Il più grande architetto paesaggista della nostra nazione poteva parlare per ore del ginkgo preistorico che preserva il ricordo dei dinosauri o delle bromelie che sopravvivono grazie a granuli di pulviscolo e gocce di umidità. Un racconto di Nicole Krauss dall'archivio di IL

Per ventun anni sono stato il segretario personale del più grande architetto paesaggista della nostra nazione, un uomo di cui avete quasi certamente sentito parlare. Se pure non ne avete sentito parlare, sarete stati seduti in uno dei parchi da lui progettati, a meno che non abbiate fatto in modo di evitare qualsiasi luogo pubblico, nel qual caso magari siete stati abbastanza fortunati da sedervi in uno dei numerosi giardini privati da lui creati, nella nostra magnifica città o lontano da essa, sulle colline o in qualche valle, all’interno o lungo il mare. E se facevate parte del lotto dei più fortunati, magari avete visitato il giardino che progettò per sé, sul terreno dei Tre Venti, uno dei giardini più affascinanti del mondo secondo studiosi ed esperti, alla pari di El Novillero e di Compton Acres. Se così fosse, allora probabilmente ci siamo anche incontrati, dato che ero io a ricevere gli ospiti nella mia funzione di segretario personale durante gli anni trascorsi a Tre Venti: accoglievo i nuovi arrivati nel salone, sempre fresco a dispetto di quanto potesse essere opprimente la calura all’esterno, o, se si fermavano per la notte, nella stanza degli ospiti. Lì lasciavo l’ospite in pace, in modo che si ristorasse dopo il viaggio, che potesse cambiarsi d’abito o riposarsi sulla poltrona di malacca. Passata una ventina di minuti mi ripresentavo con un bicchiere di limonata su un vassoio di rame ammaccato e l’invito a incontrarci nel patio a mezzogiorno e mezzo quando il più grande architetto paesaggista della nostra nazione avrebbe dato inizio alla visita personale dei terreni traboccanti di specie rare, tanto rare che ci si sarebbe dovuti inoltrare diversi giorni nel cuore della foresta per trovarle, e forse senza neanche riuscirci.

Alcuni degli alberi li aveva piantati da più di mezzo secolo. Quando muoio, soleva dire, ricordati di non spostare niente. Nemmeno le pillole sul comodino? domandavo. E va bene, rispondeva sempre, ma soltanto le pillole. Io sono un realista, un uomo terra terra! esclamava immancabilmente ad alta voce quando lo guardavo nel modo sbagliato. Mi sono costruito la casa con le mie mani, quindi non credo sia troppo chiedere che quando muoio i miei occhiali vengano lasciati dove li ho appoggiati io! Perché nutriva la speranza (ora schiacciata dalla storia, sul cui sentiero gli capitò di imbattersi) che Tre Venti divenisse un museo che avrebbe attirato una folla che si sarebbe innamorata della flora della nostra magnifica nazione, così come se ne era innamorato lui. Portava il suo fardello di rimorsi e rimpianti come chiunque altro – tanti dei suoi sogni non si erano mai avverati, e altri solo in seguito a molti compromessi – ma su quegli ettari di terreno, se non altro, tutto esisteva secondo il suo progetto, per quanto umanamente possibile: il resto era nelle mani della natura.

E la natura, come soleva dire, non è un’entità pacifica. Non è un vento leggero con il sole che sorge da dietro i monti, come i libri per bambini volevano che si credesse. Non è fatta di piccoli boccioli rosa, non è una rapsodia in verde. (Vi è mai capitato di notare che ciò che passa per verde in questo paese in realtà è nero? Un’infinità di foglie nere?) La natura è una faccenda crudele e piena di intrighi, mi diceva sovente quando ci trovavamo soli, il che capitava spesso. È aggressiva, e sorprendentemente mortifera. I più deboli vengono ammazzati, prima torturati e poi ammazzati, e i più forti si nutrono di putredine e marciume. Quindi non fatevi incantare da chi sostiene che tutto è pace, il vento tra le fronde e il canto dei grilli. I grilli sono soli; strofinano le ali su una vena dalla quale spuntano denti, nella speranza che altri della loro genia li trovino, per accoppiarsi o per scontrarsi. Non fatevi incantare da chi parla del canto dei grilli, o cita poesie sulle rose. Non voglio dire che i fiori non li si dovrebbe raccogliere per goderne la bellezza, mi limito ad osservare che il vostro raccoglierli e il vostro godimento fanno parte del loro disegno, non del vostro.

Non che si esprimesse sempre così. Dopo un buon pasto in presenza di amici poteva parlare per ore del ginkgo preistorico che preserva il ricordo dei dinosauri, delle bromelie che sopravvivono grazie a granuli di pulviscolo e gocce di umidità, o del giardino di muschio di Saihoji, il cui stagno è coperto da una membrana di alghe attraverso le quali la pioggia cade placida verso la propria morte. Poteva filosofeggiare sui giardini di Epicuro, oppure rendersi accattivante con resoconti delle proprie avventure nella foresta pluviale, o dei viaggi giovanili in Asia, dove aveva seguito il cammino di Basho fino ad Haguro. Dipendeva tutto dall’umore, che poteva venire capovolto come un calamaio pieno di inchiostro, dal quale si rovesciava tenebra. Negli ultimi anni non erano rimasti più molti amici. Ma all’inizio arrivavano da tutto il mondo, scrittori famosi, artisti, dignitari di ogni genere e specie, a godere del tour privato di Tre Venti e a firmare il libro degli ospiti, ornato di una nappa dorata.

Per ventun anni sono stato il segretario personale del più grande architetto paesaggista della nostra nazione. Sono stati anni bui nella storia del nostro paese, ma fuori il sole splendeva, come ha sempre fatto e sempre farà qui da noi. Dietro a porte sbarrate, negli scantinati, nei depositi merci, nei palazzi segreti il sole non splendeva, ma fuori splendeva sempre. Un giardino dipende dal sole. Un giardino è una composizione di luce, soleva dire, si deve pensare a come vi tramonterà il sole, a come vi sorgerà, da che direzione splenderà, come lo attraverserà, come ogni foglia si rivelerà o ne resterà oscurata.

Il giorno che mi sono diplomato all’Istituto di Agraria il sole splendeva come al solito, e io sono andato in bicicletta al nuovo parco nella zona nord della città, quello già reso famoso dai giornali nonostante la sua costruzione fosse appena iniziata. Mi presentai alla direzione del parco. A quel tempo era provvisoriamente ospitata in un edificio che in seguito diventò un locale pubblico dove i visitatori potevano ordinare del caffè e sedersi all’aperto, all’ombra di un platano mastodontico. (Quell’albero non era ancora arrivato su un camion dal lungo pianale; si stava ancora piegando al vento della provincia, chissà dove, inconsapevole di ciò che quei progetti avevano in serbo per lui.) Ed eccolo lì, seduto a una scrivania traboccante di carte e disegni, il famoso botanico e architetto paesaggista, da poco incoronato Direttore dei Giardini Pubblici, brunito e inargentato dal sole e dall’età. Mi lanciò a malapena un’occhiata. Vorrei fare domanda di assunzione, dissi. Abbiamo già tutti i giardinieri che ci servono, rispose, e continuò a sfogliare delle carte. Non so cosa mi prese – forse il coraggio che scaturisce dal trovarsi di fronte al proprio destino – ma continuai: Lei non ne ha nessuno come me. Adesso alzò lo sguardo, e una specie di sorriso gli attraversò il volto, andando a scomparire dietro la nuca. Dapprima fissò attentamente i miei pantaloni, lo sporco sotto le unghie, e poi mi guardò in faccia. Mi irrigidii a quello sguardo. E che tipo di giardiniere sarebbe mai? chiese, lasciandosi andare sullo schienale così che la sedia fu costretta a emettere uno strido di terrore. Il mio pensiero corse alla Phalaenopsis bellina appassita che avevo trovato tra la spazzatura qualche mese prima e che avevo portato a casa e curato finché un giorno non aveva ricominciato a cacciare germogli verdi, e, che dio mi perdoni, dissi: Il tipo che sa suscitare nuova vita nei morti.

Il parco era ancora in costruzione: i sentieri non erano ancora tracciati, la futura serra non era altro che una fossa di acqua tiepida piena di larve di zanzare, si era appena iniziato a scaricare il terriccio che avrebbe formato i sinuosi rilievi dei giardini superiori, e i busti dei generali li stavano ancora modellando alla fonderia nazionale. Ma lui deve aver captato il modo in cui io capivo appieno la bellezza di ciò che intendeva creare, una bellezza selvaggia e impercettibilmente controllata. Deve aver sentito, inoltre, la mia determinazione, il modo in cui ero pronto a gettarmi in quell’opera con tutto il cuore. Non avevo nessun altro a cui render conto: niente genitori, niente figli, nessuna ambizione se non quella di vivere tra le foglie e i nomi latini. Quel primo giorno mi sedetti accanto a lui, annotando ciò che mi dettava ad alta voce mentre sfogliava i progetti, e non sbagliai assolutamente nulla, non mi dovette mai dire come si scrivono correttamente Trochodendron aralioides oppure Xanthorrhoea preissii, e quando di tanto in tanto si sbagliava lui, prendendo una pianta per un’altra ad essa imparentata, io correggevo senza attirare l’attenzione sull’errore. Alle quattro mi lasciò in libertà, dicendomi di tornare il giorno seguente con le unghie pulite. Alle otto in punto ripresi il mio posto al suo fianco. Avevo un assoluto rispetto per lui. Mi sembrava di essere stato… come dirlo? Di essere stato scelto, soprattutto.  Senza che mi venisse detto, capivo quando stargli alle calcagna e quando mettermi in disparte, quando suggerire la parola che stava cercando e quando assorbire le sue parole come fossero pioggia torrenziale.

Cosa volete che dica? soleva gridare. Io sono un realista e un uomo terra terra, in entrambi i casi di poche parole! Se non fossi diventato quello che sono, magari sarei stato poeta. Li rispetto profondamente, i poeti, soleva dire. Sia io che loro dobbiamo lavorare con quello che si ha, io con quella che una volta era l’opulenta flora del nostro paese, gran parte della quale ora vacilla sull’orlo del baratro dell’estinzione, e loro con la nostra lingua che soffre lo stesso destino. Quando ero ragazzo c’erano tante più parole, diceva, ma ad una ad una sono cadute in disuso. La storia ha raggiunto un punto in cui la lingua sta slittando a ritroso, un giorno torneremo a non avere più la parola, e a quel punto come per provare la sua teoria si andò a sedere in veranda cogliendo dal giardino un lugubre silenzio. Ma non riusciva mai a rimanere in silenzio a lungo. Prima o poi, le parole superstiti riesplodevano in lui. Nessuno di noi due aveva radici profonde in questo paese. Lui un po’ più di me, essendo nato nella capitale, ma sua madre era nata nei Carpazi e suo padre a Lipsia, ed era cresciuto nelle lande desolate intercalate tra le più nobili lingue della terra, e questo forse era il motivo per cui gravitava verso la lingua che, per quanto morta, offriva un nome proprio a qualsiasi cosa. E che, essendo morta, non cambiava. Un lago è un lago è un lago per sempre. Un lago non può un bel giorno diventare la testa di uno struzzo o una tomba.

Un pomeriggio, mentre ispezionavamo una nuova spedizione di felci e orchidee nei giardini superiori, un corteo di tre macchinoni neri con i vetri affumicati si avvicinò lungo il viale di palme imperiali, sollevando una nuvola di polvere, e si fermò davanti all’edificio che ospitava provvisoriamente la direzione del parco. Il solo vederli, come predatori oscuri nella vegetazione, mi fece rabbrividire. Tutte e quattro le portiere della prima automobile si aprirono di scatto, e ne uscirono quattro uomini in uniformi militari e con occhiali da sole con la montatura d’oro. Uno di questi bussò alla porta della direzione, entrò, e dopo qualche istante uscì di nuovo. Poi le quattro portiere della seconda automobile si aprirono, e ne emersero altri quattro uomini in uniforme, uno dei quali, con un gesto lento, ci additò. Le portiere del terzo macchinone restavano chiuse. Non crede che dovrebbe andare da loro, domandai? Sì, rispose, ma rimase con i piedi incollati a terra, mentre una piccola Aphelandra squarrosa gli tremava sul palmo di una mano. Sì, certo, ripeté, più rivolto alla pianta che a chiunque altri. Alla fine vennero loro e lo portarono via nella terza automobile. Da dentro venne aperta un’unica portiera, e ricordo che mentre se ne stava lì in piedi a scrutare le buie imbottiture dell’interno, aveva la faccia di un uomo che si trova sull’orlo di un abisso, terrorizzato in egual misura dal cadervi che dal buttarcisi dentro.

Progetto dopo progetto, schizzo dopo schizzo, aiuola flessuosa dopo aiuola flessuosa, egli riuscì a far chinare il capo alla natura. La natura non è una collana di margheritine, un mazzolin di fiori che vien dalla montagna, soleva dire. La natura morde la mano che la nutre. Ma lui non tentava in nessun modo di domare la natura, non tentava di strapparle gli artigli o di rimuoverne il veleno. Era questo il segreto che lo distingueva da tutti gli altri: lui faceva chinare il capo alla natura senza mai romperle il collo. Costituiva il suo genio, ma fu anche la sua rovina. Lasciava che la natura conservasse la propria essenza selvaggia e un giorno la natura gli si rivoltò contro e lo gettò nella polvere. No, non un giorno, a dire il vero – molto lentamente, sotterraneamente, ma il risultato fu lo stesso.

Osservai il corteo di automobili scomparire così come era venuto, e poi, per quanto scosso, ripresi il mio lavoro – il mio lavoro che, dopo tutto, non era né più né meno che accudire scrupolosamente le piante fragili ed esauste che avevano viaggiato fin da in capo al mondo per prendere il proprio posto nell’illustre parco, progettato dal grande botanico e architetto paesaggista che aveva insegnato alla gente come riconoscere una bellezza mirabile nelle specie indigene del proprio paese. Quella sera, una sera primaverile d’un azzurro terso, tornai a casa in bicicletta e feci il bagno, e rimasi a contemplare lo sporco che svaniva vorticando nello scarico, dove si sarebbe riunito a tutti gli altri sedimenti che si facevano strada verso il mare, scorrendo giù lega dopo lega, muto. Avrei voluto chiamare qualcuno e raccontare quello che era successo, ma chi potevo chiamare? Pensavo che fosse possibile che non l’avrei mai più rivisto, il che, a ripensarci, non fa altro che dimostrare quanto fossi ingenuo a proposito del modo in cui operano i generali.

Quella notte non dormii. Il giorno seguente, quando arrivai di buon ora al parco, lui stava già alla scrivania. Aveva un’aria terribile: aveva dormito vestito, o magari non aveva dormito affatto. Ma provai comunque sollievo. Misi a bollire dell’acqua per il tè. Quando servii il vassoio, insistette che versassi il liquido fumante sia per lui che per me. La mano gli tremò un poco, e del tè si versò sul piattino. Ci sono cose che dovresti sapere, disse piano. Dovrei? domandai, versandogli un cucchiaio abbondante di zucchero nella tazza. Io mescolavo e lui guardava lo zucchero che si scioglieva. I nostri non sono tempi normali, sussurrò. Per costruire un parco del genere si deve vendere l’anima al diavolo. Posai le mani sulle cosce, le mani di un semplice giardiniere, e mi guardai le unghie. Un giardino è una composizione di luce. Si deve pensare da che direzione il sole splenderà, a come vi tramonterà e come vi sorgerà, a quale foglia rivelerà, quale oscurerà. Srotolai il progetto del parco, e senza dire una parola – sì, facendo scorrere un dito – lo feci concentrare su qualche dettaglio, finché non riprese a vedere con i propri occhi. Allora mi alzai e andai a riporre il servizio del tè. Dio abita i vostri giardini, gli dissi, e uscii per mettermi al lavoro.

Mi invitò ai Tre Venti. Si trattava di un invito che poteva avere parecchi significati, ma solo quando sentii un crampo allo stomaco mi resi conto che me l’ero aspettato. La tenuta era a più di un’ora di macchina, sulla pianura costiera. Io ero seduto davanti, di fianco all’autista, mentre lui sedeva dietro, e di tanto in tanto sentivo i suoi occhi che mi si posavano sul collo, leggeri leggeri, come una mosca. Tre Venti era un giardino rivolto dentro di sé. Era lì che lui coltivava se stesso, lì che sperimentava nel modo più spregiudicato, senza alcun vincolo. Quando mi condusse in visita al parco, mi ricordo che rimasi scioccato quando mi si rivelarono quelle pareti di cemento armato, scoperchiate, come una rovina del futuro, o quel sentiero lustro, fradicio, che si inoltrava tortuoso nel sottobosco fino a una cattedrale di alberi. Poi mi fece visitare il vivaio, la collezione di piante tropicali, l’erbario, la piccola cappella benedettina dedicata a san Francesco, e infine lo studio in cui dipingeva, avviluppato da rampicanti. Mentre me ne stavo davanti a una delle sue grandi tele, un’orgia di incastri di colore, sentii una mano scivolarmi pesante sulla spalla. Il fiato era caldo e greve, e lui odorava di sandalo e di vino. Cosa vedi? mi disse all’orecchio. È un bel quadro, signore, risposi. Gli sentii come un rantolo in fondo alla gola. Forse non sei l’uomo che ho pensato che fossi, sussurrò. Vedo un precipizio in primo piano, e dietro dei lupi, dissi. Le sue dita mi serrarono la spalla. Davvero, no? chiese. Davvero?

Non molto tempo dopo mandò a prendere le mie cose e la stanzetta rivolta verso est accanto alla cucina diventò tutta mia. Il letto era stretto ma comodo, e dalla sedia godevo la vista di un ciliegio, i cui frutti maturavano di giorno in giorno. Collocai sul davanzale la scatoletta di peltro venuta dalla mia città natale, con le vedute dell’Henkersteg, del Teatro dell’Opera, e del Bratwurst Glöcklein, e su uno scaffale sistemai i libri di botanica. Rapidamente assunsi nuovi compiti. Rispondevo alle lettere, controllavo gli ordini, organizzavo l’agenda, supervisionavo i lavoratori, e provvedevo ai bisogni, grandi o piccoli, del più grande architetto paesaggista della nostra nazione. La sua opera non era mai compiuta, ma a volte si trascorrevano momenti di quiete insieme, anche, e non credo di esagerare quando dico che quello fu il periodo in cui l’ho visto più felice che mai.

Ma non durò. Quando ci viene dato un chiaro avvertimento, non è forse vero che ciò che accade poi sembra sempre inevitabile? Quando i generali arrivarono dalla città a Tre Venti con quelle loro auto scure, io li accolsi in cima al viale, li feci entrare in casa e servii loro la limonata sul vassoio di rame ammaccato. Ci comportavamo secondo cerimoniale. Visitarono la tenuta. Nella piccola cappella di san Francesco uno di loro si inginocchiò e si fece il segno della croce. Quando furono sul punto di andarsene, quello stesso generale si accorse di aver perso gli occhiali da sole, e l’architetto paesaggista si appiattì sul pavimento e cominciò a vagare freneticamente a tentoni tra le sedie del lungo tavolo da pranzo. Non l’avevo mai visto così, come un cane o uno scarafaggio, e volevo gridargli di alzarsi, ma allo stesso tempo capivo che non c’era altra scelta che unirsi a lui. In quel momento mi ricordai della cappella. Vi tornai di corsa, ed ecco lì gli occhiali che luccicavano sotto a un banco vuoto. Il generale li osservò attentamente per assicurarsi che fossero intatti, poi mi sorrise e con un fazzoletto lentamente cancellò le impronte dei miei polpastrelli.

E poco dopo, sì, quasi subito dopo, i giardini inferiori nel cuore del parco in città vennero sostituiti nei progetti  da un lago scintillante, un lago tanto profondo che nessuno poteva raggiungerne il fondo, che comunque era di cemento armato. Arrivarono i bulldozer a sventrare la terra, strappando selvaggiamente i cespugli, e la terra grassa venne portata via in camion che rombavano su e giù lungo il viale di palme imperiali. Passarono quattro giorni, durante i quali la buca restò spalancata sotto a un cielo vuoto. Alla fine una notte vennero le persone coinvolte nell’affare di ciò che si trova sul fondo. Seppellirono quello che i generali volevano seppellire, e poi versarono il cemento. Se ci furono colpi d’arma da fuoco, grida, o se ci fu solo il silenzio dei morti, non lo so. Noi eravamo distanti, nella clausura di Tre Venti dove l’orologio del nonno, portato da Lipsia, ticchettando salutava con delicatezza le ore. Ci deve essere voluto un piccolo esercito, con i camion e le torce elettriche, perché al mattino il cemento era già asciugato sotto al sole che non smette mai di risplendere. Qualche settimana dopo il lago venne riempito, con il sole che si affaccendava sulla superficie azzurra, e un dispaccio ufficiale ci arrivò dal Capo Supremo della Nazione in persona: pedalò. Fu tutto. Gli uccelli arrivarono spontaneamente, non appena le lenticchie d’acqua e le ninfee vennero piantate.

Dalla mia stanza lo sentivo che mi chiamava da qualsiasi angolo della casa, anche se con il tempo avevo imparato a riconoscere i rumori che precedevano una domanda, e anche prima che formulasse la domanda mi facevo trovare pronto alla sua porta. Se suonava il telefono, ero io che andavo a rispondere; ero io a sapere se era in grado di venire di persona all’apparecchio, o se dovevo prendere un messaggio; ero io che dicevo al cuoco cosa doveva preparare per cena; io che lo accompagnavo a letto quando aveva bevuto troppo, che gli portava la prima tazza fumante di tè al mattino, nella tazza del sedicesimo secolo inviatagli da un ammiratore giapponese; ero io che gli passavo la matita, il cappello, il bastone, il trapiantatoio, il coltello; ero io a correre con il kit del pronto soccorso ogni volta che si tagliava, perché lui – il nostro più grande architetto paesaggista e botanico – non sopportava la vista del proprio sangue.

Le cose crescono bene in questo paese, sotto un sole del genere. Sotto lo sguardo attento degli occhi di bronzo dei generali, le palme imperiali crescevano. Le foglie delle ninfee giganti diventavano grandi come tavoli. Il bambù gigante cresceva fino all’altezza di quattro o cinque piani, e quando una brezza lo attraversava gli esili steli chiocciavano, e quando si piegavano al vento stridevano, imitando il rumore dei freni di un tram, e chissà come si sentiva anche il suono degli zoccoli di cavallo, del raglio dell’asino, come se un’intera stalla piena di animali fosse contenuta in quel bambù. Si sentivano sussurri, e il rumore di bambini che giocavano, o forse piangevano, o che magari cantavano piano. Ma il più grande architetto paesaggista della nostra nazione non li sentì mai, perché una volta completata la costruzione, dopo che ebbe partecipato alla cerimonia di inaugurazione, non trovò più il tempo per ritornare nei parchi e nei giardini che aveva progettato nel periodo in cui aveva retto la carica di Direttore dei Giardini Pubblici – parchi, dopo tutto, che erano visitati e goduti dalle moltitudini che venivano a passeggiare sui suoi sentieri e a sedersi sulle sue panchine. Furono anni pieni di impegni per lui. Non mentirò: furono anche anni buoni, per lo più. Lui aveva il suo lavoro. Il grottesco incidente del lago non si ripeté mai più. E quando, dopo quasi quindici anni, alcuni dei generali fuggirono dal paese mentre altri venivano processati, e i più si ritirarono dietro gli alti muri intonacati delle loro ville a trascorrere il resto della vita nella quiete dei loro giardini, nessuno si preoccupò del nostro architetto paesaggista nazionale: anche lui venne lasciato in pace.

Cosa volete che dica? soleva gridare. Il mio lavoro era semplicissimo: collezionavo piante e disegnavo parchi e giardini. Niente di più e niente di meno. Abito in una casa che ho costruito con le mie mani, circondato dai miei ettari di piante, di grandi alberi, alcuni comuni e altri rarissimi, tanto rari che dovreste inoltrarvi nel cuore della foresta per giorni, come ho fatto io, per trovarli. Alcuni di questi alberi li ho piantati tanto tempo fa, da giovane, gridava, e adesso sono vecchi, come me, eppure – diversamente da ciò che è successo a me – i loro progetti non sono stati rovinati, insudiciati e rovinati, soffocati nella tenebra. Una volta – un’unica volta – lo guardai dritto negli occhi e gli dissi, calmo e chiaro: non siete stato voi a venire soffocato nella tenebra. Non mi dimenticherò mai la sua faccia, quella di un bambino che non aveva mai preso una sberla. Si ritirò, o cercò di ritirarsi, ma in fondo non ci si può ritirare da se stessi.

Durante gli ultimi anni eravamo spesso in viaggio, era l’unica cosa a dargli un sollievo temporaneo dal cattivo umore. Visitammo l’Alhambra. Sul Lago di Como, alloggiammo a Villa d’Este e passeggiammo lungo i giardini di Villa Carlotta e Villa dei Cipressi. Andammo ad Arezzo a vedere i dipinti di Piero della Francesca e a Firenze per quelli di Beato Angelico. Era la prima volta che mi trovavo in Italia, e lui insistette che salissi le scale fino in cima al Duomo, per visitare la doppia struttura della cupola, mentre lui se ne stava seduto di sotto a bere un caffè. Ad un momento convenuto io sarei dovuto uscire sul minuscolo balcone alto sulla cupola a salutarlo con la mano, e lui, a sua volta, mi avrebbe salutato. L’ascesa era dura – le scale erano ripide, e il passaggio alquanto angusto, e numerose volte dovetti respingere un senso soffocante di claustrofobia. L’ultima rampa dovetti farla di corsa per affacciarmi sul balconcino in tempo per salutarlo, così che ci arrivai senza fiato. La claustrofobia si rivelò uno scherzo a confronto delle vertigini. Abbarbicato alla parete, con le gambe che mi tremavano, guardai giù, al di là del parapetto. Molto distante, giù in basso, tra i punti bianchi dei tavolini del caffè sparsi sulla piazza, vidi una figura che salutava con la mano. Restituii il saluto. Lui salutò di nuovo, così che anch’io salutai un’altra volta. Lui continuò a sventolare la mano, come per inerzia. Quanto dobbiamo andare avanti così? mi chiedevo. E allora mi resi conto che stavo pensando di lasciarlo – lasciarlo solo con tutti quegli spettri e quei demoni per rifarmi una vita, altrove. Tutto era ancora possibile per me, la porta era aperta. Laggiù, lui continuava a salutare con la mano. A quel punto ebbi la sensazione che cercasse di dirmi qualcosa. Non chiedetemi come facevo a saperlo; ovviamente non riuscivo a distinguerlo in volto da così in alto. Chissà come sapevo che mi stava dicendo qualcosa, o forse lo stava urlando, e che in entrambi i casi era un tentativo futile. Pensai che c’era qualcosa che non andava, così mi voltai e corsi giù per le scale strette, girando torno torno senza ancora arrivare in fondo, senza ancora essere vicino al fondo, a dire il vero, mentre, sa Dio, magari a lui stava venendo un infarto lì in piazza. Ma quando finalmente uscii di nuovo alla luce del giorno e corsi fino al caffè, madido di sudore, lo trovai tutto assorto nel giornale. Cosa stava cercando di dirmi? domandai. Dirti? fece lui. Vale a dire? io ero accecato dal bagliore del sole. Non sapevo nemmeno se ci eri arrivato fin lassù.

Io non sono cristiano, ma numerose volte mi sono sentito attratto dentro la cappella dei Tre Venti, a guardare un’altra volta il piccolo quadro di San Francesco che regge la colomba fra le mani. Ci sono persone che commettono crimini tremendi. E ci sono persone che accondiscendono. Una cosa che non ho mai saputo è come deve essere l’accondiscendere per chi accondiscende? A volte passava un bel po’ di tempo mentre me ne stavo lì, talmente tanto che i sottili fasci di sole multicolore che filtravano dalla vetrata policroma scivolavano su un’altra parete. No, non solo come un arrendersi ma, a modo proprio, un affermarsi?

Il nostro ultimo viaggio fu negli Stati Uniti. Era inverno là, così io presi dal guardaroba la pelliccia di suo padre, lo zibellino russo che aveva portato con sé da Lipsia. Aveva l’odore del baule di cedro, ma era ancora stupenda. Avvolto in quella pelliccia che quasi toccava per terra, aveva un’aria che colpiva in modo arcano, e la gente si voltava al suo passare. La pelliccia lo faceva parlare a voce più alta, come se lì dentro se non fosse in grado di sentire la propria voce, il che richiamava ancor di più l’attenzione. Si rifiutava di toglierla, anche al coperto, e a volte, mentre faceva colazione nell’elegante salone dell’hotel, un po’ di cibo gli cadeva sulla pelliccia e vi rimaneva impigliato, cibo che poi avrei cercato di togliere via mentre non guardava, o dopo che si era addormentato in taxi alla fine di una giornata di lunghe camminate. In quelle occasioni, mi rendevo conto di quanto stesse invecchiando, e mi prendeva il panico. Come sarei riuscito a tenere tutto a posto? Le scarpe sotto il letto. Il bicchiere sul tavolo. La colomba fra le mani. La sedia vicino alla porta. Il trapiantatoio a portata di mano. Il cuoco in cucina. Il sole in cielo. La foglia per terra. La luce sul lago. Era troppo, come uno di quei sogni in cui ogni volta che ti giri trovi che qualcosa si è spostato alle tue spalle. Ma lui si svegliava sempre e, ancora affondato in quell’enorme pelliccia, riprendeva a parlare (tra sé e sé, oppure rivolto a me, non l’ho mai capito), e io riprendevo ad ascoltare come al solito, annuendo di tanto in tanto ma altrimenti senza dire granché, anzi proprio quasi nulla, e tutto tornava ad essere esattamente com’era sempre stato tra di noi, come sarebbe sempre stato.

© 2012 Nicole Krauss / Agenzia Santachiara
Traduzione di Damiano Abeni

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