Flavio vide sua moglie ciccare due volte nel posacenere e Carsten che le sorrideva. Gli si gelò il sangue. Senza più pensare alle carte, aspettò che la mano finisse. Scoprì la sua scala mancata, poi fu il turno Mr Pain, poi di Carsten, infine di Alberta: doppia coppia.
Un racconto di Veronica Raimo da un Fiction Issue di IL

«Finalmente non si apparecchia per una cena!» disse Alberta mentre stendeva sul tavolino del salone il panno verde che aveva comprato per l’occasione. Osservò la stanza e le sembrò tutta sbagliata, non c’erano colori ma soltanto idee di colori: malva, glicine, ruggine, tanto che quella chiazza di effettivo verde le parve la prima presenza reale a fare il suo ingresso in salone. La tappezzeria amaranto che ricopriva i divani le metteva un «senso di spossatezza», come riferì a Flavio ribadendo che non apprezzava l’ingerenza di sua suocera nell’arredamento di casa.

«Se ti ha stancato la fodera del divano» disse Flavio, «cambiala».

«Non ho detto che mi ha stancato. Ho detto che è stancante. Tutta questa casa è stancante. Ingombra la mente, mi spossa».

Flavio non si era mai curato dell’arredamento di casa, faceva parte del pacchetto ereditato dai genitori: il padre si era occupato della compravendita dell’immobile, la madre delle finiture. Lui era diventato il proprietario dell’appartamento e Alberta era diventata sua moglie. Per cui non sapeva come reagire all’accusa di spossatezza che era appena stata rivolta al salone, non sapeva nemmeno che parti prendere: quelle di sua madre, quelle di Alberta o quelle del salone?

«Dobbiamo sbarazzarci di ogni cosa» disse Alberta come còlta da un raptus improvviso, «immediatamente!». E si avventò sulla stoffa del divano tirandola via da lì per strapparla in due pezzi. Poi passò alle tende. Si arrampicò sul davanzale interno della finestra, smontò il bastone e buttò tutto a terra. Eliminò le sedie imbottite e le rimpiazzò con quelle di legno smaltato della cucina. Flavio che era rimasto seduto sulla poltrona si alzò con accondiscendenza quando vide Alberta dirigersi verso di lui, ma ora i piani erano diventati più arditi.

«Non deve rimanere nulla» disse lei. Con l’aiuto del marito trascinò fuori dal salone la poltrona, la credenza, il tavolo grande, i tappeti, il lampadario, e alla fine anche il divano rimasto orfano di fodera, lasciò solo il tavolino con il panno verde, quattro sedie, la libreria troppo pesante da spostare e il mobiletto degli alcolici, dove piazzò una abatjour non prima di avervi tolto il paralume.

«Proviamo a sederci» propose «e vediamo che effetto fa».

Si accomodarono uno di fronte all’altra squadrandosi sospettosi. Poi Alberta disse:

«E se ci mettessimo d’accordo?»

«D’accordo su cosa?» chiese Flavio.

«D’accordo sui segni»

«Che segni?»

«I segni per le carte» rispose Alberta, allo stesso tempo meditativa ed eccitata. «Che ne so, se ho una doppia coppia cicco due volte nel posacenere, se ho un tris mi tocco un orecchio…»

«Cioè» chiese Flavio, «mi stai proponendo di barare?»

«No, ti sto proponendo di inventare un sistema di segni e vedere se funziona»

«Vuoi invitare due persone a giocare a casa tua e provare a fregarli?»

«Prendila piuttosto come un’alleanza fra di noi…»

«Io non ho mai barato in vita mia e non ho intenzione di iniziare oggi».

Flavio sapeva di aver detto una frase importante, ma la sua voce era molto al di sotto delle aspettative, e quando si alzò di scatto dal tavolo perché non aveva idea di cos’altro aggiungere, avvertì una fitta all’altezza del petto. Un dolore acutissimo che poteva avere origine da cause incompatibili fra loro: la prima era che Alberta l’avesse deluso con quella proposta immorale; la seconda, che lui avesse appena rinunciato all’unica richiesta di complicità che la moglie gli avesse mai fatto. La fitta era lì, statica, non gli dava alcun indizio su quale delle due cause scegliere, e la mancanza di mobilia nel salone non faceva che acuire i suoi spasmi. Rimpianse la sua poltrona e pensò che soffrire in piedi era peggio che da seduti.

La discussione sul barare a carte, o come diceva Alberta, «inventare un sistema di segni», non ebbe seguito. Lei andò a prepararsi in camera da letto invasa dai mobili in esilio. Decise di mettersi un abito da sera. Un vestito lungo che le scopriva tutta la schiena e le faceva risaltare le scapole. Si fece un’acconciatura alla Veronica Lake e fu sorpresa di quanto il suo viso cambiasse con i capelli pettinati, poi si divertì a scivolare con le scarpine da ballo da una parte all’altra del salone, ora che non c’erano più ostacoli in mezzo. Dopo aver finito di fare su e giù per il salone, si versò un gin e andò a berselo in terrazza, pensando a come fosse semplice essere impeccabili. Guardò la città da lì, impeccabile quanto lei, e buttò giù il gin alla svelta, già stufa di quel momento.

Quando suonarono alla porta andò ad aprire Flavio, e prima ancora che Carsten gli stringesse la mano, Flavio riconobbe nei suoi occhi lo stesso sguardo impietoso di Alberta, uno sguardo che richiedeva attenzione ma nello stesso tempo manteneva le distanze. Per il resto era un ragazzo esile, non troppo alto, non immediatamente appariscente, eppure mentre Flavio accompagnava i due ospiti verso il tavolo da gioco, avvertì un’inquietudine sospetta. Non era mai stato abituato a fare i conti con la bellezza maschile, al pari dell’arredamento della sua casa non sapeva come giudicarla, ma nemmeno come riconoscerla. Nel tragitto verso il salone, diventato d’un tratto estenuante, Flavio si ritrovò avaro di parole e prodigo di sguardi. Il corpo del ragazzo arrivava scandito in informazioni parziali, ma la sensazione di disagio non faceva che diventare più opprimente mano a mano che il salone si avvicinava. Lo stato di penombra non si esaurì con la fine del corridoio, visto che la sola lampada accesa era l’abatjour. Alberta era rimasta ad aspettare lì, poco distante da quell’unico cerchio di luce. Flavio maledisse la nuova smania crepuscolare della moglie, che bisogno c’era di aggiungere altra oscurità a una serata già abbastanza indecifrabile? In fondo non chiedeva molto, voleva soltanto capire che aspetto avesse Carsten e non gli sarebbe nemmeno dispiaciuto vedere la faccia di Alberta mentre si avvicinava ai due ospiti, e quella dei due ospiti mentre si concentravano sullo scollo di sua moglie che le precipitava fino al sedere.

Carsten si presentò e commentò l’eleganza di Alberta definendo inebriante il suo vestito, lei arrossì lievemente, per quanto protetta dal buio, ma il sottile cambio d’espressione non sfuggì a Flavio, che si chiedeva perché mai sua moglie dovesse imbarazzarsi per la propria eleganza mentre se ne era allegramente fregata il giorno del suo matrimonio presentandosi come una stracciona. Uno dei tanti quesiti che sarebbe rimasto sospeso nel chiaroscuro di quella serata, dove qualsiasi domanda sembrava destinata a infilarsi nel vicolo cieco di una vita emotiva clandestina. Carsten e Mr Pain avevano portato una bottiglia di whisky dolciastro dell’Iowa, certi che non avrebbero mai potuto competere con i vini che giravano in casa Falsini. E pensare che Flavio aveva sempre trovato insopportabile l’abitudine del padre di offrire da bere agli ospiti come se quelli dovessero costantemente sentirsi in debito per ciò che stavano bevendo, e ora si rendeva conto che quell’abitudine era arrivata fino a lui come un carattere genetico dominante. Non solo, le volte che qualcuno si era presentato a casa sua con una bottiglia scadente, si era sempre premurato di toglierla dalla circolazione senza dare nell’occhio per evitare che venisse aperta nel corso della serata; poi, la mattina dopo la gettava nell’immondizia come fosse un uovo marcio. Sul whisky dell’Iowa, con due contadinotti sorridenti che gli strizzavano l’occhio dall’etichetta, non voleva nemmeno esprimersi. Ad ogni modo, prima che gli fosse possibile far sparire la bottiglia, Alberta ne versò il contenuto in quattro bicchieri. Flavio, che stava solo aspettando di sentirsi ferito, colse al volo l’occasione. Almeno in questo, Alberta era sempre stata solidale con lui. E leale. Se c’era qualcosa che la ragazza non aveva mai disprezzato nella sua ascesa sociale, era proprio la possibilità di bere bene.

Flavio fece un sorso dal suo bicchiere e guardò la moglie con risentimento. Ma lei stava guardando Carsten.

«Avete cambiato tutto qui» osservò Mr Pain.

«Sì» disse Alberta, «c’è gente che passa le ore a meditare per fare il vuoto dentro, io preferisco fare il vuoto fuori».

Flavio si premurò di distribuire le fiches mentre Mr Pain ricontava scrupolosamente i pezzi di ogni mucchietto. Alberta spostò la sua attenzione dal bicchiere a quei rettangolini d’osso. «Fanno un rumore molto cinematografico», disse facendo sbattere tra di loro due fiches da cinquecento lire.

«A cosa stai lavorando?» chiese Flavio a Carsten per impedire che fosse sua moglie la prima a interessarsi al ragazzo.

«A un romanzo»

«Di che parla?»

«Oh, niente anticipazioni» rispose Carsten mettendosi a ridere.

Aveva una risata eccessiva, a metà tra lo strafottente e l’idiota. Flavio smise subito di fare domande. Alberta rimase interdetta alla vista di quella bocca deformata dal riso al primo accenno di conversazione. C’era qualcosa di così sguaiato in quella risata che non sapeva come giudicarla e nello stesso tempo le sembrava il contraltare perfetto allo sguardo perennemente tragico del ragazzo.  Ha una risata da satiro e gli occhi di un Amleto, pensò Alberta, incerta se proferire ad alta voce la sua conclusione, ma decise di conservare i suoi pensieri per momenti più intimi.

La partita cominciò in un’atmosfera silenziosa ma non tesa, poi Mr Pain prese a raccontare della sua infatuazione per la madre di Carsten. Gli piaceva dipingersi come un fallito sentimentale, un omaccione impacciato con le donne, avvezzo ai passi falsi e a un sentimentalismo fuori moda. Carsten si prestava a far da spalla ai suoi racconti, sbottando di tanto in tanto in quella sua risata che grazie al whisky aveva un che di contagioso. Flavio si vergognò di tutta l’ostilità pregressa nei suoi confronti, Carsten era soltanto un ragazzino un po’ spaesato, con una risata aperta e sincera, un ragazzino che avrebbe voluto conoscere meglio, con una storia densa alle spalle, una sintesi interessante di malinconia slava, durezza tedesca e pragmatismo americano. E proprio mentre stava sviluppando un sentimento da fratello maggiore e si era persino passato la lingua sulle labbra per assaporare meglio il gusto del whisky dell’Iowa, vide Alberta ciccare due volte nel posacenere e Carsten che le sorrideva. Gli si gelò il sangue.

Senza più pensare alle carte, aspettò che la mano finisse. Scoprì la sua scala mancata, poi fu il turno Mr Pain, poi di Carsten, infine di Alberta: doppia coppia.

Flavio sentì il whisky risalirgli su per l’esofago, pronto a scaturire in un rutto o in un conato, ma deglutì per tenerlo a bada.

Una nuova mano. Alberta cominciò a giocherellare con il suo anello. Flavio non glielo aveva mai visto fare. Giocare con un anello. E in maniera così sfacciata. L’anello che s’infilava e si sfilava dal suo dito medio. Doveva per forza avere qualcosa di grosso. Quante carte? Alberta era servita. Flavio iniziò a tremare. Rilanciò all’impazzata solo per scoprire subito le carte. Mr Pain passava. Carsten vedeva. Alberta anche. Carsten aveva una coppia. Alberta un full.

Carsten scoppiò di nuovo nella sua risata, come di chi è stato scoperto in un bluff, ma stavolta Flavio la prese in maniera molto diversa. La risata di un farabutto, di un complice senza scrupoli pronto a spartirsi il bottino con sua moglie. Erano questi gli accordi? Si sarebbero divisi tutto a metà sull’uscio di casa sua? O a fine partita si sarebbero infilati nel cesso? Oppure avevano già fissato un appuntamento fuori? In qualche baraccio romano che a Carsten e Mr Pain doveva sembrare molto pittoresco. È vero, non ci aveva pensato. Forse anche Mr Pain era stato messo a parte del piano. Flavio si alzò di scatto dal tavolo, ma ebbe l’accortezza di scusarsi, «devo andare al bagno» disse.

Attraversò il buio della stanza con l’impressione di essere seguito da tre sguardi beffardi, ma quando fu finalmente in bagno e poté di nuovo avere a disposizione un’illuminazione decente, quello che vide riflesso nello specchio sopra al lavandino fu la faccia di un paranoico. Esaminò con cura tutte le tracce della sua paranoia. Erano ovunque. Aveva il volto paonazzo e due occhi da matto. Forse addirittura nuove rughe di espressione o di contrizione. Per fortuna la barba aiutava a mistificare il tutto. Ecco a cosa serviva, pensò Flavio, a rendere tollerabili le proprie debolezze. Si sciacquò il viso e tornò al tavolo da gioco, ripiombando nella penombra delle sue ossessioni. Tutti i movimenti di Alberta lo esasperavano: si arricciava i capelli, si toccava la fronte, increspava un labbro, deglutiva, alzava gli occhi al cielo, si mordeva un dito. La sproporzione tra gli infiniti gesti umani e le limitate combinazioni del poker non aiutava Flavio nella sua ansia di comprendere. Tantomeno lo aiutavano a vincere una partita. Abdicato a qualsiasi strategia di gioco, non faceva che versarsi da bere e aspettare che si scoprissero le carte per disegnare mentalmente un diagramma di possibili associazioni: coppia: uno starnuto? O un colpetto con il piede? E scala? Una scrollata di spalle o una passata di lingua sulle labbra? Si ritrovò a fine serata ad aver cambiato per la quarta volta la posta iniziale e aver perso tutto fino all’ultima fiche. Quando i due ospiti se andarono e Alberta si gettò esausta sul letto col solito russare sommesso che accompagnava le sue sbronze, Flavio restò al tavolo da gioco disponendo le carte per un solitario. La fortuna l’aveva abbandonato, il buonsenso l’aveva abbandonato, la fiducia l’aveva abbandonato. Non gli erano stati portati via solo i soldi ma anche i suoi buoni sentimenti, pensò. Per non parlare dei mobili. Forse era questo che intendeva Alberta con «fare il vuoto fuori»: prendere tutto ciò che apparteneva a suo marito e sbarazzarsene. Flavio contemplò il buio della stanza rimpiangendo persino la tappezzeria comprata dalla madre. Si sentiva inadatto, un accidente dentro casa propria, un uomo incapace di prendere posizione come di vincere a poker. Il solitario, almeno quello, sembrava riuscire.

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