Riflettori accesi su Rio 2016: si aprono i XXXI Giochi olimpici. Le gare durano fino al 21 agosto. Ma sono soprattutto gli atleti a farci emozionare con le loro storie. Ne abbiamo scelte alcune da raccontare

Jessica Ennis-Hill

Eptathlon, Gran Bretagna

L’avevamo lasciata sorridente a Londra 2012, campionessa olimpica nella sua specialità e simbolo d’orgoglio di una nazione. Il padre giamaicano e la madre assistente sociale del Derbyshire le avevano dato accesso al cuore più meticcio della gente. Le sirene della Brexit erano lontane. E poi la sua gara, così difficile da capire per il tifoso della domenica: 7 discipline atletiche, 3 giorni di sfide, un risultato a punti. Una maratona d’altri tempi, con le atlete novelle “wonder women”. Dopo Londra Jessica si è sposata ed è diventata mamma: Reggie è nato nel luglio 2014, l’anno dopo lei era di nuovo in pista, giusto per vincere l’oro ai mondiali di Pechino, sempre nell’eptathlon. Oggi ha trent’anni: provaci ancora Jessica.

LaPresse

Allyson Felix

400 metri, Usa

All’inizio la chiamavano “Chicken Legs” per quel suo fisico mingherlino. L’onda lunga era quella delle strabordanti giamaicane e del fantasma mai scacchiato di Marion Jones. Ma lei a 18 anni, ad Atene 2004, vince l’argento olimpico sui 200 dietro a Veronica Campbell, Giamaica. E ai mondiali di Helsinki l’anno dopo si laurea iridata: è il primo di tre titoli sulla distanza. Il mondo ha una nuova velocista, che non decolla mai veramente sui 100 m, ma si concentra sullo sprint cerebrale, quello dei 200, per poi arrivare ai 400: vince il giro veloce ai mondiali di Pechino 2015, per la prima volta. Allyson compie 30 anni e si affaccia al 2016 col sogno di portarsi a casa i 200 e i 400, come un certo Michael Johnson. Gli organizzatori di Rio modificano la scaletta delle gare per permetterle di correre entrambe. Ma lei agli spietati Trials americani fallisce l’appuntamento coi 200 per un soffio. L’aspettiamo sui 400.

LaPresse

Osea Kolinisau

Rugby a 7, Fiji

Il rugby a sette debutta ai Giochi olimpici. Lo stesso gioco, ma a quindici, era stato un pallino di Pierre de Coubertin, che l’aveva voluto dal 1900 al 1924. È uno sport nuovo che spalanca le porte per una probabile medaglia, possibilmente d’oro, a una delle nazioni più piccole del mondo (ma con 900mila abitanti: tre volte quelli dell’Islanda): le isole Fiji. Con 13 partecipazioni olimpiche in saccoccia, finora hanno raccolto zero titoli. In Brasile arrivano gasati perché l’anno scorso hanno vinto le World Rugby Sevens Series, regolando Sudafrica, Nuova Zelanda, Australia, che ritroveranno a Rio. Osea Kolinisau, 30 anni, è il capitano della compagine maschile, nonché portabandiera alla cerimonia d’apertura.

AFP

Jillion Potter

Rugby a 7, Usa

Nel 2010, durante una partita della Coppa del mondo, Jillion rimane schiacciata sotto due avversarie, e non si rialza. La diagnosi: lesione spinale. Si rompe letteralmente il collo. Ma con l’aiuto di una squadra di bravi chirurghi si rimette in piedi e anzi, torna a lottare nello sport di contatto che l’aveva stregata all’università. Nel 2011 conosce Carol, che diventa sua moglie. Poi tre anni fa scopre di avere il cancro: arcoma sinoviale al terzo stadio. Chemioterapie, controlli, visite. Oggi tutto questo è solo una storia da raccontare. Jillion Potter, la sopravvissuta, la supereroina come la dipingono sui social, a 31 anni è la capitana della squadra femminile Usa di rugby a sette. La sua favola finisce a Rio per ricominciare.

AFP

Kirani James

400 metri, Grenada

La piccola isola caraibica (poco più di 100mila abitanti) non aveva mai vinto una medaglia olimpica, tanto meno d’oro. Kirani James l’ha conquistata nei 400 metri a Londra 2012, quando non aveva ancora 20 anni (e l’anno prima l’aveva vinta ai mondiali di Daegu 2011). Facile capire come sia diventato un eroe nazionale. L’anno scorso è finito solo terzo ai mondiali di Pechino 2015 dietro ai nuovi fenomeni Wayde van Niekerk (Sudafrica) e LaShawn Merritt (Usa), capaci di registrare in quella gara il quarto e il sesto tempo di sempre. Ma la migliore prestazione stagionale, quest’anno, è ancora di James. Forza Grenada.

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Ibtihaj Muhammad

Sciabola, Usa

È la prima atleta americana a gareggiare alle Olimpiadi con il hijab, il velo a coprire la testa. È finita seconda dietro a Michael Phelps nel sondaggio interno tra i 500 atleti Usa per decidere chi sarebbe stato il loro portabandiera al Maracanà. Nata e cresciuta in New Jersey, 30 anni, Ibtihaj è alla sua prima Olimpiade. Non può certo vantare il palmares di Phelps (nessuno lo può, perché nessuno ha mai vinto 18 ori olimpici), ma in tempi come quelli attuali è subito diventata un simbolo che esce dai confini del mondo dello sport. E, come la storia insegna, non c’è posto migliore per i simboli che calcare la pedana olimpica.

AFP

Laurie Hernandez

Ginnastica artistica, Usa

Gabby Douglas è stata una delle star di Londra 2012: prima ginnasta afroamericana a vincere l’oro nel concorso generale. Poi è arrivata l’altra “black sister”, ginnasta fenomenale: Simone Biles tre titoli mondiali consecutivi. Gabby (21 anni) e Simone (19) fanno parte del dream team della ginnastica americana alle Olimpiadi. Con loro c’è anche Laurie Hernandez, 16 anni appena compiuti, seconda per un punto (dietro immancabilmente a Simone) nel concorso individuale ai Trials americani, dove conquista i punteggi più alti alla trave e al corpo libero. Le “black sisters” sono avvisate.

AFP

Yusra Mardini

Nuoto, Siria (nazionale rifugiati)

È la portabandiera della squadra dei rifugiati, gli atleti che, per la prima volta, gareggiano sotto le insegne dei Cinque cerchi senza simboli di appartenenza ai loro Paesi originari. Yusra ha 18 anni, è fuggita dalla Siria, da Damasco, attraverso la Turchia, ha fatto naufragio con la famiglia nell’Egeo e ha nuotato fino all’isola di Lesbo. Oggi vive a Berlino e l’avventura a Rio – dopo una partecipazione ai mondiali di Istanbul 2012 – è un sogno che si avvera. Con lei anche atleti del Sud Sudan, dell’Etiopia, della Repubblica Democratica del Congo.

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Neymar

Calcio, Brasile

Di solito non si tifa per le superstar, non ne hanno bisogno. Ma l’ultima immagine che abbiamo nella testa di Neymar, 24 anni, con la maglia del Brasile, sono gli spasmi di dolore dopo il colpo di Zuniga nel quarto di finale ai mondiali in casa due anni fa. Prima dell’umiliazione del 7 a 1 con la Germania davanti a un’intera nazione in lacrime. La seleçao ha perso le tre ultime finali dei Giochi a cui è arrivata (l’ultima a Londra 2012 contro il Messico). Ora è tornata nella culla del futebol, pur nell’edizione olimpica con solo tre giocatori over 23: è comunque l’ora della rivincita.

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Jahvid Best

100 metri, Santa Lucia

Corre veloce, Jahvid, alle superiori. Incerto su quale strada prendere, se atletica o football, sceglie naturalmente quella della gloria e dei soldi. Così nel 2010 si dichiara eleggibile al draft e viene selezionato dai Detroit Lions. Ruolo: running back, quello che in campo prende più botte di tutti. Stipendio: 10 milioni per 5 anni. È il sogno di ogni ragazzo americano. Poi, purtroppo, inizia una storia di commozioni cerebrali e disturbi cognitivi che ne stroncano la carriera. Nel 2013 i Lions lo salutano, addio football a 24 anni. Jahvid non si scoraggia e comincia ad allenarsi sulle piste di atletica e quest’anno stacca il biglietto per Rio: farà parte della nazionale dell’isola caraibica di Santa Lucia, da cui è originario suo padre. Non avrà chance di medaglia, ma tifiamo per lui. Incontrerà in Brasile un altro giocatore di Nfl: Nate Ebner, safety dei New England Patriots, capitano della squadra Usa di rugby a 7.

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