Il Meridione rimane prigioniero della sempiterna retorica della Bellezza e di un culto antieconomico della cultura. È il “pensiero meridiano”, bellezza

Da quando siamo ostaggio del neoliberismo, è sempre più complicato radunare degli intellettuali su un progetto comune. I “TQ” sono già un ricordo lontano. Chi se li ricorda? Gli scrittori trenta-quarantenni che nel 2011 lanciarono il movimento che «proponeva una critica radicale della società» non ci hanno più dato notizie. Eppure le premesse erano ottime. «Siamo una generazione cresciuta nel vuoto ideologico degli anni Ottanta che vuole contrastare il diffondersi del neoliberismo come nuova epidemia dell’Occidente»; erano invece i Jalisse dell’impegno civile. Vediamo cosa verrà fuori dalla prima edizione degli Stati Generali della Letteratura del Sud prevista per questo fine settimana, «tre giorni di dibattiti, incontri e spettacoli dedicati agli autori meridionali e al rapporto con la loro terra d’origine», a Pollica e Acciaroli, nel Cilento. Sulla carta, funziona. Il territorio unisce più dell’appartenenza generazionale e gli spunti non mancano. Nel 2015, i dati del “rapporto Svimez” rimisero al centro dell’agenda politica la caduta libera del Mezzogiorno: tracollo demografico, crescita metà della Grecia, Pil negativo, disoccupazione iperbolica. Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, invitava i suoi colleghi a scatenare l’inferno, qualcuno proponeva la macroregione del Sud, Roberto Saviano scriveva una lettera aperta a Matteo Renzi su Repubblica: «Il Sud sta morendo, se ne vanno tutti, pure le mafie». Poi però più niente, fino all’incidente ferroviario in Puglia. Errore umano, colpa delle infrastrutture, ma anche un pasoliniano problema di facce, come denunciò l’ex TQ Nicola Lagioia su Repubblica, «le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata stanno tornando, restituite ai nostri sguardi dai disagi, dalle sofferenze e dalle difficoltà a cui il secondo decennio del XXI secolo, questo nuovo, durissimo paradigma» eccetera.

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Sulla brochure degli Stati Generali della Letteratura del Sud c’è un grande fico spaccato a metà. Dentro, anche un fico intero. È il rapporto tra continuità e rottura del Sud; perché «il Sud è la maggiore risorsa inespressa del Paese. Sa ancora esibire una personalità ricca e antica, altrove perduta, L’urgenza di una rottura è evidente quanto la necessità di valorizzare una intelligente continuità». Le sessioni si chiamano “parlamenti”, d’altronde siamo in epoca di Direttorio. C’è il parlamento del mattino, del pomeriggio, della sera. Reading, canti, tamburelli, presentazioni di libri. «Gli Stati generali della Letteratura del Sud – scrivono gli organizzatori – vogliono essere una chiamata a raccolta delle energie intellettuali del Sud per ragionare di sviluppo a partire dalle principali risorse disponibili: la bellezza, la storia, la cultura». Impresa, manco a parlarne. È il pensiero meridiano, bellezza. Non Albert Camus, ma il sociologo Franco Cassano. È lui che nell’omonimo libro del 1996 fissava i parametri del riscatto meridionale: Lentezza, contemplazione, azzurrità del mare, Ulisse. Tutti ingredienti utili per «smitizzare il modello occidentale del possesso, del mercato, del consumo», per sganciarsi dal  «tipo di sguardo-dominante del nord ovest del mondo che detta i ritmi e definisce l’Altro». L’idea non era male. Smettiamola di guardare a questi dati negativi come fossero dati negativi. Il Sud non è indietro, è diversamente avanti.

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Il pensiero meridiano si riaffaccia in ogni rapporto con l’Altro, come nella querelle Puglia-Briatore. Non ci sapete fare col turismo. Non è vero, “a noi piace così”, gli ha risposto Al Bano (ai sardi è andata peggio, liquidati da Briatore con un lapidario «hanno posti meravigliosi ma vogliono fare solo i pastori»). Il pensiero meridiano ci suggerisce di ragionare di sviluppo a partire dalla lentezza e dalla Bellezza, la stessa Bellezza che ci fa scivolare sempre più indietro nelle mete turistiche (quasi a fianco alla Germania, la Germania!), tra strutture fatiscenti, impreparazione, ignoranza dell’inglese, costi inutilmente alti in regime di competizione globale. Uno scrittore degli Stati Generali della Letteratura del Sud potrebbe porre il problema in termini culturali, magari con più tatto di Briatore. Vedremo. Ma è anche vero che il Sud così com’è è un oggetto letterario perfetto. C’è il Sud della Bellezza, del territorio incontaminato dal turismo, del caciocavallo di Slow Food; un luogo dello spirito ideale per le meditazioni anticapitalistiche. Poi c’è il Sud delle mafie, della terra dei fuochi, delle deportazioni al Nord dei professori, serbatoio inesauribile di denunce, indignazioni e richiesta di risorse. «Sappiamo bene che c’era già una Questione meridionale – scriveva Leonardo Sciascia – ma sarebbe rimasta come una vaga leggenda nera dello Stato italiano, senza l’apporto degli scrittori meridionali». Ma oggi? Quale dovrebbe essere l’apporto dello scrittore del Sud? Per dire, che posto occupano nella questione meridionale i voti stratosfericamente alti dei diplomati della Puglia rispetto a quelli della Lombardia? Prima le infrastrutture, d’accordo. Poi però troviamo il tempo di chiederci se il Sud ha così bisogno della retorica della Bellezza, del culto antieconomico della cultura e di tutti quei fondi europei per sagre, festival del cinema sperduti e presepi viventi che hanno trasformato l’enfasi sul territorio in un asfissiante ripiegamento nel localismo.

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