Explicit / Non fiction

Indagine sulle giovani fotografe

03.08.2016

L'invasione è cominciata da Milano. Che cosa vogliono? Dove arriveranno? Perché non fanno mai fotografie?

Milano sta rinnovando i propri paradigmi con estrema velocità e quella che una volta era insieme alla madunina che te brillet de lontan un simbolo icastico, ossia la cotoletta, o meglio ancora un’orecchia d’elefante, oggi è mutato o per la precisione trasmutato. La cotoletta tipica milanese, quella che va dal dorato al grigio smog, è oggi qualcosa che sta tra l’hamburger bio, il thai bio, il cinosarpi bio. Insomma la cotoletta è stata sostituita da qualcosa di molto simile agli avanzi di una cucina internazionale da hotel cubano per agenti di commercio lombardi in gita aziendale. Ma in questo caso bio. Trova così naturalezza la sostituzione delle case di ringhiera con il bosco verticale (o i boschi, sono due) e dell’auto di proprietà con la triste auto rossa postmoderna da asporto, utile per i più o meno giovani senza auto, senza bollo e soprattuto senza calzini.

La Milano da bere non c’è più (si sa, lo si dice sempre, ma in fondo si spera sempre che no) e con lei i neon di piazza Duomo che probabilmente verrano a breve rimpiazzati da improbabili e precarie installazioni di video arte capaci di trasformare il triste Ottocento meneghino in una tigre grassa da parco faunistico. Prima che questo accada e che anche la timida dignità di una borghesia dimessa e invecchiata si sfracelli con distinta inconsapevolezza nella scoperta dell’acqua calda (cosa in parte già avvenuta dalle parti di via Pier Lombardo 14) che fanno i figli migliori della penisola? Come possono essere rappresentati i giovani di quella che è la capitale creativa, economica e poi ancora economica e poi ancora creativa d’Italia?

In generale i giovani agonizzano, precarizzano e sperano, in pratica sono come i loro padri, ma non da giovani, i loro padri adesso. Le categorie giovanili  potrebbero essere infinite e lo sono e non è facile addentrarsi in tal senso ci si affida a figure sapienziali che vanno da Massimo Recalcati a Claudio Cecchetto, vanno e vengono, andata e ritorno senza criterio di reale diversità di ricaduta.

Anche se non sarebbe privo di interesse rinverdire i fasti fangosi del proletariato giovanile del parco Lambro, ho preferito privilegiare un ambito ristretto eppure rappresentativo e per certi versi tipicamente milanese, quello delle giovani fotografe. Di per sé come categoria non vuol dire molto, anzi anche solo a definirla una categoria si rischia di sbagliare strada, le giovani fotografe infatti rappresentano più un carattere che uno stile, sono quindi esse stesse indicatori dell’andamento sociale, della sua qualità e della sua crescita.

La giovane fotografa spesso è abbastanza confondibile con la modella fuori dal giro, la scrittrice in erba o la figlia dell’ambasciatore o ancora attivista incredula di fronte ad un capitale più ingombrante che oppressore, più fastidioso che sfruttatore. Insomma assume su di sé una serie di categorie che non possono che renderla il vero termometro della Milano sempre in movimento. in Stardust Memories Woody Allen racconta di una splendida Charlotte Rampling che prima di impazzire totalmente (nel film) prova la via della fotografia e lo stesso per altro avvenne anni dopo anche a Mia Farrow (nella realtà). Rimanendo a Woody Allen l’unica che davvero riesci nel suo intento “fotografico” fu Diane Keaton che ad oggi espone in qualche galleria californiana e non deve essere un caso che iniziò a fotografare da giovane.

 

Getty Images

Tornando invece a Milano è possibile verificare l’estrema e per certi versi contiguità che vede le giovani fotografe vivere palmo a palmo con l’arte contemporanea, l’architettura e la moda. Questo connubio è talmente intellettualmente regressivo per ognuno di questi ambiti da far pensare che dietro le giovani fotografe si nasconda qualche grande vecchio che abbia in animo di riportare Milano ai tempi fumosi della Breda e della Rinascente con commesse in tailleur. Antidoto e virus allo stesso tempo. Sì perché questi tre ambiti rivelano possibili aperture e spazi d’inserimento proprio grazie a loro, mai sottovalutare i raccordi e tanto meno gli anfratti.

In ogni caso la permeabilità dei mondi creativi è oggi un fatto acclarato e permette chiunque di darsi arie da architetto o da artista a seconda di dove non ce ne siano, in questo le giovani fotografe operano con estrema precisione garantendo la possibilità di dialogo, di confronto e sopratutto lavorando, già perché l’aspetto pecuniario della faccenda è forse uno dei più interessanti. Si sussurra infatti che siano le uniche a potersi costruire un reddito in mezzo a quella che dai volgari viene definita fuffa e cosa ancora più sgraziata pare che lo facciano con competenza e pure stile.

Sì perché una certa mancanza di grazia è tipica delle giovani fotografe come una sicura eleganza e savoir-faire. Anche se in questo caso è un savoir-faire che si fonda sull’uso accorto, ma ingenuamente inconsapevole delle gaffes. Non potendo mai sapere o prevedere in quale mondo realmente stiano, le giovani fotografe si prendono i lusso di dire quasi sempre cose intelligenti e di buon senso caratterizzando il loro eloquio con un tono di voce bassissimo che rende il tutto sconveniente quando basta e fuori posto quanto un mocassino Prada abbandonato sopra un tavolino. Insomma un senso di discreta eccentricità che affascina, ma non tradisce mai.

Milano è la loro città, ma la loro vera casa sono gli aeroporti: sanno tutto dei duty free e dei benefit delle compagnie e così come i vantaggi imperdibili delle ospitality. Sono state a Parigi, Berlino, Dublino, Londra e New York (le basi) e poi a Melburne, Monaco, Pechino e Kyoto e di queste conoscono alla perfezione gli aeroporti. Potrebbero far fare il giro del mondo ad un gruppo di pellegrini brianzoli senza far perdere loro una coincidenza.

Vestite alternativamente di bianco, di nero o di colori pastello hanno di solito uno stile che ricorda i cartoni animati giapponesi anni Ottanta, ossia sembrano non cambiarsi fino all’avvento della nuova serie, appaiono dimesse, raramente bevono e se lo fanno lo fanno solo tra pochi intimi e ancor meno mangiano, anzi spiluccano. In sostanza le giovani fotografe sono l’esatta forma della connessione, la sostanza del movimento quello che Hans Magnus Enzensberger ha chiamato per altri tempi Tumulto e lo sono grazie ad una naturale calma e ad una imposta ragionevolezza (certo a volte un po’ vergata da nevrosi, ma nulla che non sia congeniale con il contesto).

Le giovani fotografe nella loro apparente semplicità di sguardo sono potenzialmente le case matte di un desiderio sopito, di un luogo costretto da mille lacci e vincoli a darsi una forma, un registro in poche parole una professione. Le giovani fotografe sono il tempo residuo e a tratti marginale di una giovinezza sconfinate proprio perché tenuta a bada, e a volte a freno. Incontrare una giovane fotografa significa tenere a mente qualche parola ragionevole guardando oltre le sue spalle. È quella la posizione più comoda per uno occhio in cerca di un poco di erotismo in una città che ha confuso la critica con i volti scuri e lo stupore con la psicanalisi. Le giovani fotografe infine quasi mai hanno la macchina fotografica con sé. Strano sì, ma probabilmente ha un senso.

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