Senza memoria del tempo, viveva in una sequenza di episodi presenti, scissi da origini e destini. E vi prego di notare che in molti ambiti questo è considerato un modo di vivere saggio e coraggioso. Un racconto di Rick Moody, da un Fiction Issue di IL

Si dimenticava e a volte era un bene.

Si dimenticava le cose che le portavo e le cose che le davo da mangiare per cena imboccandola da un vassoio accanto al suo letto.

Si dimenticava il suono intermittente delle ruote di gomma lungo il corridoio.

Si dimenticava che era spesso una certa infermiera a portare il vassoio, un’infermiera che aveva anche lei una madre, e si dimenticava che c’erano sempre le stesse cose da mangiare ogni domenica quando l’andavo a trovare. Polpette, pisellini, purè di patate, un contenitore di plastica di purea di mele.

Si dimenticava la ciotola di frutta con le fette di ananas, l’uva verde, le pesche, e dal momento che se lo dimenticava, il menù non l’annoiava mai.

Si dimenticava la cena nell’attimo stesso in cui la portavano via, se non prima, e nell’attimo stesso in cui uscivo dalla porta si dimenticava che ero andato a trovarla, cosa che non era un bene, perché allora si dimenticava che avevo fatto qualcosa per lei. Anche se si era dimenticata che eravamo parenti, si rendeva conto che non ero una persona da temere.

Si dimenticava che non c’era una bella vista dalla finestra ma solo automobili posteggiate. Si dimenticava che avrebbe potuto avere una vista diversa.

Si dimenticava che nella stanza non c’era niente che le appartenesse a parte delle fotografie impolverate, in cornice, fra cui una fotografia di me con un completo di tweed, quando avevo ancora i capelli.

Si dimenticava che si era rotta l’anca, solo pochi mesi prima, si dimenticava il dolore. Si dimenticava la fisioterapia e l’infermiera che gliela faceva fare. Un donnone nordico, Claire, che le stava antipatico.

Si dimenticava che di notte la legavano con delle cinghie, e di conseguenza ogni notte era condannata a provare daccapo l’esperienza di sentirsi attorno le cinghie.

Si dimenticava che si allontanava vagando senza meta, e che era per questo motivo che la legavano con le cinghie, e si dimenticava che il fatto stesso di dimenticare comportava il vagare senza meta, il fatto di dimenticare la sua stanza, di dimenticare il reparto in cui viveva, di dimenticare il corridoio, di dimenticare l’istituto. Si dimenticava il terrore associato a questo dimenticare, che probabilmente era superiore al terrore di essere legata.

Si è dimenticata di aver pianto davanti al banco dell’infermiera dopo aver vagato senza meta, senza avere la minima idea di dove si trovava. In quale stanza, in quale città, in quale stato, in quale periodo della sua vita.

Si è dimenticata come protestare per quelle cinghie.

Si è dimenticata tutto il dibattito sul libero arbitrio e il determinismo, e così non le scocciava rinunciare al suo arbitrio, in ogni situazione tranne pochissime che riguardavano cose come il telecomando, che si dimenticava come far funzionare, ma al quale si teneva tenacemente aggrappata.

Si è dimenticata che era stata contraria alla lobby delle armi, alle ultime due guerre, all’amministrazione Eisenhower, alle audizioni di McCarthy, si è dimenticata tutte queste cose, e si è dimenticata che io e lei non eravamo mai stati d’accordo su queste cose. Si è dimenticata Lyndon Baines Johnson. Si è dimenticata Richard Milhous Nixon, e altri uomini il cui secondo nome era sempre precisato.

Si è dimenticata le sue perplessità riguardo alle questioni razziali, e come risultato si dimenticava di essere sospettosa nei confronti delle infermiere che avevano la pelle di un colore diverso dal suo. Si dimenticava che ne aveva paura e quindi spesso ci si affezionava, anche quando loro la rimproveravano.

Quando si svegliava di notte, si dimenticava che era notte, e si dimenticava che cos’erano le cinghie, e che le cinghie erano fisse, e così in piena notte, quando spesso era sveglia, viveva l’esperienza delle cinghie e della notte e dell’insonnia, e questo doveva essere difficile per lei. Ma si dimenticava anche la sua angoscia, e così dormiva.

Si dimenticava dell’alba. Ogni mattina era la prima. Il sole che sorgeva sopra i ciliegi in fondo al posteggio. I passeri sugli alberi. L’operatore ecologico che sbatacchiava delle lattine, che sollevava con un sistema idraulico un cassonetto in modo che i rifiuti ruzzolassero nel suo camion. Quanto doveva essere bella, questa sua prima alba, la rugiada sul prato, un golden retriever che correva sul marciapiede in lontananza, le imprecazioni barocche degli operatori ecologici.

Si dimenticava tutto quello che era mondano e tutto quello che era monotono, e perciò non c’era mondanità. Il sapore del dentifricio. Un bicchiere d’acqua, con la luce che ci si rifrangeva dentro.

Si dimenticava che avevo perso il lavoro. Continuavo a dirglielo. Un giorno ho fatto un esperimento e per tre volte le ho detto che avevo perso il lavoro. Darle la notizia è diventata un’abitudine. Dirle e ridirle che avevo perso il lavoro diminuiva la portata della catastrofe ai miei occhi, se non ai suoi. La terza volta ho cambiato qualche piccolissimo particolare. Lei non era in grado di accorgersi che la storia era diversa, e così ogni volta si preoccupava daccapo. Anche se solo per un attimo.

Si dimenticava le premesse di tutte le storie prima ancora che giungessero alla conclusione, a prescindere dalla storia. Di conseguenza, quello che le piaceva delle storie erano i particolari. Potevo infilare la parola ciniglia in qualsiasi punto di qualsiasi storia e lei si divertiva. Anche ragnatele funzionava, anche se le faceva un po’ paura. Cromo, gigli, sciroppo d’acero, mirtilli, fumo di legna, flanella, olio per neonati, borse dell’acqua calda, whisky, sigarette. Queste le piacevano pure.

Si dimenticava come reagire alle buone notizie, anche se ci provava. Quando le ho detto che avevo ripreso a vedermi con qualcuno, non riusciva a capire cosa intendessi. Si dimenticava che sono stato sposato. Cercavo di inventarmi delle buone notizie. Le dicevo che avevo una figlia, anche se non è vero. Lei è stata felice per un paio di secondi.

Dei libri che amava tanto, non rimaneva una frase. Herman Wouk. Will e Ariel Durant. James Gould Cozzens. John P. Marquand. Però riconosceva il dispiacere su un volto. Per dimenticare che il dispiacere esiste sul volto di un’altra persona devi dimenticarti che cosa significano i volti. Poco ci mancava.

Si dimenticava il suo nome, anche se le infermiere glielo ripetevano, una in particolare glielo ripeteva sempre. Era solo un gesto di cortesia, il fatto di chiamarla per nome.

Se ricordava qualcosa, se per un attimo qualche neurotrasmettitore mandava un impulso e le tornava in mente tutta in una volta la valanga di eventi, e ogni tanto capitava, e se allora pronunciava una frase completa, Tesoro, ti dispiacerebbe riportarmi a casa, poco dopo si ridimenticava tutto.

Si è dimenticata la volta che si sono lamentati perché ero spesso in ritardo coi pagamenti. Si dimenticava che ogni tanto mi intrufolavo nell’edificio dalle porte di servizio, per evitare di passare vicino all’ufficio contabilità. Si è dimenticata di quando abbiamo dovuto fare in modo che risultasse nullatenente in modo che pagasse lo Stato. Si è dimenticata di quando le ho chiesto di firmare delle cose. Si era dimenticata la sua firma, e così si era dimenticata come essere una firmataria.

Si dimenticava tutto quello che non le piaceva del mio aspetto fisico.

Si è dimenticata di aver rammendato calzini, si è dimenticata di aver cucito tende, si è dimenticata di quando cominciai a farmi crescere i capelli oltre la lunghezza dei tagli a spazzola della mia infanzia e di quanto si era arrabbiata. Si è dimenticata il completo di tweed che mi faceva mettere, si è dimenticata quanto non le piacevano i jeans, che definiva proletari e antiestetici.

Si è dimenticata la melograna. Si è dimenticata il prezzemolo. Si è dimenticata la mentina di dopocena. Si è dimenticata la gomma da masticare, si è dimenticata che pensava che le donne che masticavano gomma fossero sgualdrine. Si è dimenticata il marzapane. Si è dimenticata la cioccolata fondente, che preferiva alla cioccolata al latte. Si è dimenticata la cioccolata bianca, che preferiva alla cioccolata fondente.

Il pacciame di cedro sembrava sempre fresco, sul terreno attorno, e le siepi sembravano appena potate, e un pomeriggio l’ho portata fuori a vedere, ma è stato difficile e lei aveva paura dei luoghi aperti, dal momento che aveva dimenticato come affrontarli.

Si è dimenticata il lampadario nella sala da pranzo di casa nostra, che aveva comprato da un antiquario in Vermont negli anni Cinquanta. Era così orgogliosa di quel lampadario, che è ancora a casa mia, che adesso è casa di mia moglie.

Si è dimenticata delle mille varietà di luce che potevano riversarsi da un vecchio lampadario di cristallo impolverato.

Si è dimenticata che aveva delle nipoti, le figlie di mio fratello, che non andava spesso a trovarla. Prima si è dimenticata il loro compleanno, perché si erano tolte da poco il pannolino, poi si è dimenticata quante erano, poi pensava di avere una nipote sola che rappresentava tutte le sue nipoti, poi ha confuso me con le sue nipoti, poi ha confuso me con suo marito, mio padre, morto da tempo, poi ha cominciato a dimenticarsi anche di me.

Aveva cugini e figli di cugini. Come distinguerli? Non doveva più comprare regali né sentirsi in colpa se si dimenticava di comprare regali. Non doveva più preoccuparsi se le bambine ricevevano regali di pari valore e misura. Si dimenticava chi era la bionda e chi era la rossa, chi aveva gli occhi color nocciola e chi azzurri.

Poi è venuto il giorno in cui è apparso inevitabile arrivare alla conclusione che quello che si era dimenticata era il tempo stesso. Non c’era più un prima né un dopo. Viveva in una sequenza di episodi presenti, scissi da origini e destini, e vi prego di notare che in molti ambiti questo è considerato un modo di vivere saggio e coraggioso.

Una volta ci è capitato di vedere in televisione un montaggio in bianco e nero delle pagine di un calendario che volavano via. Lei non ci ha fatto caso.

Quello che non si dimenticava era come vedere e udire e gustare, dal momento che queste cose apparentemente richiedevano ben poca se non nessuna memoria. Quindi lei era un’entità vedente, udente, gustante. Nonché una produttrice di scorie.

Si dimenticava ogni giorno di essere una produttrice di scorie, e penso che rimanesse sempre sconvolta quando aveva bisogno di aiuto per assolvere a questa sua funzione, ma non ha mai perduto mai il senso del decoro che, a quanto pare, non dipende dal carattere, ma è alloggiato da qualche parte più in basso.

Dal momento che si è dimenticata i figli e le nipoti, ne consegue che si è dimenticata la riproduzione. Che sollievo. Si è dimenticata il movimento ritmico, si è dimenticata i profilattici, si è dimenticata l’avvento della pillola anticoncezionale. Si è dimenticata le schiume e le spugne, si è dimenticata la pillola del giorno dopo, che appena sei o sette anni fa denunciava come un abominio di fronte a Dio. Si è dimenticata l’astinenza e il controllo delle nascite, si è dimenticata che esisteva la fornicazione, il fare all’amore, la copulazione, la sessualità umana. Si è dimenticata la posizione del missionario, si è dimenticata che c’era altro.

Si è dimenticata le volte che ha fatto all’amore; si è dimenticata, senza dubbio, di aver baciato qualche ragazzo in un campo ondeggiante di grano quando aveva diciotto o vent’anni, durante il corteggiamento con mio padre. Era casta e immacolata.

Sembrava che si ricordasse il piacere quando le premevi una mano sulla fronte. Era capace di provare piacere quando veniva toccata? O si è dimenticata anche quello? Io le prendevo sempre la mano, e in questo modo testavo se si ricordava o si era dimenticata le mani. Le scaldavo le mani. Le studiavo attentamente. Le sue mani erano marmorizzate ormai, come se il fatto di dimenticare avesse fra i suoi effetti fisici secondari l’irrigidimento.

Le prendevo la mano e lei ricordava, attraverso la pelle, che c’era qualcosa di piacevole a farsi tenere la mano. Si ricordava che ogni volta che le tenevano la mano, a prescindere che a tenergliela fosse un uomo, una donna, un adulto o un bambino, subentrava una sensazione rassicurante, e questo se lo ricordava, o forse lo sentiva e basta che era rassicurante, attraverso la pelle. Si dimenticava dove aveva imparato questa cosa nuova del tenere la mano, ma le sue mani lo ricordavano.

Si è dimenticata il travaglio, si è dimenticata la rottura delle acque, si è dimenticata l’agonia del travaglio prima dell’anestesia. Si è dimenticata l’ansia di partorire un maschio durante la Depressione. Si è dimenticata il medico che veniva a casa con la sua borsa di oppiacei e i suoi strumenti mal sterilizzati.

Si è dimenticata il sangue dappertutto, si è dimenticata il liquido vischioso e l’orrore del parto, si è dimenticata suo marito, fuori, che fumava e fumava e fumava. Si è dimenticata la placenta, che era di un blu che aveva visto pochissime volte nella vita.

Si è dimenticata l’odore della nascita, si è dimenticata il bambino che strillava quando gli hanno schiaffeggiato il didietro. Si è dimenticata la gravidanza e quanto non le piaceva suo marito durante la gravidanza.

Si è dimenticata di avere vissuto altri trent’anni dopo che lui è morto.

Si è dimenticata l’epoca del jazz, si è dimenticata le origini del jazz, sempre che le conoscesse, si è dimenticata l’epoca delle big band, si è dimenticata tutta la musica, a eccezione di certi classici del jazz che diffondevano all’ingresso dal banco delle infermiere. Ai residenti non piaceva la musica chiassosa, anche se molti si erano dimenticati il perché.

Si è dimenticata le spine. Si è dimenticata le erbacce. Si è dimenticata le ortiche e la rovere velenosa. Si è dimenticata il giardinaggio. Si è dimenticata che si era inginocchiata tante volte nella terra fresca e aveva cercato di aiutare i cespugli di rose malmessi. Si è dimenticata l’atto di travasare.

Si è dimenticata tutti i temporali e tutte le condizioni atmosferiche avverse, e questo lo so perché due settimane fa ero presente quando c’è stato un temporale con tuoni e fulmini. Le è venuta un’espressione sconvolta in viso, come se non capisse.

Si è dimenticata il parco giochi vicino a casa mia. Si è dimenticata l’arco di pietra sotto il quale si passava per arrivare al parco giochi. Si è dimenticata il sentiero che portava all’arco di pietra che portava al parco giochi, si è dimenticata il modo in cui si inarca un’altalena quando ci metti sopra un bambino.

Si è dimenticata che lei non era una bambina.

Si è dimenticata lo spazio. L’ho già detto? Si è dimenticata la capacità di concepire lo spazio al di là di ciò che è immediatamente visibile. Si dimenticava che c’era un corridoio fuori dalla sua stanza, e quando era nel corridoio si dimenticava che aveva una stanza. E se si è dimenticata sia lo spazio che il tempo, che cosa poteva ricordare?

Si dimenticava che le chiedevo di dirmi cosa c’era oltre la porta nel corridoio, e si dimenticava che non sapeva rispondermi. Si dimenticava tutto quello che non vedeva: il televisore, le fotografie incorniciate di me, di mio padre, di mio fratello e dei suoi figli. Una pianta ragno. Un orsacchiotto di peluche che le avevo portato un giorno perché non le era consentito tenere animali.

Si è dimenticata che una finestra non era un dipinto. Si dimenticava che la porta non era un elemento decorativo, e che fuori dall’ospedale c’era una strada e che lungo la strada c’era un centro commerciale e un circolo di golf e un ufficio postale.

Si è dimenticata che prima voleva andarsene. Si è dimenticata che quella era casa e che non esisteva più nessuna casa all’infuori di quella, né era mai esistita, per quanto ne sapeva lei.

Si è dimenticata le stagioni. Si è dimenticata quella parte adorabile della primavera che grida che sta arrivando l’estate. Si è dimenticata i lillà e la ginestra, e la fioritura della magnolia.

Si è dimenticata l’odore dei popcorn appena fatti. Si è dimenticata tutte le varietà di crostate. Una volta mi aveva fatto una lezione su come la crostata di Natale dovesse avere dentro la carne di cervo, e adesso non si ricordava più nulla delle crostate.

Mangiava torta di mele senza lamentarsi. Forse semplicemente si dimenticava di lamentarsi.

Si dimenticava che si dimenticava. Si dimenticava che stavo entrando di nuovo in camera sua e che avevo portato un vasetto di miele che avevo comprato in un paese straniero.

Si dimenticava che dovevo andarmene presto, per riuscire a tornare. Se uscivo un attimo a parlare con le infermiere, quando tornavo era una visita completamente nuova.

Si dimenticava che era l’ennesima sera passata con una persona che aveva quasi interamente dimenticato, che riconosceva vagamente ma di cui per lo più non si ricordava, una persona che si trovava ad essere dimenticata, che entrava dalla porta venendo da qualche parte, anche se lei non ricordava da dove, e di nuovo sentiva le parole del suo raccontare. C’era questa persona, che pronunciava queste parole, e le domande che le faceva erano completamente nuove oppure, alla meglio, non del tutto dimenticate.

Si è dimenticata quand’era ragazza, e si è dimenticata mia moglie e di come mia moglie, quando eravamo giovani, le ricordava di quando era ragazza lei.

Si è dimenticata di quando andava in slitta in inverno e a nuotare d’estate. Si è dimenticata il modo in cui queste cose venivano fatte dalle sue nipoti, che erano state dimenticate da lei, ma non da me, non ancora.

Si è dimenticata che anche io, a causa del suo dimenticare, vivevo nel terrore di dimenticare.

E così mi mettevo alla prova, con queste storie. Mi sono dimenticato parte delle storie che le raccontavo quando andavo a trovarla? Oppure gliele raccontavo nello stesso identico modo? Mi dimenticavo e allora inventavo, e lo facevo per pietà, perché il fatto di dimenticare chiede di essere dimenticato?

Avrei dimenticato anche io?, mi domandavo. Che fossi anch’io, come lei, uno che dimenticava, invece di uno che ricordava ed era solo angosciato, cominciando a invecchiare? E poi mi domandavo altre cose simili, addentrandomi nel bagagliaio della memoria. Ricordando e dimenticando, nelle storie che le raccontavo, la sua vita e la mia.

Si dimenticava, e a volte era un bene. E a volte no.

© 2012 Rick Moody / Agenzia Santachiara
Traduzione di Adelaide Cioni

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