Forse sono comparse le prime immagini video del cantautore inglese, brevissime, confuse e incerte. Una delle firme di IL, nel suo libro che esce oggi per Elliot Edizioni, spiega perché sono così importanti

Aspettate ancora un momento. Non andate via. Com’è spietato il nostro mondo d’oggi! E cosa diavolo c’entra, con questi tempi, un ragazzino viziato e lunatico che cantava degli uccelli che volavano via, pensando fosse meglio restare lassù, nell’aria alta? Come sapete, adesso nulla si nasconde, le protezioni sono sbriciolate, siamo tutti esposti e tracciati. Anche Nick Drake. Un’infinità d’anni dopo la sua morte, è stato individuato. Forse, soltanto forse. Ma noi vecchi habitué pensiamo sia vero. Sono saltate fuori delle immagini in movimento di Nick. Le prime. Sapete bene che differenza ci sia tra una foto posata e il vedere un corpo muoversi, esprimersi. Per carità, niente di rilevante e soprattutto niente di musicale. Niente di veramente riconoscibile, per di più. Solo il frammento di un vecchio filmino, della risibile durata di 12 secondi. Un tipo inglese l’ha ricevuto da un appassionato di folk britannico, ci ha pensato su e poi l’ha pubblicato sulla bacheca globale di YouTube con un titolo sensazionale: Nick Drake ’70 festival. La scena, completamente muta, è ripresa sul sentiero d’accesso a un rock festival. È giorno pieno. Verso di noi vengono alcuni giovani, con barbe, capelli lunghi, jeans scampanati, borse di cuoio a tracolla, magliette colorate. Di spalle invece avanzano a figura intera due ragazzi connotati dalla diversità con l’ambiente circostante: il primo ha una giacca di velluto nero, jeans grigi, è altissimo e magrissimo e si muove con un passo d’inconsueta levità, quasi galleggiasse nell’aria – e non è suggestione, garantito. Ha i capelli neri, lisci e lunghi fin sulle spalle. Un paio di metri dietro di lui, cammina il compagno, stesso stile e stessa andatura, solo è vestito di chiaro, giacca e pantaloni color sabbia. L’uomo in nero è Nick – sarei pronto a giurarlo, anche se nulla potrà confermarlo. È Nick con un amico, arrivato a uno di quei festival che popolavano le estati inglesi. Non lo vediamo in faccia, non si volta mai, cammina ingobbito, assorto e distante da ciò che lo circonda. Il compagno invece si guarda intorno più rilassato e per un momento ci offre la fuggevole visione del suo profilo. Il silenzio della scena la rende esoterica, perfino drammatica. È l’atto della riapparizione. Grottesca per come avviene, su un social, con la scena rubata da un cineamatore di passaggio.
Tra chi ha studiato questo frammento, s’ipotizza che la scena sia stata ripresa nel weekend dal 14 al 16 agosto 1970, allo Yorkshire Folk, Jazz e Blues Festival, a cui Nick era stato invitato a partecipare, sebbene la sua presenza non fosse annunciata in cartellone e ricadesse malinconicamente in quel “& many others” che pubblicizzava l’evento come l’unico nel Regno Unito con oltre cinquanta ore di top band. In programma Elton John, gli Who, Mungo Jerry, gli Yes, ma anche amici di Nick, come Fairport Convention e Pentangle. Non è difficile pensare che Nick si sia fatto convincere a salire lassù, a Krumlin, Barkisland, con la chitarra e il vago impegno a suonare tre o quattro canzoni. Il festival, comunque, finì in un disastro, per colpa dei temporali che lo flagellarono da subito, strappando le tende dei 25.000 convenuti, messi in fuga dal cielo tempestoso – lo racconta la cronaca di International Times, che parla addirittura della morte di una persona e del ricovero per assideramento di 330 ragazzi. Nick, se avesse suonato, avrebbe dovuto farlo il venerdì, nel genericamente annunciato “all night folk, blues concert”. Le cose però andarono male subito. La musica doveva cominciare alle tre del pomeriggio, ma alle sette e mezza ancora non era stata suonata una sola nota, tra la disorganizzazione generale e gli allarmi per il maltempo. La polizia aveva già chiuso l’accesso al prato che ospitava il festival e infine le cose erano cominciate alla meno peggio. Un Elton John su di giri era riuscito a finire una notevole esibizione. Poi era scoppiato il finimondo e la fuga generale.
Il filmato lo collochiamo, a nostro insindacabile giudizio, tra la mattina e le prime ore del pomeriggio di venerdì 14 agosto 1970. E così lo spettro scuro di Nick fa il suo maestoso ingresso nella nostra vita. Svelandoci, nei dodici secondi prolungati ad arte col ralenti, come fosse davvero. Come fosse vederlo. Sia pure solo di spalle. Seguirne qualche passo. È lui, siamo sicuri. È stato dissepolto, si offre, e subito s’allontana, a larghe falcate. Le spalle sono più strette di quel che ci aspettavamo, la sagoma è più affusolata di come per decenni l’abbiamo immaginata. La sua andatura ha qualcosa di disturbante, come esprimesse un ansia mal controllata. L’amico deve averlo accompagnato là per il concerto, poi le cose si sono messe male, regnava il caos, Nick si è innervosito, ha pensato d’andarsene, forse cammina in senso contrario alle altre figure perché sta lasciando il festival. Forse, forse, forse di qua, forse di là. Non contano i dodici secondi, non conta se il festival è quello o un altro, e se Nick c’era o non ha mai pensato di andarci, o se è un altro posto. In realtà non conta nemmeno se quello è davvero lui (ma è lui, c’è da giurarci: nessuno è così).
Questo è il nocciolo della questione: cosa facciamo, anzi, cosa ciascuno di noi può fare dei suoi eroi attraverso il proprio immaginario? Come possiamo plasmarli e modificarli, impersonarli, manipolarli e rigenerarli? Come possiamo esercitare il supremo procedimento del transfert: loro perfetti e intatti al nostro fianco, mentre noi invecchiamo e ci dissolviamo? Come possiamo riversare, in un corpo magro esile e senza identità, i nostri desideri e i nostri sogni? Come la morte diventa la complice ideale, in questo gioco perverso per macchine desideranti. La morte che cristallizza e crea l’eterna gioventù. Che ricama sulla bellezza e sull’eternità dell’arte. Che rende solenne e assoluta la bellezza. Nick diventiamo noi. Nick è il nostro sogno infinito, di ciò che non sappiamo essere.
Anche noi volevamo essere decadenti e magnifici come i due ragazzi snob che camminano controcorrente in quel remoto weekend di festival, col loro stile d’élite, l’ironica, sofisticata eleganza che irradiano con naturalezza. Ci sarebbe piaciuto commuoverci osservando il volo sfuggente degli uccelli e i riflessi del cielo che cambia. Per anni abbiamo scelto un fantasma per modello e ora – miracolo! – davvero l’abbiamo intravisto. Ma no, no, non servono conferme, testimonianze e prove. Siamo noi, è la prova dei nostri desideri. Perché siamo noi la nostra cultura e le nostre sottoculture. Siamo noi il luogo dell’amore, a cui vorremmo sempre tornare. Per poi andar via. Girare il mondo. E tornare di nuovo. Sempre. All’infinito.

Per gentile concessione dell’editore

Pubblichiamo un estratto del libro su Nick Drake, che esce oggi nelle librerie

Stefano Pistolini
Le provenienze dell’amore. Vita, morte e postmortem di Nick Drake, misconosciuto cantautore inglese, molto sexy

Elliot Edizioni, 2016
190 pagine, 16,50 euro
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