Cronache quotidiane da una famiglia allargata.
Un racconto di Sandro Veronesi (dall'archivio di IL)

D. ha due figli, Kevin, di undici anni, e Eden, di sette. Poiché il loro padre è un elemento alquanto inaffidabile, io e D., quando ci siamo messi insieme, non siamo stati lì a giocare a nascondino: sono subito comparso nella loro vita, e i bambini si sono subito affezionati a me – anche se, come ho detto prima, continuo a vivere per conto mio insieme a mia figlia. Un giorno, quando Kevin aveva nove anni, e io stavo con sua madre da uno, la sua classe andò in gita alla reggia di Caserta. Quella mattina D. aveva la febbre alta, e perciò fui io ad accompagnare il bambino di fronte alla scuola elementare dove c’era il raduno per la partenza. Sua madre gli aveva dato dietro uno zainetto con il pranzo al sacco – due panini con le cotolette, una mela, una lattina di Fanta – e una piccola macchina fotografica digitale. Era una brutta mattina d’inverno, grigia e umida, di quelle che a Roma sono assai rare, e la giornata non  si annunciava certo ideale per una gita. Una delle maestre accompagnatrici mi chiese il numero di telefono da chiamare per qualsiasi eventualità, e io le diedi il mio, perché non ricordavo, né tuttora ricordo, quello di D. È il numero che chiamo più spesso, ma lo faccio sempre dal cellulare e il risultato è che non l’ho mai imparato a memoria.

Avevo una giornata piena di impegni, nessuno dei quali particolarmente emozionante – pratiche automobilistiche, dentista, colloquio coi professori di mia figlia Claudia –, ma poiché D. era a letto con l’influenza mi ero accollato anche il corso di nuoto di Eden e, alle sette e mezza, il recupero di Kevin al ritorno dalla gita. Dato che Claudia non si è mai mostrata entusiasta di stare con D. – un problema tuttora attivo –, questi impegni extra avevano comportato la sua sistemazione a casa della sua amica Fabiola per la cena, e un’estenuante trattativa con lei che a quel punto voleva restarci anche a dormire, mentre io desideravo che tornasse a casa. Non ho mai visto di buon occhio il fatto che Claudia rimanesse a dormire dalle amiche, soprattutto di quelle, come appunto Fabiola, che i genitori lasciavano spesso da sole; ma quel giorno cedetti, perché con tutti quegli impegni la giornata si era complicata parecchio. Inoltre, avrei potuto dormire da D., che era ammalata, e prendermi cura di lei.

Mentre stavo riaccompagnando Eden a casa dopo la piscina ricevetti una telefonata da un numero anonimo. Una voce maschile mi chiese se ero il padre di Negretti Kevin e io, d’istinto, risposi di sì. Il fatto è che l’associazione tra il numero anonimo e il nome del bambino pronunciato in quel modo, col cognome davanti, aveva generato ciò che normalmente si chiama brutto presentimento, insieme all’istantanea consapevolezza che, con la madre a letto malata e il vero padre nelle condizioni che sapevo (proprio pochi giorni prima aveva tentato di sfondare con la macchina lo sportello Equitalia di Ostia), quello che stava per essere detto doveva essere detto a me. E quel che stava per essere detto era che il pullman su cui viaggiava Kevin aveva avuto un incidente e io ero pregato di recarmi al più presto all’ospedale di Valmontone, a poche centinaia di metri dall’omonima uscita dell’autostrada A1. Provai a chiedere maggiori informazioni, ma poiché accanto avevo Eden, che è una bambina sveglissima, evitai di pronunciare tutte le parole che avrebbero potuto farle capire di cosa si trattava – e in quel modo, formulando solo poche domande neutre, non ebbi nessuna risposta che potesse aiutarmi a farmi un’idea della gravità della situazione. In ogni caso non credo che l’uomo me ne avrebbe date, poiché dava l’impressione di non saperlo nemmeno lui. Dunque dovevo semplicemente correre in quell’ospedale e là avrei saputo tutto quel che c’era da sapere.

Riaccompagnai Eden a casa, sforzandomi di non far trapelare l’angoscia che mi attanagliava. D. aveva ancora trentanove di febbre e non era certo in condizioni di venire con me, né c’era ragione di dirle nulla, per il momento. In casa era rimasta la signora Rita, che sbrigava le faccende e badava ai bambini quando uscivamo, e io mi raccomandai che non la facesse alzare dal letto, poi uscii dicendo che andavo a prendere Kevin – il che era vero, in un certo senso – e mi misi a correre come un forsennato verso l’ospedale di Valmontone. Accesi la radio, e al notiziario regionale, mentre facevo lo slalom nel traffico che a quell’ora intasa il Grande Raccordo Anulare, diedero la notizia: un pullman pieno di bambini era uscito di strada alle porte di Roma e si era rovesciato; c’erano almeno una decina di morti e una trentina di feriti – dissero così, e a me parve indecente –, ma ancora non si disponeva di cifre più precise; i feriti più gravi erano stati trasportati con gli elicotteri in vari ospedali della capitale; l’autostrada A1 era stata chiusa al casello di Colleferro nella carreggiata nord e a quello di Valmontone in quella sud. Fine.

Mentre cercavo altre informazioni sulle radio locali o su quella della Società Autostrade, il mio cervello cominciò a vorticare alla ricerca di un epilogo accettabile da assegnare a tutta la faccenda – cioè di una speranza, di una pura e semplice speranza. Poiché mi avevano convocato a Valmontone, pensavo, Kevin non poteva essere tra i feriti gravi, che erano stati trasportati a Roma. Cercai di far mente locale su quanti erano, quella mattina, i bambini che salivano sul pullman salutando i genitori con la mano: più erano e più speranza c’era. Ma un pullman non può portare più di sessanta persone, pensai, se non è a due piani – e quello non era a due piani. Una decina più una trentina faceva una quarantina, e dunque, se sul pullman i bambini fossero stati sessanta, i superstiti dovevano essere una ventina… E così via, in un turbine di pensieri e retropensieri che s’interrompeva solo quando trovavo un notiziario sull’autoradio: ma arrivavo sempre tardi, sulle notizie secondarie, e tutto ciò che riuscivo a intercettare era al massimo un cenno finale alla “tragedia di Valmontone”, riguardo alla quale i radiogiornali si ripromettevano di fornire aggiornamenti non appena ce ne fossero stati. E così, mentre ricominciavo la ricerca di un nuovo notiziario su una nuova stazione, ricominciava il vortice dei pensieri per tentare di rimanere ottimista. Poiché Kevin non era tra i feriti gravi pensai che anche delle ferite lievi, dopotutto, in quella che veniva definita una tragedia, potevano risultare accettabili. Dovevano pur esserci, pensai, dei feriti non gravi. Ma bisognava anche intendersi su cosa significava “gravi” e “non gravi”: un braccio rotto era grave? No. Ma due braccia rotte, per dire? Finché, mentre il traffico si faceva sempre più compatto e impenetrabile, e tutte le mie elucubrazioni continuavano a produrre il risultato esattamente contrario a quello desiderato, vale a dire un plumbeo e soffocante senso di irreparabilità, un pensiero di una disarmante oscenità spuntò all’improvviso nella mia mente e – quello sì – mi tranquillizzò: Kevin non era mio figlio.

Mi resi conto che quello che provavo pensando a ciò che poteva essergli capitato, pur con tutto il bene che volevo a lui, a sua madre e a sua sorella, non era dolore, era pena: una pena infinita, certo, con un’infinità di diramazioni che si spingevano nel futuro e, nel caso peggiore, lo deformavano plasticamente – di certo investendo e coinvolgendo anche me, ma senza arrivare ad annichilire la mia stessa capacità di concepirlo, il futuro, come sarebbe stato se al mio posto ci fosse stata D., o se al posto di Kevin ci fosse stata Claudia. Telefonai immediatamente a Claudia e il semplice fatto di sentire la sua voce svagata, che rispondeva a monosillabi perché probabilmente stava gingillandosi su Facebook insieme alla sua amica, produsse in me un sollievo risolutivo. L’effetto benefico di questa constatazione mi scioccò, dato che appariva di un egoismo inaccettabile, ma non poteva esser negato poiché di colpo, così angosciato com’ero, mi aveva fatto sentire molto meglio.

Così – preoccupato, in pena, ma non più sconvolto – mi presentai al pronto soccorso di quell’ospedale, dove si affollava un piccolo capannello di genitori – loro sì sconvolti. La madre di Sebastian, un amichetto di Kevin, con la quale quella mattina avevo scambiato qualche parola riguardo all’idea bizzarra di organizzare una gita in inverno e non in primavera, mi venne subito incontro, lamentando che ci avevano fatto venire fin lì e poi non ci dicevano niente. Era una donna bassa, giovane e piuttosto in carne, che D. conosceva abbastanza bene e anch’io avevo visto altre volte; di lei sapevo che era separata da molti anni e che faceva l’avvocato – e per questa ragione, suppongo, era sempre truccata e vestita con tailleur aderenti e scarpe col tacco. Io avanzavo verso il punto in cui si addensavano gli altri genitori e lei continuava a trotterellarmi accanto ripetendo che era inutile chiedere, che non dicevano nulla e che era un’indecenza. La sensazione d’essere un uomo fortunato crebbe mentre, ignorando le sue parole, riuscivo a presentarmi davanti a un’infermiera che fronteggiava i genitori: teneva un foglio in mano, e i genitori volevano sapere cosa c’era scritto, oppure le sparavano contro i nomi dei propri figli, azioni che però non producevano in lei nessuna reazione. Poco dietro c’erano due carabinieri giovanissimi e molto imbarazzati, che non facevano nulla e non aprivano bocca. Colsi la prima occasione di contatto visivo con l’infermiera per chiedere notizie, mentre la madre di Sebastian continuava a farmi cenno che era inutile, perché non mi avrebbero detto niente. Invece, appena pronunciai il nome del bambino – Negretti Kevin, col cognome davanti, come pensai dovesse essere scritto su quel foglio, qualsiasi cosa significasse esser scritti su quel foglio – l’infermiera mi squadrò e mi disse di seguirla. Lasciò gli altri a protestare e mi portò con sé. La mamma di Sebastian rimase sbalordita, e l’ultima immagine che ho di lei la ritrae con la mano davanti alla bocca, stupefatta ma anche atterrita, come se avesse capito di colpo cosa significava il silenzio che le era stato riservato.

L’infermiera mi accompagnò nella stanza della Polizia di Stato dove per prima cosa vidi Kevin, seduto, con un cerotto sullo zigomo ma per il resto apparentemente illeso; poi vidi altri tre bambini che non conoscevo, due maschi e una femmina, anch’essi illesi; e poi ancora un poliziotto, una poliziotta, un medico con lo stetoscopio intorno al collo e un altro col camice sbottonato. Non appena mi vide Kevin mi saltò addosso e si mise a piangere, mentre il dottore con lo stetoscopio mi diceva che il bambino stava bene, a parte naturalmente lo shock e un taglietto sullo zigomo che non aveva richiesto punti di sutura. Anche se sapeva di stare restituendo la voglia di vivere a un uomo – come del resto anche l’infermiera dell’accettazione, credeva che io fossi il padre di Kevin –, non aveva l’aria per nulla contenta, e questo mi diede un’esatta cognizione della tragedia che si era consumata. Capii che quei quattro bambini erano gli unici che quella sera tornavano a casa.

«Lei è un uomo fortunato», mormorò, e io riuscii a guardarlo negli occhi senza la vergogna che probabilmente avrei provato, insieme alla felicità, se fossi stato davvero il padre di Kevin – quella l’avevo già provata in macchina, poco prima, sollevandomi al pensiero di non esserlo. Mi vennero dati dei fogli da firmare per la dimissione e il dottore col camice sbottonato, che si rivelò essere lo psichiatra di turno, mi trasse di lato raccomandandomi di portare l’indomani stesso il bambino dal pediatra per concordare con lui la struttura presso la quale avrebbe dovuto ricevere assistenza allo scopo di superare il grave trauma che aveva subito. Si sincerò più volte che avessi capito che si trattava di una prescrizione vera e propria, e mi mostrò, in uno dei fogli che avevo firmato, che era stata messa bene in chiaro per iscritto. Si raccomandò anche che non gli facessi domande sull’accaduto e a questo proposito, proprio per evitargli d’essere assalito dai genitori dei suoi amichetti meno fortunati – disse così, anche lui – che aspettavano notizie al pronto soccorso, fummo pilotati dalla poliziotta verso un’uscita secondaria, dalla quale scivolammo via senza incontrare nessuno.

Erano le nove e mezza: Sebastian era già morto da tre ore, e insieme a lui erano morti o stavano morendo altri 8 bambini, mentre gli altri 28 – in totale erano 41 – erano già stati tutti trasportati nei grandi ospedali di Roma. Erano morti anche l’autista ed entrambe le maestre accompagnatrici – inclusa quella che aveva preso il mio numero quella mattina. Proprio sulla sua lista era stato trovato il mio numero a fianco del nome di Kevin, e per questo avevano telefonato a me, anche se non si è mai arrivati a capire chi, materialmente, avesse fatto quella telefonata.

Obbedendo alla raccomandazione che avevo ricevuto, durante il ritorno a casa non feci nessuna domanda al bambino, che conti-nuava a piangere sommessamente: ritenendo tuttavia che anche restare in silenzio fosse poco opportuno, cercai di distrarlo raccontandogli la cosa più bella e fortunata che mi fosse capitata nella vita, che in quel momento – non so perché, ero confuso anch’io – individuai nel ricordo di una remota serata d’estate passata insieme a mia figlia al luna park, quando per qualche ragione non la smettevamo più di vincere ai dischi volanti: due, tre, cinque, dieci volte di fila, sempre noi due soli lassù nel vento caldo e tutti gli altri che cadevano a uno a uno sotto di noi, tanto che alla fine ci eravamo addirittura stufati e avevamo lasciato il nostro disco senza avere mai perso. Non credo che Kevin sia stato travolto dal mio racconto, ma almeno smise di piangere – salvo ricominciare, però, e di brutto, quando entrammo in casa. Saltò fuori che a farlo disperare era il fatto di avere perso lo zainetto con dentro la macchina fotografica digitale, a proposito della quale il giorno prima c’era stata una lunga discussione con sua madre – lui intendeva portarsela dietro ma lei non voleva perché era convinta che l’avrebbe persa –, e che quella mattina, approfittando del fatto che D. era a letto con la febbre e che io non sapevo niente, aveva infilato di soppiatto nello zaino. Ci sono voluti mesi di terapia perché Kevin smettesse di parlare di quella macchina fotografica e arrivasse a menzionare l’incidente, riguardo al quale però non si è mai arrivati a capire cosa ricordi e cosa abbia rimosso.

Ma il punto non è questo. Il punto, per me, rimane il sollievo provato nel momento sbagliato, e cioè non quando il dottore mi ha riconsegnato Kevin sano e salvo bensì un’ora prima, quando ero ancora in macchina e tutto lasciava presagire che una tragedia potesse averlo inghiottito e mi sono sentito così fortunato al pensiero che non fosse figlio mio. Un piccolo orrendo segreto che mi accompagna per ricordarmi quanto esagerato e violento possa diventare l’amore dei genitori per i propri figli – senza che questo serva a generare più felicità quando le cose vanno bene, mentre semina una quantità assolutamente spropositata di dolore quando vanno male. Qualcosa che ha a che fare con quel bisogno di cercare un giusto limite alle cose – a tutte le cose – su cui, a quasi cinquant’anni, e con una famiglia ormai ridotta ai minimi termini, mi sto sforzando di meditare.

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