’aria Midwesterner: ha il corpo da surfista, alto e bello, solido, pieno, e lo sguardo di un marinaio, umile, triste, ispirato.

Com’è stato scappare di casa ancora adolescente per girare il mondo? Leggendoti ho provato invidia.

Quando ho scritto questo libro mi sono reso conto che il taglio dato con la famiglia non fu facile e pulito: ci sono stati tanti effetti duraturi, una insicurezza che mi è rimasta a lungo.

Mentre lo facevi, pensavi fosse un taglio netto? 

Sì. Prendi la mia prima fidanzata seria… Avevamo quindici, sedici anni quando ci conoscemmo. E rimanemmo insieme per un paio d’anni. Ci lasciammo e pensai: perché sto così male? Perché è una botta così forte? E a guardarmi indietro è ovvio: cercavo una famiglia alternativa alla mia. Già a quattordici-quindici anni ero un battitore libero di Dio. Ed ero felice così, è quel che volevo. Ma solo una parte di me era felice. Il resto era disorientato, si sentiva abbandonato. Quando la mia ragazza mi lasciò, tutti quei sentimenti d’abbandono tornarono fortissimi. E scrivendo mi sono reso conto che non solo con lei, anche con i miei amici, ho cercato sempre di ricostruire dei gruppi, in luoghi idilliaci come le Hawaii, ricostruire una famiglia. E viaggiavo per il mondo cercando di ricostruire un gruppo primario, una famiglia.

Sei stato fortunato ad avere quello schema, tendere a ricreare famiglia. È buffo il libro perché sembra due libri diversi: quello sul surf e quello sulle cose che la passione maniacale per il surf ti ha permesso di fare. Come se senza la scusa del surf non potessi scappare. Seguivi una stella. Così a volte salto le parti sul surf e leggo dove ti ha portato il surf. Surf come ipnosi per poter scappare.

È una splendida descrizione del libro. Mentre scrivevo ero molto consapevole che includevo sezioni sul surf, molto dense e importanti per me. Ma come lettore non è un viaggio che devi fare per forza. È oceano, è personale, è artistico, ma se segui la vita, la vita riprende qui alla fine del trip surfistico… Avere il surf come tema di quel che è di base una biografia ti permette di organizzarla bene. I grandi sviluppi della vita. Oh, e poi ho conosciuto un nuovo amico, una nuova onda. E intanto sono diventato un uomo di mezza età. Mi è piaciuto essere netto, dire velocemente le cose sulle parti importantissime della vita: mi sono sposato, ho trovato un lavoro…

C’è tanta bromance nel tuo libro. [La cosiddetta “romance” tra “bros”, ossia amici / fratelli / vitelloni. Vedi tutto il cinema di Judd Apatow, con Seth Rogen e James Franco che si fanno le canne insieme amandosi come fidanzati platonici.] C’è un momento in cui la prima moglie di un tuo amico chiede: ma come, quell’anno avete passato tutta l’’estate a dormire insieme nel van e non avete fatto sesso?

Lei era una francese sofisticata. Fu scioccante per me. Noi le dicemmo no no no! E lei: ma dai, due bellissimi giovani che dormono insieme… E noi: sei una vecchia sporcacciona! E ovviamente oggi anch’io mi chiedo come abbiamo potuto trattenerci.

È successo anche a me…

I rapporti con altri maschi, all’epoca… Molto era la cultura del tempo. Magari in Italia era diverso, non so. Quando ero piccolo, vidi un film di Fellini, avevo tredici anni, e i ragazzi si masturbavano insieme. E guardavano foto di donne nude. Io pensai: ah, dev’essere italiano. Noi non lo facevamo. A quell’età diventavamo solitari e ci concentravamo sulle ragazze. Io ero così. La mia fidanzata più avanti – quando parto in viaggio per un anno con il mio più grande amico, Brian Di Salvatore, quella è la vera bromance del libro – mi dice: perché non scopate e la piantiamo? E io: pf… ti pare?? A proposito di bromance, senti: vari studios e produttori e registi mi fanno proposte di trattamenti per questo libro. E nessuno mi convince. Mi dicono, facciamolo come Point break. Nooooo. Un mercoledì da leoni? Noooooo. Tutti i film che ci hanno provato hanno fallito col surf. Il surf è la kryptonite dei film. Gliel’ho spiegato. L’altro giorno uscivo dal mio palazzo a New York, e un tipo, un portiere del mio palazzo, l’altro giorno mi ha chiesto ci faranno un film? E mi fa: Il film secondo me parte dal parcheggio quando vediamo Brian che legge Ulisse, e lo fermi e fate amicizia. Ok, poi? Sta prendendo solo una parte del libro. E finisce a Bangkok quando sei in ospedale, o almeno è il climax e lui fa la truffa per farti uscire dall’ospedale. E mi dice: è la storia di voi due. Bromance! E dico: Ok, è l’idea migliore. Nessuno paga quel tizio, fa il portiere, ma lui ha capito che è la storia di due tizi.

Tipo Top Gun.

Ahah.

Di solito nei film di surf manca tutta la preparazione. Ok dobbiamo andare lì, compriamo le mappe. Sembra che devi avere una vera ragione per tutta questa concentrazione. Sembra che stai scappando da qualcosa. Al cinema sono troppo belli i surfisti per poter aggiungere tutta l’astrazione intrinseca in quel tipo di attività.

Buona descrizione: devi proprio star fuggendo da qualcosa. Io stavo scappando dalla decisione di cosa fare della mia vita. Avevo finito l’università. Che fare? Scrivevo fiction. Voglio fare lo scrittore? No, andrò a caccia di onde, per il mondo…

Sarò assortissimo da altro…

Sì, così non ci penserò.

Se cominci a fuggire, raccoglierai tanto materiale durante la fuga.

Sì. Tornai con il tema di un libro, e andò bene. E ho mantenuto la determinazione per il viaggio con l’idea di andare a ovest per tornare nella città dall’altro lato, come avevo detto a una cameriera per scherzo, in Montana: mi vedrai tornare dall’altro lato della strada. E lo feci davvero! Tornai risalendo dall’altro passo di montagna, dal lato opposto della strada. Ma un’altra cosa che mi faceva andare, mentre ero homesick e disorientato: non posso tornare finché non finisco il romanzo. Lo spedii a New York prima di tornare, e fu accolto bene. Allora dissi ok, posso tornare. Ok, non posso tornare a mani vuote.

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