L'autore si rompe una clavicola, per completare l'articolo prova un software di riconoscimento vocale. Si blocca. Dettare non è come scrivere. E pensare bene non basta per scrivere bene. Perché?

Poco più di un mese fa mi sono rotto una clavicola cadendo dalla bici. Un infortunio banale, ma molto fastidioso: per le prime due settimane, non sono stato in grado di scrivere alla tastiera. Potevo prendere appunti con la destra — la frattura era dall’altra parte — ma nulla di più.

Tutti gli amici mi hanno fatto lo stesso suggerimento: usa un software di riconoscimento vocale. In effetti sembrava la soluzione più ovvia. L’iPad ha uno strumento apposito già implementato: l’ho aperto e ho cominciato a registrare; volevo almeno chiudere un paio di articoli già impostati. Dopo qualche istante mi sono bloccato. Ho riprovato, e mi sono bloccato di nuovo.

Il programma era efficiente e vedevo una coerenza quasi totale con quanto dicevo, salvo errori da poco (l’equivalente dei refusi). Potevo intervenire anche sulla punteggiatura — «Virgola!», ed ecco fiorire una virgola sullo schermo. Insomma, dal punto di vista tecnico non c’era nulla che non andasse, e avevo chiaro in testa dove volevo andare a parare: non stavo vagabondando alla ricerca di un’idea. Sapevo perfettamente cosa volevo scrivere.

Allora perché non ci riuscivo?

A quel punto mi sono ricordato di una frase di Wittgenstein:

Io penso di fatto con la penna, perché la mia testa spesso non sa nulla di ciò che scrive la mia mano.

Il filosofo austriaco intendeva sottolineare l’elusività del posto dove tutti crediamo avvenga il pensiero — ovvero la mente. In realtà, questa tendenza localizzatrice è frutto di una confusione.

Mai come in quel momento ho avuto la conferma della sua intuizione. Si scrive con le mani, e non nel senso banale dell’atto. Si scrive con le mani perché non c’è una frase ben formata al di là della sua realizzazione su carta o schermo. (A scanso di equivoci: c’è senz’altro del pensiero ben formato, e c’è l’ovvia possibilità di esprimerlo oralmente; ma non esiste copia-incolla sterile dalla testa allo scritto). Insomma: il mio problema era tutto nella mancata costruzione materiale della frase.

La parola dettatura deriva dal tardo latino dictatura, e potete immaginare subito la mia antipatia verso questa origine. È come se esprimesse una sovranità implicita della parola orale su quella scritta: io comando a voce ciò che viene riprodotto. Questo è senz’altro vero quando si copia meccanicamente un testo (il che può portare anche a esempi di grande virtuosismo, come la tecnica inventata da Benedetto di Bartolomeo, che nel XV secolo registrò con grande precisione le prediche di san Bernardino).

Ma quando un testo lo si crea dal nulla, non v’è alcun legame chiaro e ben definito. La scrittura è un interamente altro sia dall’oralità che dal pensiero. Come diceva Barthes:

La scrittura oltrepassa largamente e, per così dire, statutariamente, non solo il linguaggio orale, ma il linguaggio in quanto tale.

Quando scrivo — anche ora — lavoro in maniera del tutto discontinua. Metto su schermo una frase; torno indietro, cancello una parola; salto a un paragrafo precedente perché di colpo ho individuato una ripetizione; cambio un segno di interpunzione; seleziono un blocco e lo rimuovo, per poi rimetterlo al suo posto. E così via, avanti e indietro, su e giù, con tutte le risorse che il mio laptop consente.

Dettando, ma anche provando a scrivere con un solo dito sulla tastiera, era come se mi mancasse un livello indispensabile di fisicità e di controllo manuale. Come se la frase si facesse sfuggente, impossibile da costruire nel modo in cui sono stato abituato a farlo. (Perché non è sempre stato così, ovviamente. La pratica della penna su foglio non mi concedeva tutti questi spazi di libertà compositiva — gli amari ricordi dei temi liceali. L’introduzione di un nuovo mezzo di scrittura cambia inevitabilmente la scrittura stessa, o quantomeno il processo che la governa. Nulla di nuovo sotto il sole).

Questo piccolo fatto sembra però rendere ragione all’idea di Walter J. Ong, espressa nel classico Oralità e scrittura. La scrittura è una tecnologia, interamente distinta dalla vocalità naturale: e come ogni tecnologia, anch’essa plasma un tipo preciso di abitudine e cultura. La mia dettatura risultava fallace proprio perché l’atto di redazione non è una copia di quanto abbiamo in testa, bensì un profondo processo di decifrazione e trasformazione.

In questo vedo anche una precisa misura etica, e un elemento di attualità: essendo così strutturata, la buona scrittura influenza di rimando il buon pensiero; gli dà una forma, lo rende visibile e comunicabile con esattezza; ci consente di rileggerlo e trovarne con calma le eventuali fallacie.

Se invece si trattasse invece di semplice trascrizione dal cervello alla carta, allora ogni prima stesura sarebbe sempre più o meno quella buona — e basterebbe pensare bene per scrivere bene. Ma i controesempi al riguardo si sprecano; e come diceva Hemingway, la prima stesura di qualunque cosa è merda.

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