Al quinto Emmy consecutivo la domanda è legittima. Dagli esordi al “Saturday Night Live” al pluripremiato “Veep”, passando per ”Seinfeld”: fenomenologia di Julia Louis-Dreyfus

E sono cinque. Cinque Emmy consecutivi come migliore attrice di comedy. Helen Hunt, con Mad about you, si era fermata a quattro statuette. Mary Tyler Moore e Candice Bergen a cinque, ma nell’arco di una carriera.

L’ultima cerimonia degli Emmy ha premiato Julia Louis-Dreyfus come miglior attrice televisiva americana di comedy di tutti i tempi, consegnandole la sesta vittoria della sua carriera nella categoria più prestigiosa, quella di Outstanding Lead Actress in a Comedy Series.

La Louis-Dreyer ha esordito nel cast del Saturday Night Live nel 1982, divenendone il membro più giovane. Negli anni ’90 si è affermata come attrice di comedy grazie al suo ruolo in Seinfeld (nove stagioni) che le è valso l’Emmy come Supporting Actress nel 1996. Per cinque stagioni è stata la nevrotica madre single di The New Adventures of Old Christine, ruolo con cui ha portato a casa la sua prima statuetta da Lead Actress. Dal 2012 è Selina Meyer in Veep. Cinque stagioni, cinque Emmy.

Veep è un piccolo capolavoro. La Louis-Dreyfus interpreta Selina Meyer, goffa Vicepresidente degli Stati Uniti a capo di una team di inetti avvoltoi pronti a divorarsi tra loro pur di mantenere la propria goccia di potere. Un linguaggio sporco, volgare, antipolitico, con personaggi rigonfi di meschinità pronti ad approfittare di ogni errore a favore della propria scalata sociale. Selina è un carattere antifemminista, sboccato, menefreghista, puramente dedito al potere. Tralascia sentimenti e famiglia.

In un cast in cui brillano Tony Hale (già magnifico in Arrested Development) nel ruolo del portaborse zerbino avulso dalla politica e Anna Chlumsky (sì, la bambina d’oro di My Girl), nevrotica workaholic bitch, la Louis-Dreyfus è il perfetto magnete per la cattiveria e il black humor di cui è imbevuta la serie. Il cortocircuito è dato dall’impossibilità di empatizzare con gli abbietti protagonisti che popolano i palazzi del potere di Washington, costringendo lo spettatore ad amarli e deriderli proprio per le loro estreme debolezze. L’umorismo che ne sfocia, infatti, è quello cinico d’Albione (la serie ideata da Armando Iannucci si rifà proprio al suo piccolo capolavoro inglese The Thick of It), pronto a mettere in imbarazzo l’audience, travolta da una particolare forma di comico sadismo.

Non si scoppia a ridere: si ride sempre. La forza di Veep è la sua completa astrazione dal contesto politico contemporaneo. Non c’è satira diretta, e per questo la comicità della serie non si impigrisce. Riuscire in un umorismo super partes, atemporale, apartitico è l’obiettivo primario. In Veep non è importante conoscere lo schieramento politico di Selina Meyer. Non c’è bisogno di inserire una comoda parodia del populismo di Trump o delle problematiche di una corsa al potere da parte di una donna (sempre rigettati i riferimenti a Sarah Palin, prima, e Hillary Clinton, ora). Come nell’ultimo videoclip di Dj Shadow, Nobody speak, noi pubblico non possiamo far altro che assistere ad un mockumentary in cui i politici cercano vicendevolmente di distruggersi in nome della bramosia.

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Ma perché Julia Louis-Dreyfus è così amata dall’establishment televisivo?

Perché ha cambiato il ruolo del personaggio femminile nella comicità americana. Un lavoro che accomuna Tina Fey, Melissa McCarthy, Amy Poehler, Pamela Adlon, Amy Schumer e le più giovani Lena Dunham, Ilana Glazer, Abbi Jacobson. Una figura che Amy Schumer, Tina Fey, Patrice Arquette e la stessa Louis-Dreyer si divertono ad interpretare nella prima puntata della terza stagione di Inside Amy Schumer, Last Fuckable Day, dove le attrici giocano con sesso, volgarità e stereotipi hollywoodiani uomo/donna.

La Louis-Dreyfus sacrifica la sua persona alla risata. È autoironica, a volte volutamente volgare, sicura della propria femminilità e sessualità. In ogni suo discorso di ringraziamento è la prima a prendersi (e prenderci) con leggerezza. Come nel 2012, alla prima vittoria con Veep, quando finge di aver scambiato il suo discorso con quello di Amy Pohler, o nel 2013, quando propone uno splendido sketch autocitazionista con Tony Hale, o ancora l’anno successivo nelle insistite gag con Bryan Cranston. Dai un premio alla Louis-Dreyfus e avrai cinque minuti di comicità garantita.

E proprio ricevendo la sua prima statuetta di questo quinquennio, si congeda con una freddura che descrive perfettamente il suo umorismo: «Le persone dicono che Veep sia una comedy, ma non capisco cosa ci sia da ridere ad immaginarmi Vicepresidente degli Stati Uniti d’America».

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