Il papa di Sorrentino, incarnatosi in Jude Law è cattivo, fuma, accumula beni e regali, fa colazione con la Diet Coke e trama contro il plenipotenziario segretario di Stato, cardinal Voiello. Il risultato è eccellente

Il fine settimana del festival del cinema di Venezia è cominciato con una lunga fila per l’horror di mezzanotte. Nerd e meno nerd di varia sorta sono accorsi per vedere Dawn of the Dead di George Romero, restaurato e presentato in coppia da Dario Argento e Nicolas Winding Refn. Immaginate la ressa. Refn fa il simpatico, azzecca la metafora di Zombie come film dalla paternità condivisa (Romero lo girò, Argento si occupò del montaggio) ma poi la spara grossa: «Io sono il giovane Dario Argento». Forse voleva dire figlio? Comunque, sacrificare le già poche ore di sonno per vedere morti viventi e non per contendersi vaschette di cozze alla sagra del peocio (appuntamento imperdibile in concomitanza col festival) sembrava cosa buona e giusta, tanto più che il mattino dopo c’era la proiezione più attesa.

All’annuncio di The Young Pope fuori concorso credo che i più ansiosi di assistere all’anteprima abbiano anche subito pensato: «Ma… “Il giovane Ratzinger”!». Il titolo della serie di Paolo Sorrentino—prodotta da Sky e già venduta ad HBO—ricorda per forza quello sceneggiato fittizio che giravano nel film di Boris, altra serie Sky (per molti capolavoro ed espressione più consapevole della cultura italiana). Dopo Libeccio e Caprera, Renè Ferretti girava infatti una biopic sul giovane Papà Benedetto XVI, interpretato da Stanis LaRochelle… L’associazione Sorrentino-Boris non cadeva poi così a vuoto, dato che il nostro premio Oscar è apparso in un episodio della terza stagione e che, come giovane papa, ha scelto Jude Law (che insomma, è un po’ un LaRochelle). Ovvio che queste sovrapposizioni di realtà e finzione piacevano un po’ a tutti, non solo per riderne ma anche perché, dopo Youth, si era già pronti col forcone della stroncatura. E invece! Il primo assaggio di The Young Pope è un pilota quasi perfetto, segno che Sorrentino abbia potuto fare quello che voleva senza disdegnare il format narrativo della serie televisiva (in Italia parte il 21 ottobre, con 10 puntate). Per farvi un’idea si può immaginare un Borgia che incontra I Sopranos e sviluppa intrighi e temi morali a là Trono di spade, più qualsiasi altro studio su psicologie perfide e carismatiche come gli Underwood.

Jude Law non è un papa giovane, è un papa cattivissimo. Rifiuta gli abbacchi meravigliosi della suora cuoca e alla mattina chiede solo una Diet Coke. Fuma. Vieta immagini di se stesso; fotografie e riprese sono proibite. Smette di devolvere le offerte e i regali in beneficienza e istituisce un magazzino per accumularli. Chiede ai nuovi collaboratori in Vaticano di rivelare i loro segreti più profondi e poi glieli rinfaccia a propria convenienza. Esige onestà ma è il primo a tramare senza vergogna. Lunatico, dispotico, tipo professore o militare che punisce sottoposti solo perché li odia. Dagli Stati Uniti chiama Sister Mary (Diane Keaton), che lo ha cresciuto in orfanotrofio e che, sebbene super cinica, crede sia un santo. L’idea è che la sorella rimpiazzi Silvio Orlando, il Segretario di Stato Cardinal Voiello. Voiello tiene e tira tutte le fila del palazzo: chi ha visto le somiglianze con Andreotti non sbaglia—al posto di gobba e orecchie a sventola, sfoggia sulla guancia il classico neo nero e gonfio dei politici italiani—ma a differenza del senatore del Divo, qui il cardinale sembra concedersi qualche barlume di umanità. E quindi finiamo a tifare un po’ per Voiello, anche se più per solidarietà che per altro. Infine, dopo giorni di attesa, il nuovo papa Pio XIII si presenta a San Pietro davanti a una folla di cristiani adoranti (ottima messinscena: le guance rilassate dei credenti, gli sguardi fiduciosi dietro a occhiali per miopi, gli impermeabili di plastica usa e getta) e pronuncia un discorso nerissimo, di punizione e orrore, senza un briciolo di misericordia. Una goduria.

Lo Stato Vaticano—che ha permesso a Sorrentino di girare in angoli altrimenti inaccessibili—potrebbe però non essere d’accordo e già Famiglia Cristiana critica: male «per l’approssimazione dello sguardo» e violazioni (narrative) dei sacramenti «al limite del blasfemo».

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