Il concerto al Diamond Dogs (storico locale napoletano) nell’inverno del 1983, visto da una trentina circa di spettatori, fu «straziante come l’ultimo concerto di una band che sta per sciogliersi». Ma chi ha assistito a più di un live del gruppo sa che «The Ragazzi suonavano ogni concerto come se fosse l’ultimo».
Un racconto di Cristiano de Majo da un Fiction Issue di IL

Nel 1985, una notte di settembre, a Napoli, in una Renault 5 Turbo sparata sulla direttrice Chiaia-Posillipo, ci sono un ragazzo e una ragazza tra i venti e i trent’anni. Le chiome platinate, laccate, marmorizzate, immobili contro il vento che passa dai finestrini aperti. Il muco in gola impastato di cocaina. La punta incandescente di una sigaretta che a guardarla da una certa prospettiva potrebbe dare l’illusione ottica di una piccola isola pulsante nel mare che dilaga oltre il parapetto. Gli pneumatici che ululano sul curvone di via Petrarca, mentre la voce di Debbie Harry canta “Call me” su una cassetta TDK. È quello che comunemente viene indicato come l’attimo prima della schianto. All’epoca avevo quasi sei anni…

La Foto 1 ritrae il gruppo al completo al termine di un concerto al Diamond Dogs (storico locale napoletano) nell’inverno del 1983. Da destra a sinistra: Riccardo De Florio, detto Ricky (chitarra); Giovanni Santangelo, detto Jo (basso); Alessandra Russo (voce e batteria); Nico Bernardi (voce e tastiere). I quattro indossano tutti giacche di taglio simile, se non uguali, grigiospinate e con bavero rialzato, e Ray-Ban Wayfarer con montatura nera. Hanno tra le mani sigarette accese e lattine di birra, un rossetto (De Florio), un orsacchiotto di peluche (Bernardi), una chiave inglese (Russo). Secondo testimonianza, il concerto, visto da una trentina circa di spettatori, fu «straziante come l’ultimo concerto di una band che sta per sciogliersi». Ma chi ha assistito a più di un live del gruppo sa che «The Ragazzi suonavano ogni concerto come se fosse l’ultimo».

 In un’intervista a firma Federico Guglielmi pubblicata su Mucchio Selvaggio n. 75 (aprile 1984), Nico Bernardi, leader del gruppo, afferma testualmente: «Amiamo gli Ultravox e i Tears for Fears. Odiamo la tradizione. Pino Daniele è un falso innovatore. Siamo romantici e per questo moriremo». La scritta nera The Ragazzi, apparsa, secondo testimonianza, in una notte di dicembre del 1982, e ancora parzialmente leggibile su un muretto di via Manzoni, in prossimità della prima curva a destra che si apre sulla post-industriale, ancora prima che l’Italia industriale fosse estinta e cinicamente scenografica vista su Bagnoli e l’isolotto di Nisida, compare nella copertina del loro primo e unico disco, l’omonimo e sfortunato The Ragazzi (1983), in una foto (Foto 2) che mostra i quattro componenti della band seduti sul muretto in questione (hanno tra le mani un rossetto, una chiave inglese e un orsacchiotto di peluche), con la scritta che trapela dalle otto gambe, le spalle avvolte dal mare e una ciminiera che caccia fumo grigio sulle loro teste.

 Nel novembre del 2011, un bootleg su cassetta del loro celebre Live al Casablanca (Firenze, 1984) è stato venduto su eBay alla considerevole cifra di duecentocinquanta euro. Rintracciato via mail, il venditore, che, per sua volontà, identificheremo solo con le iniziali G.S., dichiara: «Non l’ho fatto per soldi, ho deciso di liberarmene quando ho saputo di aspettare un figlio e allora ho detto basta a quella storia che seppure in modo frammentario continuavo a portarmi dietro». Del compratore si sa che è il critico musicale di punta di uno dei tre principali quotidiani nazionali, che scrive soprattutto di fenomeni pop globali, ma nel segreto del suo studiolo, nella bella casa ereditata dai genitori nel solido ed esclusivo quartiere-nel-quartiere delle Vittorie (Roma, Prati), custodisce una collezione di rarità new wave che farebbe strappare i capelli a qualunque feticista degli anni Ottanta. Il critico musicale (52 anni) ha fatto suonare il nastro in occasione della festa di compleanno della sua nuova fidanzata (28, producer per Sky Italia), organizzata nella bella casa ereditata dai genitori, con rinfresco, molto gradito da tutti, appaltato a una società di banqueting e catering, suggerita al critico musicale da una collega degli Spettacoli, che ne ha apprezzato i servizi in occasione del Festival internazionale della fiction televisiva (RomaFictionFest). In situazioni come questa, il critico musicale prova l’innegabile soddisfazione, che manifesta a se stesso con parsimonia ma che all’esterno traspare con nitidezza, di decidere la colonna sonora della serata (che nessuno venga a dirgli di mettere questo o quello, i suoi amici lo sanno), forse perché in un angolo non troppo remoto della sua coscienza resiste il sogno di un ragazzo che avrebbe voluto fare il dj per le masse piuttosto che scrivere su un quotidiano a grande tiratura. In particolare, la sera della festa per il ventottesimo compleanno della sua nuova fidanzata, prima che arrivassero gli invitati, ha infilato la cassetta in un vecchio riproduttore Aiwa, che (ci puoi giurare) ha ricacciato da uno scatolone conservato nello studiolo, collegandolo all’impianto ad altissima fedeltà che si è fatto costruire, secondo richieste molto specifiche, da un artigiano del settore e, di sicuro, si è parsimoniosamente pregustato il momento in cui, dopo avere snocciolato una lunga lista di mp3, per lo più riconducibili alla categoria del pop-rock raffinato e adult-oriented (vedi David Sylvian, vedi David Byrne, vedi Prefab Sprout, vedi Style Council), avrebbe, quasi di nascosto, premuto il tasto play per avviare la riproduzione del bootleg su cassetta. E quando, a serata inoltrata, il momento è arrivato, si è seduto sulla poltrona con la migliore visuale sul salotto e, cercando di valutare le loro reazioni, ha osservato le facce degli invitati, che ondeggiavano vorticosamente nella lunga sala rettangolare con in mano flute di Franciacorta e un cake di zucca e caprino (oppure polpettine di alici, ricotta e uva sultanina), e ha aspettato, sapendo che sarebbe arrivato, l’altro momento in cui qualcuno si sarebbe avvicinato per chiedergli da chi fosse suonata quella musica, che, a giudicare dalle facce, quasi nessuno sembrava apprezzare (ma quanto influiva sulle reazioni la bassa qualità della registrazione?). E, com’era prevedibile, questo momento è arrivato incarnandosi nel suo collega, insieme a lui unico pezzo grosso della critica musicale nel quotidiano a grande tiratura su cui scrive, il quale si è avvicinato con la tipica espressione corrucciata, le sopracciglia a disegnare una v sulla fronte, evidente riconoscimento di sconfitta, in un atteggiamento che ha permesso al critico musicale di alzarsi di scatto dalla poltrona e domandargli: «The Ragazzi, un gruppo napoletano degli Ottanta, non li conosci?». Chissà se, mentre poneva quella domanda, il critico musicale ha ammesso con parsimonia a se stesso, che, in termini di gratificazione personale, quello, più della musica stessa, era il motivo per cui valeva la pena comprare rarità pagandole fior di quattrini: dimostrare di saperne più di qualcun altro che pensa di saperne più di te. Sappiamo solo che il collega ha risposto come si risponde in questi casi: «Il nome mi ricorda qualcosa», un’implicita ammissione di ignoranza che ha permesso al critico musicale di salire in cattedra per i successivi venti minuti circa.

La Foto 3 ritrae il gruppo in un momento privato. Lo sfondo è la spiaggia di Capo Miseno, è una domenica d’autunno inoltrato «probabilmente del 1984», la luce è lattiginosa, nella foto i colori sono appannati non si capisce se per il tempo che è trascorso dallo scatto o se per il tempo meteorologico di quel preciso istante. In primo piano si riconoscono le figure intere di Nico Bernardi e Alessandra Russo, in campo aperto, abbracciati e barcollanti con i piedi mezzi affondati nella sabbia; nell’angolo in alto a destra, molto in piccolo, compare Ricky De Florio con la chitarra in braccio, in prossimità della struttura di uno stabilimento balneare che sembra stia cadendo a pezzi, la scritta PANINI-BIBITE un po’ storta ma ancora leggibile. Tutto intorno una distesa di sabbia grigia, punteggiata da mucchietti di alghe e rami secchi, oppure (ma questo è difficile da stabilire) rifiuti arrugginiti mangiati dalla salsedine. (Joe Santangelo è posizionato dietro l’obiettivo). Secondo testimonianza, Nico e Alessandra, anche se non in modo dichiarato o ufficiale, stavano insieme. Come nella migliore delle tradizioni delle coppie rock, in pubblico litigavano spesso con violenza, ma avevano momenti di grande tenerezza, ne è esempio quello testimoniato appunto dalla Foto 2. Pare che una volta, alla fine, di un concerto lei gli ferì uno zigomo con una bottiglia di vino spaccata. Ma, sempre secondo testimonianza, a quei tempi c’era la coca, «molta coca», e una forma di «romanticismo estremo» che coinvolgeva tutto e tutti. La leggenda narra che i due si conobbero a un concerto degli Human League a Milano (17 marzo 1982). A Napoli lui la invitò a suonare nel gruppo punk che aveva messo in piedi due anni prima con De Florio e Santangelo. All’epoca, e prima dell’ingresso della Russo, si facevano chiamare I Prisons.

Una nuvola sopra di noi/a piedi nel traffico della città/Black Cloud, Black Cloud/piove l’argento/Black Cloud, Black Cloud/sfibra il cemento è il ritornello di Nuvola nera, il se così si può dire singolo, passato solo purtroppo da qualche radio libera locale, dell’omonimo e sfortunato album d’esordio. Anche se nessuno l’ha fatto finora, possiamo azzardare un collegamento che ha il sapore della chiaroveggenza, quel tipo di collegamento che avvolge i gruppi in un alone di affascinante mistero, tra il testo della canzone e l’esplosione di una raffineria nella periferia est di Napoli avvenuta il 22 dicembre 1985, cioè circa due anni dopo l’uscita del disco. L’incidente fece materializzare una grande nuvola nera nei cieli della città e generò negli abitanti una silenziosa angoscia (anticipando di qualche mese la silenziosa angoscia di Chernobyl). Chiaroveggenza o no, la canzone è rappresentativa dello stile del gruppo sia dal punto di vista del testo che della musica, definita dagli addetti al settore dell’epoca: 1) «Cupa, industriale e nostalgica»; 2) «Più inglese che napoletana, più pop che rock»; 3) «Il canto di una sirena alla deriva nello spazio cosmico»; 4) «L’incontro più dark tra new wave e synth-pop».

Pochi giorni dopo la festa per il ventottesimo compleanno della nuova fidanzata, in uno di quei momenti in cui i suoi occhi azzurri brillano in un modo che mettono nell’interlocutore, specie se posizionato su un gradino inferiore della scala gerarchica, ansia e inquietudine, il critico musicale ha convocato nel suo ufficio il giovane (si fa per dire) apprendista, che era stato benevolmente invitato alla festa e che aveva accettato l’invito persuaso dell’influenza di certe occasioni mondane negli sviluppi della carriera di un freelance. Facendo ruotare tra indice e pollice della mano destra un cd di musica maliana, continuando a fissarlo con i suoi occhi crepitanti, il critico musicale ha spiegato al giovane apprendista con un’eccitazione fin troppo sopra le righe che da qualche giorno sta pensando di fargli scrivere un pezzo sui The Ragazzi e la loro vaporosa scia nella musica italiana, «perché compito di noi giornalisti è anche ricordare alla storia ciò che la storia tende a dimenticare», da pubblicare non sul quotidiano a grande tiratura, ma sull’inserto mensile dedicato al mondo giovanile, edito dallo stesso gruppo del quotidiano a grande tiratura e la cui sezione Musica è gestita con metodi quanto meno discutibili dal critico musicale stesso. Il critico musicale ha detto al giovane apprendista di avergli affidato il compito non solo per la stima che «evidentemente» prova per lui, ma anche per i suoi natali, comuni a quelli del gruppo, che gli permetteranno di indagare nella materia «con maggiore precisione». Ha aggiunto con una strizzatina di occhi che per il giovane apprendista è la giusta occasione da cogliere per diventare un collaboratore fisso (ma non assunto) del mensile dedicato al mondo giovanile.

Che fine hanno fatto The Ragazzi (quel che resta del gruppo)? Che vite conducono oggi? Sono domande che il giovane apprendista deve porsi, oppure l’unica cosa che veramente conta per rendere un buon servizio al giornalismo musicale è raccontare la storia del gruppo solo dal punto di vista musicale? Nel dubbio il giovane apprendista inizia a indagare e ha subito la conferma che i social network, oltre a essere perverso strumento di voyeurismo e bieca competizione narcisistica, hanno l’utilità di garantire con una buona dose di probabilità il ritrovamento di persone difficilmente rintracciabili in altro modo. Scrive dei messaggi privati, attende le risposte. Riceve del materiale (per lo più fotografie digitalizzate), una quota di diffidenza, e una limitata disponibilità a riferire alcuni episodi cruciali della storia via Skype. Scopre che Giovanni Santangelo, il bassista, vive a Grosseto dove lavora come programmatore Oracle presso una società nutrita vigorosamente da un flusso ininterrotto di committenze pubbliche locali, ha un figlio appena nato (Foto 4) e una compagna che «non ama molto» quella parte della sua vita. Riccardo De Florio, il chitarrista, risponde solo per iscritto: vive a Gent in un appartamento occupato, lavora come tecnico del suono per una televisione che trasmette in fiammingo, è anche lui convinto dell’importanza come si usa dire “seminale” del gruppo, ma allo stesso tempo si sente ormai troppo lontano da quell’epoca per avere voglia di ripercorrerla. In ogni caso, se il giovane apprendista ha voglia di ricordarla, gli piacerebbe che nell’articolo fossero segnalati i successivi sviluppi della sua carriera di musicista (Link 1, 2, 3, 4, 5) e, in particolare, la sua ultima uscita (Link 6), inquadrabile nella categoria del “rumorismo elettronico”, pubblicata da un’etichetta olandese che il giovane apprendista non ha mai sentito nominare. L’unica traccia che porta ad Alessandra Russo, invece, è un profilo con un volto di Madre Teresa di Calcutta in una delle sue celebri espressioni indecifrabili. Tra le troppe Alessandra Russo, a cui comunque non ha tralasciato di chiedere se non fossero effettivamente l’Alessandra Russo che stava cercando, a parte i casi che ha potuto escludere con certezza, il giovane apprendista propende intuitivamente per quel profilo, ma non ha ricevuto alcuna risposta ai suoi ripetuti inviti. D’altra parte, è convinto di avere già per le mani una storia formidabile.

Mito della fondazione: una fredda sera di novembre del 1982 in una sala prove in cima alla collina dei Camaldoli, i cui interni, secondo testimonianza, sembrano quelli di un cottage alpino, anche se quello che ricopre le pareti «è tutto legno finto» (nella Foto 5, un particolare della sala, con Alessandra Russo in canottiera bianca alla batteria). Hanno iniziato a provare Blitzkrieg Bop, ma si vede da come suonano che il punk è morto e per fare hardcore bisogna crederci più di quanto loro stessi ci credano. La leggenda individua in Alessandra il vero motore della metamorfosi dei Prisons in The Ragazzi. Secondo testimonianza, «volava in alto», premeva per allargare gli orizzonti del gruppo e si spinse fino a indicare come modello i Duran Duran. E così, secondo testimonianza, proprio quella sera, la cantante/batterista avrebbe detto: «Facciamo Pale Shelter!» e Bernardi avrebbe praticamente ordinato agli altri due di eseguire. Il contesto è la Napoli pre-Maradona degli anni Ottanta: la guerra di morti ammazzati tra Nuova Camorra Organizzata e Nuova Famiglia, la recrudescenza meridionale del terrorismo brigatista e le sue gambizzazioni e i suoi rapimenti, ma anche la sorprendente vita notturna stipata in locali come il Twentythree, il Diamond Dogs, il Rookery Nook, i primi dark apparsi a piazza Vanvitelli, la cocaina comprata ai Quartieri, i jeans Armani e le giacche di pelle prese a metà prezzo dai contrabbandieri, e le feste a Posillipo, a casa degli ultimi principi ereditari della città, i bagni in piscina sotto la mezzaluna pulsante, nell’attesa di ricevere quella chiamata da Milano.

Quando una decina di giorni dopo il colloquio al giornale il giovane apprendista vede comparire sul suo cellulare il numero del critico musicale, sente il cuore fibrillare al pensiero di non avere scritto ancora il pezzo sui The Ragazzi, che, ne è sicuro, il critico musicale sta per chiedergli. È pronto a dire che immaginava una scadenza più lunga, ma scopre che il critico musicale lo ha chiamato per un altro motivo, ovvero «la terribile urgenza» di un mille battute su un gruppo svedese post-emo appena uscito con un concept album sui licantropi primo in classifica in Germania, e più precisamente, di spalla al pezzo che parlerà approfonditamente del gruppo svedese post-emo, già assegnato a un interno, un mille battute in cui «sarebbe utile» elencare tutte le canzoni o i dischi collegati al tema licantropi nella storia della musica. Dei The Ragazzi nessuna menzione, e questo silenzio, forse gravido di sottintesi, mette il giovane apprendista in una difficile condizione psicologica che gli impedisce di fare qualunque tipo di cenno ai The Ragazzi a voce. Tuttavia, avendo a questo punto maturato il reale desiderio di scrivere il pezzo, e non solo perché potrebbe essere la giusta occasione da cogliere per diventare un collaboratore fisso (sebbene non assunto) del mensile dedicato al mondo giovanile, ma anche perché la vicenda dei The Ragazzi lo ha coinvolto in un modo che non si aspettava, il giovane apprendista decide di farne menzione nella e-mail che scrive al critico musicale per spedirgli il mille battute sul collegamento tra musica e licantropi, che, a essere intellettualmente onesti, gli sembra uno dei peggiori mille battute che abbia mai scritto, un po’ per l’assoluta mancanza di trasporto che ha provato per un argomento così insolito, un po’ perché, col passare dei giorni, l’assegnazione del mille battute gli è parsa sempre di più un osso che, per motivi che il giovane apprendista non riesce a immaginare, il critico musicale gli ha lanciato per allontanarlo dal cibo vero. E quindi, trova il coraggio di chiedere nel post scriptum alla e-mail con oggetto Licantropi quando sia prevista la consegna del pezzo sui The Ragazzi dal momento che ha praticamente completato la raccolta del materiale. E, visto che, dopo due giorni,  il critico musicale non gli ha ancora risposto, e la scena del cane che si avventa sull’osso, lasciando incustodita la scodella piena di cibo, inizia a persistere odiosamente nelle sue immagini mentali, scrive al critico musicale un’altra e-mail, questa volta con oggetto The Ragazzi in cui ripete in sostanza quanto chiesto nel post scriptum, dando al tema una rilevanza meno secondaria. Eppure il critico musicale continua a non rispondere.

 La Renault 5 Turbo accartocciata contro un palo a via Petrarca poco prima dell’incrocio con via Manzoni, il fumo che esce dal cofano, una macchia di sangue sul parabrezza incrinato all’altezza del posto di guida, la cassetta TDK nello stereo ancora funzionante che è passata a “Venus” dei Television, lo sportello del passeggero che si apre, una calda notte di settembre, una scena epica, anche se sconosciuta ai più, nella storia del rock italiano. Fa pensare a James Dean e ad altre morti tragiche e premature dello star system americano, invece succede negli anni Ottanta a Napoli, e succede a due dei The Ragazzi, una coppia di musicisti romantici ed estremi da quel momento separata per sempre. Alessandra Russo oggi ha 48 anni mentre io all’epoca avevo sei anni. Ma quella stagione, i favolosi e controversi anni Ottanta, in modi del tutto diversi, appartiene a entrambi…

A distanza di circa un mese dalla seconda e-mail che ha spedito al critico musicale, quella con oggetto The Ragazzi, mentre il destino del pezzo si è avvitato in una spirale di silenzio sempre più eloquente, il giovane apprendista, che sta cercando di smaltire la delusione di non vedere pubblicato il suo primo pezzo lungo al punto da lasciare germogliare timidamente nei suoi pensieri nuove proposte per nuovi mille battute, riceve un messaggio privato dal profilo di Alessandra Russo a cui aveva scritto quasi due mesi prima. Senti, legge il giovane apprendista nella casella postale del social network, costruendo collegamenti tanto inevitabili quanto carichi di conclusioni affrettate tra quelle parole e il volto di Madre Teresa di Calcutta, IO soffro di una depressione gravissima, mio figlio Antonello, 9 anni, è morto l’anno scorso per complicazioni respiratorie legate a una rarissima malattia genetica, 9 anni, per cui IO disconosco tutto quello che ho fatto, non mi credi??? TUTTO quello che ho fatto in passato lo disconosco completamente, anzi non c’è bisogno di disconoscere quello che non esiste, perché tutto quello che ti hanno raccontato non esiste, la musica NON esiste, SE vuoi te la racconto io la storia vera, la MUSICA vera. SE vuoi ci possiamo incontrare a Napoli, domani, ma SE vuoi! Alla Stazione, ore 15, davanti al Bar Mexico, legge il giovane apprendista che, a lettura ultimata, in un breve momento di spersonalizzazione, si vede scrivere sulla tastiera Sono contento che mi hai risposto. Ok per domani ore 15 davanti al Bar Mexico, e vede se stesso cliccare su “Invia”, per ritornare cosciente soltanto a operazione conclusa, quando viene investito da una fittissima scarica di disincanto, che lo porta a chiedersi: 1) per quale motivo dovrebbe incontrare Alessandra Russo ora che il pezzo è saltato; 2) che aiuto possa dargli quella donna palesemente prostrata da un punto di vista emotivo; 3) se non sia quello di Alessandra Russo, piuttosto, un modo abbastanza sconclusionato per chiedere aiuto a lui; 4) cosa lo abbia spinto a fidarsi della reale corrispondenza tra il profilo di Alessandra Russo e l’Alessandra Russo cantante dei The Ragazzi.

Soltanto ora, mentre ha deciso di non prendere il treno che lo riporterà a Napoli per incontrare Alessandra Russo, e ancora non capisce come abbia potuto dirle di sì, il giovane apprendista si rende conto di non avere più ascoltato la musica dei The Ragazzi dalla sera della festa, un ascolto che ovviamente si era ripromesso di fare, ma che aveva incontrato vari ostacoli, a cominciare dall’impossibilità di trovare la loro musica in rete (se, per esempio, scrive The Ragazzi nel campo di ricerca di YouTube, ricava una lista eterogenea di entries che nulla hanno a che vedere con The Ragazzi); proseguendo con il costo proibitivo dell’unico disco trovato in un sito di rarità discografiche (trecento euro, ovvero il doppio di quanto gli avrebbero pagato il pezzo); per arrivare alla solita impasse comunicativa con il critico musicale, che avrebbe potuto prestargli la cassetta del live (oppure doppiarla come si faceva una volta), ma non avendo lui avanzato nessuna offerta in proposito, il giovane apprendista, gravato dalla solita difficile condizione psicologica, non se l’è sentita  di formulare una richiesta in tal senso.  Del momento alla festa in cui il critico musicale ha fatto partire la cassetta con la musica dei The Ragazzi, il giovane apprendista ricorda lo sgradevole fruscio della registrazione, le troppe facce allegre, molte delle quali riferibili a giornalisti in carriera regolarmente assunti dal quotidiano a grande tiratura, compresa quella perfettamente a proprio agio del reporter in ascesa (accompagnato per l’occasione da una modella ivoriana che gli ha ricordato Tyra Banks), e la scena tra il critico musicale e il suo collega, l’altro pezzo grosso, che il giovane apprendista ha vissuto a una distanza abbastanza ravvicinata da permettergli di ascoltare tutto, durata i primi quattro o cinque pezzi del live che, a essere onesti, non gli avevano comunicato niente in particolare. Ricorda anche che a quel punto, colto da un senso di soffocamento, paragonabile a un dito premuto sulla carotide, e avvertendo un impellente bisogno di appartarsi, si è infilato nel bagno di servizio, senza chiudersi a chiave, per mettere in pratica uno specifico esercizio di respirazione, sperando che lo avrebbe aiutato ad allontanare i pensieri di morte e, risalendo alla fonte, tutte le elucubrazioni in cui sprofonda con una frequenza invalidante, nel confrontare il suo destino con quello di altri essere umani a lui prossimi, su fortuna e sfortuna, caso e volontà, sopraffazione e sottomissione. E proprio ora, quando ha ormai deciso di non prendere il treno che avrebbe potuto portarlo dall’Alessandra Russo cantante e batterista dei The Ragazzi, ora che si rigira tra la lenzuola (alle tredici e quindici, le tapparelle abbassate e il pigiama), con una biro in una mano, il bloc-notes nell’altra e in testa il grottesco proposito di prendere degli appunti, ora che avrebbe ancora la possibilità di avvertire via social network Alessandra Russo, chiunque essa possa essere, che lui non andrà all’appuntamento, ma non vuole farlo perché in fondo non crede gli abbia risposto effettivamente quella Alessandra Russo, o forse perché è ritornato a crogiolarsi nei suoi impeti di ignavia e autodistruzione, ora, in un momento perfetto in cui passato e futuro sembrano azzerarsi, il giovane apprendista si chiede, ripensando al momento della festa (la cassetta, il fruscio, le facce degli invitati, la discussione tra i due critici, il dito premuto sulla carotide, etc.), se nei giorni, mesi o anni a seguire gli capiterà mai di ascoltare la musica dei The Ragazzi. Ed è colto dall’ebbrezza del buio assoluto.

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