Yolo / Sport

Quanta responsabilità, Federico Bernardeschi

14.09.2016

Abbiamo incontrato il giovane attaccante della Fiorentina e della Nazionale. Per parlare di calcio, maglie pesanti e uomini bandiera. E della sua data di nascita, che coincide con quella di un grande campione

Federico Bernardeschi è come ti aspetti che sia un calciatore del 2016. Bello, abbronzato, tatuato. Il ciuffo biondo lungo è sparito e l’abbigliamento è total black. I tatuaggi sono una decina e, ci assicura, con loro non ha ancora finito. Lo incontriamo proprio in un tatoo studio di Milano, il Satatttvision, dove Nike lo ha portato in pellegrinaggio vista la sua passione, dopo il bagno di folla di ragazzi alla presentazione del Tech Pack da Foot Locker. Alla fine però i tatuaggi continuerà a farglieli un suo amico, giù a Firenze, dove gioca, con la maglia della Fiorentina.

Sta raccontando delle sue vacanze di quest’estate, a Bali. Degli striscioni che ha visto, inneggianti VR46: il tifo per Valentino Rossi non ha confini. Lo considera un grandissimo, un campione che ha qualcosa in più, capace di trascinare un intero popolo verso uno sport che non sia il calcio. Chi come lui? Federica Pellegrini. Alberto Tomba, che dopo di lui lo sci è sparito dalle vite degli italiani. Andrea Lucchetta, butta lì qualcuno. Bernardeschi abbozza un sorriso, non lo conosce. Non sa niente dei Mondiali del 1990 in Brasile, di quell’ultimo punto di Lorenzo Bernardi al Maracanãzinho contro Cuba visto su Tele+, della generazione di fenomeni guidata da Julio Velasco e di cui Lucchetta era il centrale, con i suoi capelli e tutto. «Lucchetta tajate i cavei» gli gridavamo noi quando veniva a giocare contro il Jockey Schio. Lui non era davanti alla tv a piangere dopo la finale di Atlanta 1996 perché si vinceva tutto (altri due i Mondiali dopo quello, ed Europei e World League) e ma mai l’oro olimpico. Bernardeschi è nato nel 1994.

Federico Bernardeschi nello studio Satatttvision di Milano

Hai fatto anche un po’ di vacanze nella tua Carrara con Gigi Buffon? «No, però l’ho sentito più volte». Uno strascico dell’Europeo di Francia, in cui Bernardeschi era il più piccolo della spedizione azzurra. «Buffon mi ha insegnato molto, è un vero capitano, ti fa sentire bene accettato. L’Europeo è un’esperienza che mi porterò per tutta la vita. Siamo stati una Nazionale che ha fatto riavvicinare la gente, che si è fatta ben volere. Da Conte a Ventura, è cambiato l’allenatore ma lo spirito della squadra è rimasto lo stesso. Siamo affiatati, possiamo fare bene». Qualche altro giovane del giro della Nazionale con cui hai legato? «Danilo Cataldi, Alessio Romagnoli, Marco Benassi, Nicola Murru. Giocavamo insieme nell’Under 21, siamo un bel gruppo».

Federico Bernardeschi a 10 anni era tra i Pulcini della Fiorentina, a 20 ha esordito in serie A, sempre con la maglia viola (dopo una parentesi al Crotone). Un percorso che è diventato una rarità nel campionato italiano. E che però lo accomuna a uno dei giocatori che ammira di più e contro cui si è emozionato a giocare: «Francesco Totti». Gli uomini bandiera sembrano appartenere a un’altra epoca. «Purtroppo si tende sempre a guardare all’estero per cercare un campione. Eppure l’Italia i campioni ce li ha e ce li ha sempre avuti. Certo, qualche miglioramento c’è stato, ma bisogna fare di più. Investire sui giovani». Un altro suo mito sportivo è uno che sull’unità mistica tra squadra e città ha costruito un’epopea, con tanto di tradimento e redenzione: LeBron James. «Quello che ha fatto a Cleveland, la vittoria nelle finali Nba: è qualcosa che va oltre lo sport».

Federico Bernardeschi nello studio Satatttvision di Milano

Firenze come Cleveland, è lontana dai giri capitali. Bernardeschi è stato corteggiato da alcune grandi, «ma non si è concretizzato nulla. Al momento sto bene dove sto». Tra l’altro lo scorso anno, quando ha rinnovato con la Viola, ha chiesto di avere la maglia numero 10, che nella Fiorentina è stata di Giancarlo Antognoni e soprattutto di Roberto Baggio. Una maglia pesante. «Sapere chi l’ha indossata mi dà ancora più stimoli. Non ho paura degli stimoli. Non ho paura delle responsabilità».

«Responsabilità» è la parola che pronuncia di più durante la nostra conversazione. Il campionato è cominciato da poco, hai un anno di esperienza in più, come ti senti? «Ho più responsabilità, verso la squadra e i suoi obiettivi. Che per la Fiorentina significa rimanere in Europa». I ragazzi ti osannano sui social e negli incontri come quello da Foot Locker, che effetto ti fa? «Sono osservato, ho una responsabilità, fuori e dentro il campo». Tutti dicono che è il tuo anno decisivo, in cui puoi definitivamente decollare, senti la pressione? «Certo, è una responsabilità. Ma la pressione mi piace, mi fa dare il meglio».

Federico Bernardeschi con un giovane fan al Foot Locker di Milano

La scorsa stagione ha giocato nella Fiorentina di Paulo Sousa come esterno d’attacco, ma può muoversi anche da trequartista. Se la definizione del calciatore moderno è sapersi adattare a ruoli diversi, Bernardeschi la interpreta alla perfezione: «Posso adattarmi alle esigenze della squadra e dell’allenatore» Ma? «Ma secondo me uno non deve dimenticare la posizione in cui riesce a esprimersi meglio. Tatticamente mi sento bene più vicino alla porta». Ora l’inizio di campionato è stato un po’ balbettante, con una presenza, contro la Juve, e un paio di panchine. Domani è pronto ad affrontare il Paok di Salonicco. Da titolare? Ride.

Bernardeschi è un ragazzo che non ha paura delle sfide, abbiamo capito. Soprattutto, cerca la sua occasione. D’altra parte, la sua data di nascita è il 16 febbraio, «è il giorno in cui nascono i fenomeni. E non lo dico io», si schermisce lui. «L’ha detto uno nato proprio quel giorno, e che di fenomeni se ne intende: Valentino Rossi».

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