Un candido samoiedo diventava Stanislavskij (detto Stanis), un’elegante e aristocratica levriera Duse, un vivace cocker spaniel Strasberg (detto Stras), un bastardino buono ma un po’ matto Artaud, un massiccio molosso Brando: Wilson Gargano passava giornate intere in compagnia di grandi attori, veri e propri maestri, discutendo con passione di cinema e teatro, metodo e recitazione.
Un racconto di Filippo Bologna, da un Fiction Issue di IL

Senza il conforto di alcun talento ma sospinto da una smisurata convinzione, Jacopo Cerasa si era trasferito a Roma per fare l’attore. Siccome abitava in una piccola cittadina di provincia non lontano dalla capitale, il padre proprio non riusciva a capire perché avrebbe dovuto trasferirsi in città quando il regionale accelerato delle 7:32, che lui aveva preso per una vita essendo ora un pendolare in pensione, impiegava un’ora scarsa per arrivare a Termini. E questa incomprensione fece sì che il giorno d’estate in cui il figlio si decise a partire, il padre non solo non lo accompagnò alla stazione, ma non lo salutò nemmeno, restando nell’orto a legare i pomodori.

Lo accompagnò invece la madre, che capiva gli ardori del ragazzo e, sebbene non li incoraggiasse, li giustificava. Il ragazzo, magro e slanciato nell’aspetto, con una vita stretta come quella di certi camerieri, i capelli neri e folti e i lineamenti ben fatti, nello scendere dal treno venne investito – e quasi travolto – da una impetuosa fiumana di gente. Accaldato, con le spalline dello zaino che gli segavano la pelle sotto la camicia sudata, sentì che per non affogare in quel gorgo, per non finire nella fossa comune dei tanti che si erano trasferiti a Roma in cerca di fortuna senza trovarla, avrebbe dovuto cambiar nome. E l’intuizione avvenne per associazione di idee, fulminea e resoluta, mentre sulle scale mobili s’inabissava nella metropolitana contemplando su un pannello pubblicitario lo spot di una nota marca di racchette e palline da tennis.

Nella sua folgorante, o per lo meno in quella che all’epoca si prospettava tale, carriera d’attore, si sarebbe fatto chiamare WILSON GARGANO. Essendo appunto la madre una “Gargano in Cerasa”, trasferitasi dal Meridione nell’entroterra laziale dopo aver conosciuto il padre in un modo del tutto irrilevante. Quel che avvenne nei labirintici e fatiscenti sotterranei della metropolitana di Roma fu un improprio, ma incontestabile, fenomeno di reincarnazione: Jacopo Cerasa era sceso sottoterra per prendere la linea A direzione Anagnina, Wilson Gargano era riemerso alla stazione Subaugusta. La madre, attraverso una lontana conoscente, aveva trovato a Wilson una sistemazione presso una vedova che viveva non lontano da Cinecittà, come se quella vicinanza potesse essere utile, o quantomeno promettente, viste le aspirazioni del figlio.

Per quanto Jacopo avesse dovuto rassicurare la madre che almeno per un po’ sarebbe rimasto lì, come ebbe aperto la porta, soppesato l’ordinato squallore della sistemazione e valutato la mancanza di un bagno indipendente nell’appartamentino zeppo di ninnoli e soprammobili, Wilson considerò da subito come provvisoria quella sistemazione.

Le giornate erano lunghe e le sere dolci. Wilson usciva poco prima del calar del sole, quando l’afa concedeva respiro. Faceva lunghe passeggiate senza mèta e restava intontito dalla magnificenza dei monumenti, dal rigoglio dei giardini, dal silenzio delle rovine, e dalla placida noncuranza dei suoi abitanti per tutto ciò. Si spostava a piedi o coi mezzi, andava spesso al cinema e a teatro, arrivando sempre o con grande anticipo o con grave ritardo, essendo molto complicati gli spostamenti a Roma. Fuori dai teatri o davanti agli autobus che ripartivano rombando, Jacopo s’incantava davanti ai cartelloni degli spettacoli e, con un fotomontaggio della sua immaginazione, sostituiva senza sforzo il nome del protagonista col suo. Bastava chiudere gli occhi ed era già a struccarsi nel camerino assediato di gente.

Al termine degli spettacoli, sostava a lungo nei foyer, nella speranza di incontrare attori e impresari, ma questi non uscivano proprio, venendo come ingoiati e digeriti dai teatri stessi; o per lo meno questo pensava Wilson, che non teneva in considerazione le uscite secondarie. Quando riusciva ad avvicinarli, erano scostanti e maldisposti alla conversazione. I pochi che aveva abbordato davvero avevano saputo elargire solo aridi consigli: «Si scelga un altro mestiere…», gli aveva detto un anziano attore considerato un monumento vivente (o semivivente) al teatro, mentre si allontanava a passi sbilenchi verso la trattoria con una giovane sottobraccio. Insomma, nella vita di Wilson l’incontro che avrebbe potuto imprimere un’accelerazione improvvisa alla carriera tardava ad arrivare. Anzi, per tornare proprio alla sua carriera d’attore, Wilson la vedeva ferma come un autobus in attesa dell’autista.

E tanti ne aveva presi di autobus nei sei mesi che erano trascorsi dal suo arrivo a Roma. Sei mesi durante i quali aveva cambiato casa altre due volte, affittando prima una camera a San Lorenzo, dividendo l’immobile con degli studenti fuori sede troppo rumorosi per i suoi gusti, infine Pigneto, dove aveva subito sentito che si sarebbe fermato a lungo, poiché lì vivevano i suoi simili: giovani artisti impegnati e giovani che si impegnavano per diventare tali.

In tutto quell’anno era andato in giro per teatri e produzioni, battendo la città a tappeto, senza alcun criterio. Si era abituato a fare lunghe anticamere sprofondato in morbide poltrone di pelle o arrampicato su scomodi sgabelli, aveva sorriso alle segretarie, aveva salutato in modo educato gli uscieri, si era sentito chiedere se aveva un appuntamento, si era sentito rispondere che il dottore era in riunione. Si era proposto per ogni audizione o provino per film, musical, commedia, dramma o spot pubblicitario che fosse. Ma era risultato sempre e invariabilmente fuori ruolo: troppo drammatico per le parti comiche, troppo comico per quelle drammatiche, troppo teatrale per il cinema, poco rassicurante per la pubblicità, collezionando sì qualche complimento ma, soprattutto, una caterva di «Le faremo sapere». Quell’infilata d’insuccessi non lo aveva scoraggiato – leggendo le biografie degli attori sapeva bene che all’inizio la strada è sempre in salita – ma lo aveva costretto a meditare. Nelle sue inconcludenti giornate Wilson si sedeva spesso nei caffè del Pigneto. Arrotolandosi sigarette sottili che si spegnevano di continuo, si lamentava con colleghi e amici del disprezzo degli italiani nei confronti dell’arte, dei drammatici tagli alla cultura e di molte altre questioni estremamente serie. E quelle accese conversazioni finivano quasi sempre con un ingiustificato rimpianto per gli anni d’oro del cinema e del teatro, anni che la generazione di Wilson aveva avuto la crudele sventura di non aver vissuto.

Quei piccoli, di certo transitori, fallimenti, lo avevano portato a riflettere, a interrogarsi su cosa non andasse davvero nella sua persona, nel suo modo di porsi e presentarsi agli altri. Poteva essere che Jacopo Cerasa si rifiutasse di abbandonare definitivamente il corpo di Wilson Gargano? Era forse la sua affettazione in società? O la dizione sorvegliata che ogni tanto lasciava affiorare residui di un robusto accento nativo? Questi erano dubbi che non potevano essere condivisi. Ma attori più navigati, che sopravvivevano a Roma facendosi mantenere dai genitori e prendendo parte a ruoli occasionali in fiction e pubblicità con una cadenza saltuaria ma inesorabile, che non permetteva a nessuno, tantomeno a loro stessi, di mettere in dubbio il fatto che fossero attori, gli avevano suggerito alcune astuzie. A cominciare dai vestiti, importanti per la carriera di un attore, o per lo meno, molto più importanti di quanto non credesse il nostro giovane attore. Così, dopo molti tentennamenti, Wilson decise di farsi accompagnare in giro per mercatini e negozi dell’usato da un amico omosessuale, ritenuto nell’ambiente una persona di gran gusto. Su banchi e bancarelle l’amico scovò per lui camicie bizzarre, giacche dagli ampi revers, pantaloni a zampa d’elefante, giubbotti di pelle, trench avvitati, cappelli curiosi, sciarpe e foulard sgargianti, occhiali vistosi e altri piccoli accessori solo all’apparenza secondari. Poi Wilson si fece convincere a fare un book fotografico che, gli spiegarono, era indispensabile per un attore. E per farlo lo accompagnarono da un grande fotografo che non ne faceva una questione di prezzo, o per lo meno “solo di prezzo”, ma anche di sintonia, d’impressione “a pelle”, come amava dire. E per la fortuna di Wilson, l’impressione a pelle fu positiva. Ma per rifarsi guardaroba e book fotografico, Wilson aveva attinto all’unica risorsa di cui disponeva: il modesto ma dignitoso libretto di risparmio che la madre aveva accantonato in vista dei suoi studi facendo economie domestiche e piccoli lavori di cucito. Da quel libretto Wilson ritirava il denaro che gli serviva per vivere, mangiare e pagare il fitto, e cercava di farselo durare il più possibile confidando nell’imminenza di un ingaggio. Per farsi trovare preparato, nel frattempo, aveva investito un cospicuo ammontare di tempo e denaro in lezioni di canto, in un corso di dizione, e in un innovativo metodo per la voce che richiedeva un impegno e un esercizio, soprattutto un esercizio, che non tutti i condomini e i coinquilini di Wilson sembravano apprezzare. Ma il mondo continuava a dimostrare di poter fare tranquillamente a meno del suo talento. Il colpo di grazia alle sue sostanze arrivò quando Wilson si fece convincere da una tipa che aveva conosciuto durante l’occupazione di un teatro a comprare un mezzo di locomozione. Si trattava della vespa usata del fratello della tipa, un cinquantino glorioso, sverniciato e ammaccato, ma ancora in discrete condizioni. Così, Wilson, coi suoi pantaloni di velluto a coste larghe, il giubbotto di pelle con in tasca tabacco e cartine, ora non arrivava più in ritardo ai provini e agli spettacoli, ma sfrecciava per la città, molto più consapevole di sé e dei suoi mezzi.

Forse l’aspetto esteriore e la mobilità sul territorio contavano, ma non erano tutto. Dovevano esserci altri fattori, visto che un anno dopo il suo arrivo a Roma Wilson non era riuscito ancora a sfondare in quel mondo che pareva sempre più sordo alla sua richiesta d’ascolto. Nel frattempo erano successe altre cose, cose da non sottovalutare.

Innanzitutto il libretto di risparmio si era prosciugato e a causa di ciò i rapporti con la famiglia si erano raffreddati. Il padre, che approfittava delle prime giornate di caldo per scacchiare la vigna, attraverso la madre che faceva ancora da ponte radio tra i due, aveva fatto sapere senza troppi convenevoli che quel vagabondo del figlio se voleva fare l’attore doveva mantenersi da solo. Lui una mano gliel’avrebbe anche data, ma per fare una cosa seria, come inoltrare quella domanda alle ferrovie dove conosceva un amico, tanto per dirne una. Se pensava che lo avrebbe mantenuto in eterno con la sua pensione, si sbagliava di grosso.

Come sanno i giocatori di roulette, anche le serie negative più lunghe statisticamente prima o poi si devono interrompere. E per Wilson con l’autunno arrivò anche l’occasione della vita. Attraverso la soffiata di un amico, aveva avuto il privilegio di partecipare a un seminario tenuto da un maestro di fama internazionale: un regista basco noto nel mondo per il suo teatro sperimentale e, per così dire, sensoriale. Fin dalle prime ore di lezione Wilson si rese conto di essere di fronte a un genio, qualcuno in grado di riconoscere la sua attitudine, correggere i suoi difetti e canalizzare la sua energia, un artigiano capace di cavar fuori dalla materia grezza un manufatto prezioso. E così fu: Wilson non si era sbagliato. Il maestro basco stava allestendo uno spettacolo a Roma e non aveva ancora chiuso il cast. Difficile restituire l’emozione di Wilson quando, con una telefonata che lo aveva buttato giù dal letto, l’assistente gli aveva comunicato che dopo averci a lungo riflettuto, il maestro aveva deciso di dargli fiducia concedendogli un ruolo. A patto – perché c’era un patto – che Wilson andasse in giro col suo vespino (che non era passato inosservato) a tappezzare la città di volantini con la pubblicità dello spettacolo. Affare fatto! Questa era l’occasione tanto attesa, l’esorcismo che avrebbe liberato una volta per tutte Wilson Gargano dalla presenza scomoda di Jacopo Cerasa. Mentre seminava i volantini dello spettacolo per tutta la città, sebbene scritto piccolo, ogni volta che alzava il parabrezza di una macchina per infilarne uno, Wilson non riusciva a trattenersi dal far cadere lo sguardo sul suo nome: era tutto vero e stava succedendo, adesso e a Roma. Quale occasione migliore per prendersi la meritata rivincita su chi non aveva scommesso sul suo talento? Wilson sparse la voce, mandò centinaia di mail, fece decine di telefonate e invitò tutti, amici, nemici, parenti e conoscenti allo spettacolo. Invitò anche la vedova da cui era stato a pensione e, naturalmente, la sua famiglia. A cui recapitò una busta affrancata con una lettera e due biglietti omaggio che fecero molta impressione a casa, soprattutto sulla mamma. Sul babbo meno. Lui, il teatro, non lo capiva. E forse non l’avrebbe capito mai più. «Non mi piace…» ripeteva il padre,«Ma come fai a sapere che non ti piace se non ci sei mai stato…» ribatteva la madre. «Già lo so. Me lo sento!» tagliava corto lui. Alla fine la moglie aveva convinto il marito dicendogli che sarebbe stato uno sgarbo, un’imperdonabile mancanza nei confronti del figlio. Così i genitori, vestiti troppo pesanti per il generoso autunno romano, con un mazzo di fiori e i pesanti cappotti sulle ginocchia, si erano seduti nei posti riservati loro dal figlio in un teatro off della città. Non appena calarono le luci e lo spettacolo ebbe inizio, il marito, che aveva lasciato a casa gli occhiali, strizzò gli occhi per cercare di distinguere meglio uno degli elementi della scenografia, che gli pareva una donna seduta su un cesso. Un cesso. Possibile? Chiese alla moglie. «Fammi sentire!» rispose lei, quantunque nessuno avesse parlato finora. In seguito un gioco di luci e altri dettagli rivelarono inequivocabilmente che si trattava proprio di un cesso. E accanto al cesso c’era una doccia. Una doccia. Possibile che fosse una doccia? Se quello di prima era un cesso, pensò lui, poteva darsi che quella fosse una doccia. Dopodiché, come partorito dal ventre buio delle quinte, uscì una figura magra e nuda che si mise sotto la doccia, da cui usciva un vero getto d’acqua. E il padre a questo punto non si chiese più se fosse possibile che quel ragazzo che si lavava nudo fosse suo figlio, perché aveva già capito che a teatro tutto era possibile.

Anche che l’acqua fosse fredda. E ci mancò poco che il ragazzo non buscasse una polmonite perché dopo lo spettacolo – che ottenne tra l’altro ottime critiche – rimase a letto per una buona settimana con la febbre alta. La madre si riportò a casa quella esile e sciupata figura, gli rifece il letto nella sua cameretta che era rimasta come quando l’aveva lasciata e, come una Madonna avrebbe fatto col suo Cristo deposto, lo accudì e lo nutrì finché non fu ristabilito. Durante la malattia il padre, che covava da un po’ quella domanda, nonostante la moglie lo avesse scoraggiato dal farla, si avvicinò al figlio che giaceva a letto con una pezzuola sulla fronte e gli chiese cosa diavolo rappresentasse quello spettacolo. Wilson con un filo di voce spiegò che si trattava di un lavoro sulla memoria sensoriale: «sulla poetica del corpo e dell’oggetto», disse proprio così, «sull’oscurità dello spazio e la forza del silenzio». Il padre non volle approfondire, attribuendo quelle parole al delirio della febbre. La famiglia sperava che quell’incidente di percorso avrebbe distolto Wilson dal seguitare la carriera d’attore, dimostrando così di sottovalutare quel sano fanatismo che accompagna al successo, o alla disgrazia, ogni vero attore di teatro.

Dal febbrone era passato un anno. Wilson non aveva ricoperto altri ruoli, ma in compenso aveva cambiato tre mestieri. Era stato innanzitutto cameriere, un passaggio quasi obbligato nella carriera di un grande attore. Ma nonostante tutti gli esercizi condotti sul corpo e sul movimento, la sua coordinazione lasciava a desiderare e i troppi piatti rovesciati e le cazziate dei capocamerieri lo avevano indotto presto a cercarsi un altro lavoro. Un amico gli aveva passato un lavoro facile e ben pagato: arbitro di boxe. Si trattava di fare un corso federale e di arbitrare un paio d’incontri a settimana. Un mestiere che gli permetteva di lavorare di sera, ma che non era privo d’inconvenienti. Quando Wilson dovette rinunciare a un’importante scrittura – l’avevano preso come corista in un musical – e fu costretto a passare sei settimane con la cannuccia in bocca, in silenzio, a mangiare omogeneizzati in attesa che si saldasse la frattura della mandibola, apprese due amare leggi: la prima era che la disgrazia di uno può diventare la fortuna di un altro (il corista che lo sostituì fu notato dal potente giudice di un seguitissimo talent show), la seconda era che non esistono lavori facili e ben pagati.

Recuperata totalmente la mobilità della mandibola, per mantenersi Wilson aveva trovato un altro lavoro: il dog sitter. L’ispirazione era venuta vedendo che molti dei suoi giovani amici attori avevano cani, lupetti smilzi e spelacchiati con gli occhi intelligenti, o bastardini di taglia piccola, indolenti ma curiosi. Se i padroni dovevano andare a un provino, o sul set per una rara giornata di lavoro, glieli affidavano volentieri. Scoprendosi inaspettatamente a suo agio con quel nuovo pubblico, che non giudicava né avanzava altre richieste che non fossero una scatoletta di carne e una ciotola d’acqua, Wilson pensò che poteva trasformare quel passatempo in un mestiere. Così aveva messo un annuncio sui giornali gratuiti, aveva sparso la voce nel quartiere e, dopo poco, il telefono si era messo a squillare. Wilson passava le mattinate all’aria aperta, passeggiando per i parchi o marciando alla testa (anzi, a dire il vero erano loro che conducevano il passo) del suo plotone di quadrupedi sui dissestati marciapiedi di Roma. A volte cavava fuori di tasca un libro sul metodo e, seduto su un muricciolo con una sigaretta in bocca, si metteva a studiare accoccolato al sole del mattino proprio come uno dei suoi cani. Altre volte invece, con una busta di plastica in mano, intirizzito dal freddo, attendeva i comodi delle bestie per raccogliere quei doni inaspettati che uscivano dai loro corpi caldi. Una volta la neve era scesa persino a Roma, e i cani erano come impazziti dalla gioia e si erano messi a rincorrersi e rotolarsi per tutto il parco. Anche Wilson aveva partecipato a quell’eccitazione, sentendosi ormai a tutti gli effetti uno del branco. Aveva persino immaginato di rovesciare una panchina, farne una slitta e attaccare il suo tiro di cani che lo avrebbe portato fin nel Klondike, dove avrebbe trovato un filone d’oro e sarebbe diventato così ricco da costruirsi un teatro tutto per sé…

Ormai era qualche mese che faceva il dog sitter e quel lavoro – faceva fatica ad ammetterlo – gli piaceva. Quanto al teatro, non aveva affatto rinunciato al suo sogno di diventare attore, ma aveva trovato un modo alternativo per conciliarlo con la sua nuova attività. I cani che i padroni gli affidavano avevano, come non è difficile immaginare, dei nomi: c’erano i Lillo, gli Artù, i Paco, i Rufus, gli Ulisse, i Victor, i Tito e naturalmente le Zara, le Titti, le Monty, le Guenda, le Flo e via dicendo. Forse proprio perché anche lui era rinato cambiando nome, per il tempo in cui gli animali erano sotto la sua custodia, li ribattezzava a suo piacimento. Ecco allora che al guinzaglio di Wilson un candido samoiedo diventava Stanislavskij (detto Stanis), un’elegante e aristocratica levriera Duse, un vivace cocker spaniel Strasberg (detto Stras), un bastardino buono ma un po’ matto Artaud, un massiccio molosso Brando, e così via. Wilson passava giornate intere in compagnia di grandi attori, veri e propri maestri, discutendo con passione di cinema e teatro, metodo e recitazione. C’era sempre chi tirava da una parte, chi dall’altra, discussioni faticose e sfibranti, che spesso tendevano i guinzagli fino quasi allo strappo, ma poi, bastava cavare qualche biscotto di tasca, e tra attori si poteva sempre trovare un punto di convergenza, un comune terreno d’intesa che andasse ben oltre i confini del parco. A volte Wilson si faceva dare le battute da qualcuno dei suoi colleghi, e riprovava dialoghi, monologhi e poesie. E con una scuola come quella, negli ultimi tempi aveva fatto progressi. Nelle corte giornate d’inverno Wilson tornava a casa spossato, con il fiato fumante che si confondeva con quello dei suoi cani, le braccia indolenzite dai guinzagli, e addosso quella stanchezza soda di chi è soddisfatto di sé. Una sensazione che il teatro, quello vero, non gli aveva mai regalato.

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