Design

Bandiera bianca alla Biennale di Londra

06.09.2016

L'allestimento della mostra “White Flag" alla Somerset House di Londra

“White Flag” è il titolo dell'installazione che l'Italia porta alla London Design Biennale, dal 7 al 27 settembre alla Somerset House: 20 giovani designer hanno interpretato, ribaltandolo, il tema dell'utopia

È «fatale» che a rappresentare l’Italia alla prima Biennale del design di Londra, a due settimane dal sisma che ha colpito Lazio e Marche, sia una mostra di bandiere bianche, un canto di resa. «Fatale» è la parola che usa Silvana Annichiarico, chiamata a commentare l’attualità. Lei che con Giorgio Camuffo ha curato per conto del Triennale Design Museum di Milano il progetto White Flag, apporto italico alla London Design Biennale, dal 7 al 27 settembre in scena alla Somerset House. Il tema della manifestazione, che coinvolge una trentina di Paesi, ognuno con il proprio contributo, è Utopia by Design, omaggio a Utopia di Thomas More nei 500 anni dalla pubblicazione (1516).

I curatori italiani hanno pensato di leggere il leitmotiv alla rovescia, trasformando un simbolo universale come la bandiera bianca in baluardo contro tutti i modelli emanati dalle utopie. «Ci interessava ribaltare questa idea di utopia come imposizione, puntando sulla resa come decostruzione, passo indietro. Etimologicamente è un atto di restituzione di qualcosa all’altro», spiega Annichiarico. La tregua, lo spazio liberato, diventa così premessa di dialogo, e possibilità di una nuova genesi.

Lo schizzo di Matteo Cibic per “Fast Flag”, una bandiera piena di banner pubblicitari che diventa poi una lapide

Lo schizzo del progetto di Francesca Lanzavecchia (Lanzavecchia + Wai) per “Equilibrio”

La mostra White Flag ha coinvolto 20 giovani designer italiani, chiedendo loro di tradurre questa idea: hanno progettato 20 bandiere bianche, e l’installazione prevede che vengano posizionate su una grande mappa del mondo. Ogni giorno, una bandiera si “trasforma” in un oggetto. Così, alla fine della Biennale inglese, sparite le bandiere, resteranno i 20 oggetti, immagine finale di un «offertorio» germogliato proprio sullo spazio bonificato da ogni dispositivo di potere che attraverso la violenza ha escluso il diverso per rigenerare se stesso.

«Volevamo delle risposte fresche, inedite. Ciascuno dei 20 designer ha individuato un luogo per raccontare il disagio e la speranza: Antonio Aricò ha portato una storia personale legata al paesino sull’Aspromonte di Roghudi. Ma non sono mancati i linguaggi universali, quello dei fiori, per esempio, scelto da Cristina Celestino. O quello dell’architettura usato da Alessandro Gnocchi: ha progettato una bandiera in formato A0 piegata poi fino a ridurla a un A4, una tabula rasa dove ridisegnare un progetto».

La mostra “White Flag” con il progetto di Lucia Massari “Wenling House”

Il progetto di CTRLZAK Studio: “Extincto”

Il progetto di Gionata Gatto: “Asylum Sea(k)”

Fatalità vuole che il terremoto sia uno dei simboli più potenti di decostruzione, violentemente letterale, di resa alla natura. La bandiera bianca innalzata ad Amatrice, ad Accumuli ad Arquata del Tronto chiama alla responsabilità condivisa. Come ebbe a scrivere Tina Merlin all’indomani della tragedia del Vajont: «Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa». Imparare, per ritornare alla speculazione teorica, è accettare la propria finitezza, ed è l’unico antidoto alla totalità che si autoalimenta, ai totalitarismi pure. Lo diceva Emmanuel Lévinas (Totalità e Infinito, saggio sull’esteriorità, 1961). Lo indica implicitamente White Flag ora.

Gli schizzi del progetto di Sovrappensiero Design Studio: “Void”, una bandiera fatta da un contorno di metallo, uno spazio aperto

Il cortocircuito tra filosofia, design e realtà è un segno dei tempi. Il design esce dallo steccato del mercato, del prodotto, dell’industria in senso stretto: «È una tendenza in atto», spiega Annichiarico: «Il design non è più da considerarsi solo come una risposta progettuale a bisogni precisi. Da tempo alla Triennale di Milano ci interroghiamo su temi come il tempo, il sesso, la morte». La mostra W. Women in Italian Design, curata dalla stessa Annichiarico, nona edizione del Design Museum (a Milano fino al 19 febbraio), è una riflessione sulla condizione femminile prima che una collezione di oggetti. E la stessa milanesissima Esposizione Internazionale XXI, resurrezione delle antiche Triennali (fino al 12 settembre), insieme alla nuova Biennale di Londra, incarna questo nuovo corso. Il pubblico al momento risponde bene. Chiosa Annichiarico: «Il design coglie i nodi della contemporaneità, ci aiuta a capire meglio l’esistenza dell’uomo. E a vivere meglio».
 

I designer coinvolti nel progetto: Antonio Aricò, Associato Misto, Marco Campardo & Lorenzo Mason, Cristina Celestino, Matteo Cibic, CNTRLZAK Studio, Francesco D’Abbraccio (Studio Frames), Folder, Alessandro Gnocchi, Francesca Lanzavecchia (Lanzavecchia + Wai), Lucia Massari, Giacomo Moor, Eugenia Morpurgo, Rio Grande (Lorenzo Cianchi, Natascia Fenoglio, Francesco Valtolina), Sovrappensiero Design Studio, Alessandro Stabile, Studio Gionata Gatto, Studio Zanellato/Bortotto, Gio Tirotto, 4P1B Design Studio
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