Andrea Bajani scortica quell’invenzione mitologica che è la purezza dell’infanzia. Ed è diventato abbastanza grande da scrivere una favola che, in realtà, non è una favola

«Il dolore dei bambini è un mistero», ha detto un anno fa papa Bergoglio facendo visita a un gruppo di ragazzi fra i sette e i quattordici anni, ed è stata una di quelle volte in cui tutti, atei e credenti, abbiamo abbassato lo sguardo senza il coraggio di sfidarci a trovare parole più semplici e autentiche.

Arriva oggi in libreria un romanzo che accoglie quel mistero e non vuole spiegarlo ma piuttosto dispiegarlo, con la malinconia e la forza di un aquilone malconcio che nonostante tutto cerca l’aria, l’azzurro, la sorpresa. Un bene al mondo (Einaudi) non è soltanto una storia, è l’ossatura di tutte le storie, perché dietro ogni adulto che decide di mettersi a raccontare ci sono stati, una volta, un bambino e il suo dolore, non solo nel senso corporale della sofferenza ma in ogni sfumatura etimologica del termine. Così mentre la maggior parte degli scrittori vuole produrre un romanzo originale, Andrea Bajani si ferma e sceglie di scrivere il suo romanzo originario.

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare. All’intervallo il bambino lo portava con sé in cortile, e all’uscita da scuola riattraversava il paese al contrario con il dolore di fianco.

Ma questa è una favola, obietterà qualcuno. No, non è una favola, lo premette l’autore fin dalle prime righe, lo sottolinea nell’epilogo, lo confermerà chi legge, ipnotizzato da un racconto che tocca corde difficilmente narrabili e scortica l’involucro di quell’invenzione mitologica che è la purezza dell’infanzia. È rassicurante non pensare mai alla tristezza dei bambini, immaginarli lontani dall’inferno, pensare che il nostro compito sia difendere e rafforzare la bolla che abbiamo inventato per loro. Solo negli ultimi decenni la psichiatria ha infranto il tabù della depressione infantile: non tutti concordano sull’esattezza di questa formula, ma esiste, finalmente, il coraggio di una discussione scientifica. Con l’impudicizia e la libertà della letteratura, senza mai cercare le definizioni di cui non ha bisogno, Andrea Bajani racconta come si vive nella bolla, in quel luogo dove nessuno vuole sostare.

Il paese dove vivevano il bambino, il suo dolore e i suoi genitori, era un posto che non stava da nessuna parte. Non era nella valle che scendeva dalle montagne più alte, e non era neanche nella valle che portava al confine. Era all’inizio o alla fine di entrambe. Dove le due valli morivano cominciava il paese, che era un posto in cui giravano le macchine per andarsene via.

Un bene al mondo, dunque, non è una favola, anche se usa la lingua delle favole, comincia con “C’era una volta” e racconta una casa, un bosco, una città, il male e l’amore. È semmai un avverarsi rovesciato della profezia di C.S. Lewis, «Un giorno sarai abbastanza grande da ricominciare a leggere le favole»: ecco, Bajani è diventato abbastanza grande da scriverne una, scoprendo e facendoci scoprire che le favole di chi ha vissuto molto non somigliano più a quelle di inizio partita, ne sono specchio, scheletro e contraltare. Così, lo scrittore può far convergere la sua letteratura in un campo magico dove la facciata dei libri precedenti si è ritratta lasciandone il cuore nudo: qui ci sono, insieme, il bambino che subiva gli abbandoni della madre in Se consideri le colpe e il ragazzo che doveva alzarsi dal letto dopo un figlio mai arrivato in Ogni promessa, la bambina che aveva paura del buio nella Pantera sotto il letto e l’Antonio Tabucchi malato e morente di Mi riconosci. Tutti sono chiamati a un’adunata dentro un unico personaggio senza nome. Un personaggio che sono due insieme.

Così come il bambino era un cucciolo di essere umano, il dolore era un cucciolo di dolore. Aveva il pelo corto e gli occhi che chiedevano tutto. Per questo il bambino lo accarezzava e gli dava tutto quello che aveva.

Il dolore del bambino non è solo fisico, non è solo esistenziale. Non è un trauma, non è un lutto, non è un errore genetico. Semplicemente, esiste. La mamma gliel’ha messo nella culla, quando era blu e al contrario degli altri neonati non piangeva, quasi non respirava, partorito dall’aridità materna e dal ringhio paterno. Il suo dolore a volte ha fame e a volte rabbia, si rannicchia in un angolo e guaisce, oppure si alza sulle zampe e abbaia feroce, perché sa proteggere e difendere, mettersi da parte e lanciarsi in mezzo. L’unica cosa che il dolore non sa fare è scomparire, proprio l’unica competenza che il mondo dei normali chiede al bambino. Nel 1967 lo psichiatra inglese Ronald D. Laing scriveva: «La società sopravvaluta il suo uomo normale. Educa i bambini a perdere la loro propria natura e a diventare assurdi e dunque normali. Le persone normali hanno ucciso forse 100.000.000 di uomini normali negli ultimi cinquant’anni».

Il protagonista di Un bene al mondo si oppone a tutto questo, resiste, si ribella giorno dopo giorno. È un eroe silenzioso, aggrappato alla vita attraverso il più difficile dei fili. Non vuole separarsi dal suo dolore, sa che non sarà di certo lui a impedirgli di stanare e sfiorare momenti felici, anzi, per averli (e li avrà) dovrà tenerselo ben stretto quel dolore, portarlo a correre dietro i binari, stare lontano da chi vorrebbe strapparglielo perché non sa accettarlo, perché ci hanno insegnato che dobbiamo correggerlo, estirparlo, o almeno non farlo sedere mai in salotto. Ma il bambino non riesce nemmeno ad avvicinarsi a chi gli propone una religione, una ricetta, una vita che non è la sua:

Se poi dalla chiesa usciva una figura nera impastata nel buio da cui si affacciava, il bambino scappava perché aveva il terrore che il prete volesse rubargli il dolore.

Di tutte le imprese del bambino la più riuscita, la più commovente, è crescere senza assomigliare al padre, e anche il suo dolore matura per differenza. Il dolore del bambino non romperà piatti e bicchieri e non creerà famiglie buie e vuote, non si vergognerà di esistere e non verrà zittito perché bisogna assomigliare agli altri. Piano piano comincerà a finire in lettere e quaderni e quando aggredirà saprà chiedere scusa. Così, quel dolore diventa forma, potenza, parole, perché, al contrario dei suoi genitori, il bambino non è spaventato dal prendersene cura.

Il padre del bambino non era capace di occuparsi del suo dolore. Sapeva soltanto chiuderlo a chiave. Per questo il dolore del padre non usciva quasi mai dalla casa e lo sgabuzzino puzzava. La madre puliva lo sgabuzzino mentre il dolore del padre dormiva. Apriva la porta con i suoi occhi pieni di niente e si inginocchiava con uno straccio e un secchio con dentro acqua e sapone.

Tutto in questo romanzo è originario, anche l’amore. L’amore a forma di una bambina, lei e solo lei, che resterà come misura per l’amore da grandi, come le formelle dei giochi sulla sabbia. È originario lo stile, essenziale come nella poesia, in cui le parole, anche le più semplici, anche quelle di uso comune, soprattutto quelle, sono scelte e trattate come fossero tutte l’essenza del loro significato. E mentre mette a nudo la verità, non cosa vorremmo accadesse ma cosa è accaduto e accade davvero ai bambini e a noi che lo siamo stati, la sorpresa di Un bene al mondo consiste nel non schiacciare mai il lettore scorrendo lieve, veloce, musicale. È un incessante stare nell’abisso raccontando come può sembrarci se non ne abbiamo paura: un luogo in cui si possono inventare la gentilezza e la scelta anche se nessuno te li ha insegnati, un luogo dove con fatica e costanza si impara a non vergognarsi di sé stessi, e dunque il più autentico dei luoghi possibili.

Andrea Bajani

Un bene al mondo

Einaudi 2016
144 pagine, 16,50 euro
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