Il momento in cui un ragazzo scopre il jazz e, con il jazz, tutto quello che ci può essere oltre la sua "valle di bovari". Un capitolo in anteprima di "Un solo paradiso" (Sellerio), il nuovo romanzo di Giorgio Fontana, Premio Campiello 2014 e firma di IL

Pochi giorni dopo lui e Martina andarono a un concerto jazzcore tenuto in un centro sociale dalle parti di corso Lodi. Nel fumo della sala vedeva ergersi le grandi casse dei Marshall, monoliti neri, all’apparenza più adatti a una band metal.
Il gruppo era sloveno. Un quartetto con batteria, sassofono, chitarra elettrica e un bassista calvo che ogni tanto si avvicinava al microfono per canticchiare una nenia. Il primo brano li investì con una forza che non si erano aspettati: oltre al chitarrista, anche l’uomo al sax aveva attaccato un distorsore allo strumento.
«Questo è jazz?», urlò lei all’orecchio di Alessio.
«Credo di sì. Sì».
«Non mi convince».
«Lasciati andare».
Martina sospirò e lo abbracciò. Lui si guardò intorno. Il pubblico era sparuto, non più di una dozzina di persone. La stanza era piccola e la musica cresceva di intensità. Alessio si sentiva attraversare da ogni singolo fendente calato sulla chitarra, da ogni muggito del sax.
A un certo punto il bassista estrasse un megafono di cartone con cui quasi inghiottì il microfono. La batteria accelerò e il sassofonista cominciò a ripetere un ostinato di tre note. Il bassista intonava una filastrocca in falsetto, che il megafono amplificava in modo spettrale. Il chitarrista faceva a brandelli accordi che poco avevano a che fare con il resto.
Martina strattonò Alessio e gli gridò che voleva uscire, ma lui alzò una mano per dirle di attendere. Il batterista aveva rallentato improvvisamente la velocità del brano, e il raglio del sassofono uscì dalla gabbia di quelle tre note: ancora qualche battuta e la chitarra si unì al nuovo moto con un arpeggio.
Alessio ebbe un’intuizione – qualcosa stava per succedere. Si sentiva nell’aria, nella vibrazione dell’attesa, tutti lo compresero e infine accadde.
Il bassista tirò fuori un accendino e diede fuoco al megafono di cartone, mentre continuava a cantare la sua litania. Alessio e Martina aprirono la bocca.
I riff del basso e del sassofono confluirono in un’unica frase. Intanto il megafono bruciava – la fiamma arancio che lo divorava dal fondo era cresciuta, ed ecco un piccolo incendio rosso vivo: qualcuno di fianco ad Alessio gridò, un altro grido e un fischio gli risposero: il bassista fece in tempo a gettare un ultimo acuto tra le fiamme, più forte che poté, prima di abbandonare ciò che restava del megafono a terra e schiacciarlo con un piede.
Tutti si erano dimenticati della musica, che nel frattempo si era contratta fino quasi a scomparire. E mentre la carta era ormai cenere sul palco, il bassista aveva cominciato a cantare davvero: il sassofono si limitava a suggerire qualche nota di medio registro, e la batteria era ridotta a una carezza sui piatti. E lui cantava.
Cantava a voce piena, ora, un ritornello emerso dai detriti della musica: qualcosa che poco aveva a che vedere con il jazz, eppure ad Alessio ricordava una versione più fragile e moderna di Billy Eckstine: cantava e cantò ancora per un minuto, mentre il resto della band ormai taceva – cantò a cappella, torcendosi le dita dall’emozione, in quella stanza piccola e buia, per una manciata di ragazzi sbalorditi, come se stesse annunciando la fine del mondo.

Uscendo da lì, Alessio e Martina si strinsero lungo il corso ancora pervasi dalla musica, e per la prima volta si dissero di amarsi. Se lo ripeterono a lungo, come increduli.
«Andiamo da te?», chiese Alessio.
«Aspetta. Voglio camminare ancora un po’».
«Dove siamo? Mi sono perso».
«Non importa».
Dopo un isolato di palazzi color mirtillo, Milano si sciolse in una successione di case basse. Alessio e Martina avevano rallentato il passo, e ogni tanto si fermavano per baciarsi. Lui le percorreva il viso con l’indice.
«Quando hai iniziato a suonare la tromba?», gli chiese Martina all’improvviso. «Non me l’hai mai raccontato».
«Be’, da dove cominciare».
«La tromba e il jazz», disse lei.
«Da dove cominciare. In realtà sono due cose distinte». Fece un sospiro. «Un giorno, a quindici anni, accompagno quello stronzo di mio padre in un paese a una decina di chilometri dal mio. Deve vedersi con un macellaio o qualcosa del genere – ci sono di mezzo degli affari, e pensa che trascinandomi dietro imparerò qualcosa. Ma quando arriviamo a casa del tizio, lui si dimentica di me e comincia a litigare con lui. La discussione si sposta in fretta nel prato di fronte. Io resto da solo nel piccolo salotto, e mi accorgo all’improvviso di essere circondato da libri e dischi. Libri e dischi, a casa di un macellaio in un villaggio alpino? Mai visto niente del genere. Di certo non dai miei: nessuno leggeva, nessuno ascoltava musica. A quel punto dalla cucina esce una signora grassa e con l’aria più triste che abbia visto in vita mia: appena mi nota cerca di correggersi, sorride come se l’avessi colta in fallo, e si presenta. È la moglie. Parliamo del più e del meno, guardando fuori dalla finestra suo marito e mio padre che discutono agitando le braccia e bestemmiando. Quasi senza pensarci, faccio: “Quanti dischi. Siete appassionati?”. E lei: “Soltanto io”. E il modo in cui lo dice – dio, c’è qualcosa di terribile, qualcosa che mi ricorda mia madre, il modo in cui, lo intuisco per la prima volta senza capirlo, è sempre stata mortificata. Di colpo mi sale una tristezza infinita, ed è come se anche lei lo cogliesse: e allora il suo sorriso si addolcisce, si volta verso la parete, estrae un cd e me lo dà».
«Un cd di jazz».
«Stan Getz. Uno di quei best of che uscivano in allegato con il giornale».
«Non è incredibile? Una musica per pochi, eppure entrambi abbiamo –».
«In effetti», sorrise lui. «Ma devi tenere presente che per me quel nome non significava nulla. E qui veniamo al discorso della tromba. Ho imparato a suonarla alla banda musicale del posto, e non ricordo nemmeno come è cominciata. Era un passatempo. A mio padre piaceva la divisa, l’aspetto militare della cosa. Suonavo e basta. Marcette, qualche concerto durante le feste. Non mi era mai passato per la testa che ci fosse qualcosa di più. Per il resto ero un ragazzo come gli altri. Sbronze precoci, botte alle scuole medie per capire chi è il più forte, partite a calcetto e così via. Ma quella signora… Mi aveva regalato qualcosa di bello, capisci? Non era scontato. Non lo era affatto».
«Ti ha regalato il tuo primo disco».
«E la sera stessa lo metto sullo stereo, che fino a quel momento ha mandato solo la musica dance che ascoltava mio fratello e io ascoltavo di rimando».
«Dance commerciale italiana».
«Proprio quella».
«Gesù», rise lei.
«Però quella sera mio fratello è fuori con gli amici e io ascolto Stan Getz. E so che sembrerà il solito racconto dell’illuminazione adolescenziale, ma ti ripeto – devi mettere tutto in un contesto. Non avevo modo di capire quella roba: e infatti non l’ho capita. Il jazz in una valle di bovari. Comunque mi sono sforzato lo stesso, con la tenacia che hai soltanto a quindici anni. Che cazzo, ho pensato. Se me l’ha regalato ci sarà pure un motivo. E così l’ho suonato ancora, e ancora. E più lo ascoltavo e più mi piaceva. Cos’era? Non ne avevo la minima idea, eppure non riuscivo a staccarmene. Avrebbe potuto essere ogni altra forma di musica, per quanto mi riguarda, ma fu il jazz. Era qualcosa di nuovo – qualcosa che forse non mi avrebbe tirato fuori dalla merda in cui mi sentivo immerso; ma che almeno mi inchiodava alla realtà. Mi faceva capire dov’ero, e quante cose stupende c’erano altrove. Intravedevo le luci dell’America. Erano lì. Potevo riaverle quando volevo».
«Hai più rivisto quella signora?».
«Mai più. Ma ancora oggi ho un debito nei suoi confronti.» Strinse la mascella. «Sarei potuto diventare come mio padre, o mio fratello. E invece».
«Non hai un gran rapporto con la tua famiglia, eh?».
«Temo di no. Ma quello che voglio dire è che che siamo completamente impreparati alla bellezza. Ci capita, ma non siamo preparati», concluse, senza più capire se stesse parlando di quel disco o di Martina.
Stavolta tacquero a lungo. Lei lo strinse più forte e ancora una volta disse di amarlo. Ripresero a camminare. Chissà dov’erano finiti. Percepirono una sirena d’ambulanza spegnersi nella distanza. Un graffito urlava Basta basta sul muro scrostato di una casa. Oltrepassarono uno spiazzo sorvegliato da una gru e due bar con le saracinesche abbassate.
Alessio immaginò gli appartamenti che sfilavano al loro fianco, la lunga trafila di ballatoi e scale e camere da letto che si susseguivano, e le persone che li abitavano, stanche e disilluse come era stato lui un tempo; padri e madri e figli stesi sotto le coperte, con la testa cotta dalle temperature già troppo alte dei riscaldamenti centralizzati, toraci e braccia e gambe che si opponevano in ogni modo alla condanna del tempo che passa, la sveglia alle sette e venti, l’ordinata trama della propria vita e solo il bisogno di un po’ di pace, di decenza, una buona giornata, una festa comandata, un esame del sangue che non rivela drammi. E in mezzo a questa moltitudine di affogati, Alessio si sentì emergere nella lieta ingiustizia del sopravvissuto.

(C) Sellerio editore Palermo, 2016

Pubblichiamo in anteprima un capitolo del nuovo romanzo di Giorgio Fontana

Giorgio Fontana
Un solo paradiso

Sellerio 2016
208 pagine, 14 euro
In libreria dall’8 settembre
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