La produttrice Osnat Shurer presenta le avventure di Vaiana e del semidio Maui, protagonisti della pellicola attesa in Italia prima di Natale. Tra tatuaggi animati e musiche di Lin Manuel Miranda. E no, non ci saranno animali parlanti

«Scrivere usando un volatile, questo si chiama twittare», parola di Maui, semidio del pantheon polinesiano, che usando il becco del galletto Heihei ha appena autografato la pagaia di Vaiana, protagonista del film Disney di Natale, il lungometraggio animato numero 56, in uscita il 22 dicembre: Oceania. La scena – che abbiamo visto in anteprima – è ambientata 2.000 anni fa, eppure l’anacronismo non dà fastidio, fa anzi parte di quei dettagli che strizzano l’occhiolino al pubblico adulto, costante ormai di ogni film d’animazione che si rispetti. Abbiamo incontrato la produttrice della pellicola, Osnat Shurer, già responsabile di alcuni dei più bei corti Pixar (Stu. Anche un alieno può sbagliare, One Man Band, L’agnello rimbalzello, Jack-Jack Attack), che ci ha confermato la sensazione: «È un film per tutti. La cosa migliore dell’attuale ondata di film d’animazione è che al loro interno ognuno può trovare qualcosa. Spero che il pubblico riesca a vederlo».

La vicenda della figlia sedicenne del capo dell’isola di Moto Nui che, nonostante il divieto del padre, naviga oltre il reef per rimettere a posto il cuore della dea madre Te Fiti e salvare il suo popolo da una carestia imminente, si incastra nella storia delle migrazioni dei popoli polinesiani, che più di 3.000 anni fa avrebbero abbandonato Taiwan per arrivare alle Samoa e alle Fiji per poi bloccarsi, per un migliaio di anni. Vaiana si colloca dunque prima delle ultime grandi esplorazioni, verso Tahiti, Hawaii, Nuova Zelanda.

Maui e Vaiana

È un’eroina che cambia profondamente la propria comunità, come la coniglietta Judy nel precedente Zootropolis, e come in un certo modo anche la Merida di Brave (Pixar) e la Elsa di Frozen – il film del grande rilancio degli studios Disney, che ci hanno regalato nel frattempo anche Big Hero 6. La nuova “principessa Disney” – che Shurer descrive come compassionevole e badass allo stesso tempo – ha anche due animaletti intorno: il maialino Pua e il gallo un po’ tonto Heihei. Per chi avesse reminiscenze di paguri, pesci, candelabri, draghetti, pupazzi di neve parlanti dei vari La sirenetta, La bella e la bestia, Mulan, lo stesso Frozen, una rassicurazione: non parlano. «Sono solo animali», sorride Shurer. «Pua fa i versi del maialino e Heihei quelli del gallo, anche se abbiamo usato un attore per farne alcuni, era così divertente».

I registi di Oceania sono due figure storiche dell’animazione Disney: Ron Clements e John Musker, già al timone di alcuni dei film che hanno segnato il rinascimento degli studi di Burbank, California: La sirenetta, Aladdin e poi La principessa e il ranocchio. Sono al loro primo importante lavoro con la CGI, l’animazione digitale che l’ostinazione di John Lasseter, oggi direttore creativo di entrambe Pixar e Disney, ha donato al mondo. In fondo, quel che conta è sempre una buona storia, come racconta Shurer, con le mani in (questa) pasta dal 2002: «Venivo dal live action e sono stata fortunata abbastanza da cominciare con l’animazione alla Pixar, con John Lasseter. La sua capacità, anche come regista, di sviluppare storie, sviluppare storie, sviluppare sempre storie, ha dato una spinta decisiva, premiata anche dal pubblico. Certo, la tecnologia è cambiata. L’animazione è diventata migliore. Il nostro art technology department è così bravo che se arrivi e dici “ehi facciamo un film con l’acqua nell’85 per cento delle scene” – e l’acqua è la cosa più difficile da rendere con la CGI – ti rispondono entusiasti: “Sì, proviamo”. Si spingono i confini ancora più in là. Ci sono sempre più film d’animazione, quindi la barra viene alzata costantemente e non possiamo che fare meglio». Alla ricerca di Dory (Pixar) e soprattutto il corto che lo precede, Piper, un piovanello alle prese con le prime onde della sua vita, di certo hanno lasciato il segno per quanto riguarda l’animazione digitale dell’acqua.

Osnat Shurer, produttrice del film

In Oceania l’oceano è un personaggio vero e proprio, come si vede nella locandina e nella scena che per prima è stata animata: l’incontro di Vaiana bambina con le onde. I registi hanno detto di aver dovuto studiare i movimenti dell’acqua degli atolli polinesiani, per riprodurre gli ambienti del film. Con tanto di software disegnati appositamente per il mare. Il rispetto per la correttezza filologica di scenografie, usi e costumi ha portato la squadra di creativi a numerosi viaggi alle Fiji, Samoa, Tahiti, Nuova Zelanda («siamo stati costretti», allarga le braccia Shurer) e alla creazione dell’Ocaenic Story Trust: un gruppo di esperti, antropologi, linguisti e maestri tatuatori che hanno collaborato al film. Un anziano dell’isola Mo’orea ha detto loro: «Per anni siamo stati travolti dalla vostra cultura. Questa volta vi farete travolgere dalla nostra?». Una fiction antropologica così spinta sembra una novità pure per Disney, che già aveva ambientato alle Hawaii Lilo e Stitch (2002) facendo del locale ohana, l’idea di famiglia, un passaggio narrativo del film. Dwayne “The Rock” Johnson, la voce di Maui, è di madre samoa e il nonno è un famoso wrestler samoano. Auli’i Cravalho, Vaiana, è stata scovata alla Hawaii: «Siamo stati fortunati, quando l’abbiamo trovata assomigliava veramente al nostro personaggio, che in quel momento era già pronto. E compirà 16 anni il giorno prima dell’uscita del film negli Usa, il 23 novembre».

Anche l’avvento dei tatuaggi è una sorta di novità. Maui ne è ricoperto, e i personaggi che ha stampati sulla pelle interagiscono con lui, si muovono grazie all’animazione tradizionale, mappata poi in digitale, per rappresentarne l’aspetto sotto la pelle. C’è anche un Mini Maui: una specie di coscienza. Eric Goldberg, che già aveva lavorato all’animazione del genio di Aladdin, ne è l’autore. «Abbiamo controllato ogni tatuaggio!», racconta ancora Shurer, che incalzata se il film si possa considerare un classico Disney per il nuovo secolo, risponde: «Prima bisogna vedere se diventa un classico o no. Credo sia un film di adesso, anche se ha dietro di sé tutta l’eredità e la storia dei film Disney». Certo, un personaggio tatuato è perfetto per i nostri tempi. Forse siete stati costretti ad aspettare proprio fino ad oggi per portarlo in scena? «Sì, esattamente», ride lei.

Vaiana e Maui

Le musiche del film, altro marchio di fabbrica Disney, sono opera di un campione della world music targata South Pacific (Opetaia Foa’i), un veterano degli studios (Mark Mancina) e il rivoluzionario di Broadway Lin Manuel Miranda: «Volevamo completare la nostra squadra di musicisti con un compositore potente. Così sono andata con i registi a New York per incontrarne alcuni. Abbiamo sentito che Lin aveva uno spettacolo chiamato In the Heights. Sapevamo che era capace di lavorare in più lingue e poi aveva composto il numero iniziale dei Tony Awards con canzoni accattivanti, ritmante, divertenti. Ci piaceva il suo modo di lavorare, lo abbiamo incontrato ed era davvero un ragazzo meraviglioso. Ci disse che stava lavorando a questa cosa, Hamilton, un musical hip hop su uno dei padri fondatori e noi (fa una faccia strana, ndr): «Uhm, ok». E poi è diventato la cosa che ha cambiato Broadway completamente. Ma ha sempre trovato tempo per noi. È davvero un ragazzo incredibile».

Shurer non sta lavorando a nuovi progetti: «Abbiamo ancora quattro settimane di lavoro: suono, riversamento, stereofonia. Poi con i registi viaggerò qualche mese per promuovere il film. E alla fine, dopo 5 anni, penso che nessuno di noi sia pronto a pensare a qualcosa di diverso».

Alla fine arriva, inevitabile, la domanda sul nome: Moana è il nome della protagonista nella versione originale, che dà il titolo al film. In Italia, e in altri Paesi come la Francia, Spagna e Portogallo, è diventata Vaiana. «Abbiamo avuto problemi di copyright: ci sarebbe piaciuto tenere lo stesso nome ma in alcuni Paesi europei non era disponibile e così abbiamo cambiato. Moana vuole dire oceano. Vaiana, acqua della grotta». Perché sa che in Italia Moana è… «Sì, certo».

Oceania, diretto da Ron Clements e John Musker. Nei cinema italiani dal 22 dicembre
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