Un laboratorio, sette professori, una voce misteriosa

Mi chiese di descrivere il mio orizzonte profondo. Il laboratorio in cui avveniva la pratica si trovava nei sotterranei del centro di ricerca. Dopo i lavori di ristrutturazione voluti dal Collegio direttivo la puzza di umido era scomparsa. Si sentiva un leggero aroma di cannella. Molto diverso dall’odore di cantina dei primi giorni. Un profumo che faceva pensare ai biscotti. Le pareti erano tinteggiate di bianco; nella stanza non c’erano mobili né quadri né piante. Solo uno sgabello di legno, su cui sedevo ogni volta. La voce che mi esaminava veniva dall’altoparlante, in alto a destra. Il protocollo era rigido. Non avevo mai incontrato i Professori. Sette in tutto, quattro uomini e tre donne. E non avevo chiesto di farlo, dato che la liberatoria che mi era stata fatta firmare era molto chiara al riguardo. Vietata qualsiasi interazione fra noi e loro. Ce ne era una di voce che mi piaceva più delle altre. La riconoscevo per via del tono basso, quasi soffiato. Una voce un po’ zelante, ma bella. Immaginavo una dottoressa sui quaranta, stanca o triste o poco convinta dell’esperimento. Erano nove giorni che non sentivo quella voce.

Chiusi gli occhi per concentrarmi. Vedo un palazzo fatiscente, dissi, con delle finestre alte. C’è una ragazza all’angolo. Che nazionalità?, chiese il Professore. Non saprei dirlo, ma ha i capelli biondi, molto fini, e la carnagione chiara. Seguì un breve silenzio. È notte o giorno? Giorno, risposi. Il cielo? Grigio, nuvoloso. Vada avanti. Cominciai a descrivere quello che avevo in testa, stando attento a non tralasciare i dettagli. Il vecchio palazzo era un immobile a quattro piani. Muri scrostati e tapparelle di legno blu, a cui mancavano dei listoni. Le prime tapparelle sulla sinistra avevano venature più scure. La porta principale era aperta. La donna bionda mi fece segno di entrare. Indossava una vestaglia bianca che poteva somigliare a un camice. È un’infermiera?, chiese il Professore. Non ne sono sicuro. Ok, proceda.

Descrissi ogni azione, contesto, persone, stature, forme, linee, fattezze e colori. Chiusi gli occhi. Non che ci fossero distrazioni in quella stanza. Il locale era un quadrato, esatto, vuoto, pulito. Ma certi automatismi fanno fatica a scomparire. Insomma, chiusi gli occhi e ripresi. La donna bionda era rimasta fuori dal mio campo visivo, dietro di me. Varcato l’ingresso del palazzo, vidi un gruppo di bambini. Di che nazionalità? Mista, risposi. Una ragazzina cinese, coi capelli corvino legati in una coda mi venne incontro. Quando sorrise gli occhi scomparvero in due fessure. La presi per mano e mi lasciai guidare in un corridoio dal soffitto basso. Il fatto che sia cinese la mette a disagio? Assolutamente no, feci d’un fiato, seminando una strana enfasi nella risposta. Il Professore mi ordinò di continuare. C’è un’aula vuota, dissi, una dozzina di banchi, disposti in tre file, una cattedra e una lavagna verde. Ai muri sono appesi dei disegni, case col tetto a punta su prati sabbiosi sotto a cieli azzurri. Azzurri, cobalto, zaffiro, celesti, ciano…? Blu di Persia, lo interruppi. Sono cieli scuri, notturni. Nessuna scritta? Non riesco a leggere. Si sforzi, mi fece. Strizzai le palpebre e vidi me che mi appoggiavo alla parete. Poi la prospettiva della mia nuca e, al di là, uno scampolo di muro… in quel momento persi il contatto col mio orizzonte profondo.

Sta bene?, domandò la voce. Erano giorni che lavoravo con lo stesso Professore. Doveva essere un uomo sui sessanta. Aveva un tono monotono. Parlava lentamente, come se ogni frase nascesse da una strategia. È libero di sospendere il protocollo in qualsiasi momento, disse. Lo ripetevano tutti, forse perché erano obbligati a farlo. Lo stato di iper-veglia che le abbiamo indotto dovrebbe rimuovere ogni perdita di attenzione e potenziare la memoria. L’inibizione della fase appetiva consente di gestire le oscillazioni della coscienza, l’incognita della mutevolezza che un uomo nelle sue normali facoltà… so tutto, lo incalzai. Avevo sentito quel discorso mille volte, quando mi era stato spiegato il progetto, al momento della firma e durante il tirocinio. Nelle grandi scoperte si deve procedere a piccoli passi, disse. Immagini un mondo in cui è possibile avvicinare il margine d’errore umano allo zero. Immagini il controllo che si potrebbe esercitare su… Lo stoppai. Gli avevo sentito dire anche quello. Che fine ha fatto lei?, chiesi. Il Professore non rispose. E quando lo fece sembrò celare un rimprovero. Non so a chi si riferisca, disse. Ora vada, ci vediamo domani alla stessa ora.

La stanza in cui avveniva la pratica affacciava su un corridoio striminzito. Lo percorsi fino all’ascensore. Il clobazam ovattava ogni forma d’angoscia. Non c’era dolore, ma il presentimento di un dolore che avrei potuto provare. Passai in sala proiezioni. Dovevo accumulare le immagini con cui formare il mio orizzonte profondo per il giorno dopo. Un’oretta, non di più. Poi avrei fatto la spesa e sarei tornato a casa. Dopo il divorzio capitava di rado che cenassi insieme a qualcuno. Ma non mi dispiaceva mangiare sul divano, in pigiama. Sparecchiare di mattina, dopo aver messo la moka sul fuoco.

Il proiettore funzionava dalle ore 8,00 alle 18,00. I filmati di quel giorno si concentravano su una serie di animali. Registrai tutto con cura, recuperai il cappotto dal mio armadietto e andai via. Non potevo sentire la mancanza di una donna che non avevo mai incontrato, se non attraverso una voce. La dottoressa… il mio era un eccesso di fantasia. Un eccesso che mi infastidiva.

Alcuni stimoli, seppure infinitesimali, possono essere rielaborati a posteriori fino a trasformarsi in impressioni persistenti. Concentrati su altro, mi dissi. Cosa mangiare a cena. Non sapevo che aspetto avesse quella donna. Non conoscevo il ben che minimo dettaglio della sua vita. Bastava un timbro soffiato, la lieve incrinatura della voce quando voleva interrompermi, l’inflessione cauta e bonaria, (equivoca?), punti di domanda che somigliavano a virgole, come se volesse sempre aggiungere altro. Bastava quello, davvero? La mancanza di stimoli sociali può indurre a una dominanza parasimpatica e relativa sincronizzazione corticale, pensai. All’ingresso una dottoressa coi capelli lisci, statura media e corporatura esile, si affiancò a me prima di sorpassarmi. Stava parlando al telefono. Feci in tempo a sentire un ciao, veloce, a tono basso. Scegliere di rispettare il protocollo. Razionalizzare. Moderare le distrazioni.

Lei non si accorse di me. Fuori dall’edificio, attraversò la strada e si perse in uno dei vicoli sulla destra. Qualcosa mi impedì di voltarmi nella direzione opposta. Nel seguirla, mantenni una distanza di tre metri. Scoprii che la donna viveva in un palazzo moderno, intonacato di rosso. Dopo essere sparita dietro al portone di ferro, si accese una luce al secondo piano. Decisi di tornare a casa. Rimasi a spiare la sua sagoma. Fece avanti e indietro un paio di volte, ma non scomparve. Ero esausto, l’effetto dei farmaci stava svanendo. Più che al margine, mi sentivo immerso nei miei errori fino al collo. Stavo trasgredendo almeno a una dozzina di clausole del contratto. Distaccarmi dall’universo fisico immediato e obbligarmi negli stretti limiti della ratio. Pensai a questo.

Ma la vidi avvicinarsi alla finestra. Appoggiò una mano sul vetro, come per creare un contatto. Aveva una faccia tonda, il naso piccolo e occhi molto allungati. Poteva sembrare mediorientale se non fosse stata così pallida. Mi guardò con un’espressione che non seppi decifrare. Restammo a fissarci. Sorrise. C’era solo lei, mezzo busto di donna, sbiadito dal riflesso del sole sopra al vetro.

Tornai a casa che era sera tarda. Strade, macchine, persone, alberi, palazzi. Di colpo mi sembrò tutto anonimo. La mente ama l’ignoto, mi dissi. Il giorno dopo lavorai con una voce nuova. Una voce maschile, alta e precisa. Fu un sollievo.

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