Si parte con Wim Wenders, Tom Ford, Damien Chazelle, Gabriele Muccino e altri. I giudizi? Convincente, bollito, iper-leggero, fumoso, non necessariamente in quest'ordine

È giusto stroncare un film? In un concorso che comprende 20 film da tutto il mondo, alcuni dei quali opera dei più importanti registi viventi… come si fa a giudicare un lavoro senza tener conto degli altri? Non si può.

Direi però che l’inizio della 73esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ci ha reso la vita facile. All’uscita dal film d’apertura—La La Land—c’era chi sbadigliava mormorando “ma no…” e chi squittiva di entusiasmo. Il musical di Damien Chazelle è per i leggeri di spirito, pieno zeppo di riferimenti cinematografici tagliati con l’accetta. Sofisticato come può essere una golosa torta all’olio di palma, con Ryan Gosling ed Emma Stone che sono sempre simpatici ma bloccati in coreografie striminzite, per alcuni La La Land è un glorioso omaggio alla tradizione dei musical anni 50, aggiornata. Per altri, un’esperienza cinematografica piuttosto dimenticabile. Ciò detto, nessuno spettatore ci ha lasciato la pelle.

Alcune ore dopo, la proiezione di Light Between Oceans di Derek Cianfrance (con Michael Fassbender e Alicia Vikander) ha conciliato sonni profondissimi, collocata com’era nello strategico slot del dopo aperitivo. Ancora con il Cinar macchiato al prosecco che gorgogliava nello stomaco, vedere il dramma sentimentale a là Rosamunde Pilcher è stato incredibilmente noioso. Guardiano del faro incontra ragazza, lei impazzisce—no, neanche un filo di erotismo e sì, lo distribuiranno a S. Valentino. Peccato perché Cianfrance aveva ben rimaneggiato il melodramma in Blue Valentine e Come un tuono. Si esce dalla sala spossati semmai, ma non inferociti.

Reazioni invece più aspre, decisamente infastidite, per il 3D di Wim Wenders, Le beaux jours d’Aranjuez. Sebbene il regista tedesco abbia perso credibilità già da un bel po’ di anni, fa sempre impressione vedere che la maturità artistica non si associa necessariamente alla sapienza creativa. Una coppia siede in un giardino di campagna mentre lo scrittore che concepisce i loro dialoghi li osserva parlare. Si raccontano cose che dovrebbero suonare poetiche e invece si ricevono come bestialità insensate («il sesso nel sesso», «la pienezza delle mele d’estate»). A sentire Wenders, il francese doveva abbellire questo scambio intellettualissimo (originariamente in tedesco) ma in realtà lo rende ancora più pretenzioso. Quando Nick Cave si esibisce brevemente in tutta la sua rigidità fisica, siamo ormai totalmente narcotizzati dal 3D.

Damien Chazelle – La La Land

È quindi giusto stroncare un film? Sì, soprattutto se quello che viene dopo è Noctural Animals, di Tom Ford! Se vi era piaciuto A Single Man, vi ritroverete. Se non vi era piaciuto, questo è comunque tutta un’altra cosa. È raro, davvero, ma forse abbiamo trovato un film che piacerà a tutti.

Perché Ford—che è innanzitutto stilista—porta alle estreme conseguenze una visione che se era abbozzata nell’opera prima, qui prende forma in tutta la sua forza e autorialità. Nocturnal Animals è un thriller (misto a sentimenti e toni Western) scritto eccelsamente, dove ogni cosa è al suo posto ma spostata di qualche grado: un’asimmetria che riflette l’occhio estetico del regista, ordinato anche quando scompiglia le carte. Senza aggiungere altro, basti come assaggio l’immagine di Michael Shannon sceriffo texano, integerrimo ma col cancro, che intervalla sparatorie a conati di vomito.

E poi certo, in questi primi giorni di festival ci sono stati altri oggetti degni di menzione: la fantascienza modesta di Arrival, i documentari sul cinema di Michael Palm (Cinema Futures—cosa sarà della pellicola?) e Claire Simon (Le Councours—come funziona il processo di ammissione alla Femis, la più esclusiva scuola di cinema di Parigi?). Poi ovvio, anche un’obbligatoria sbirciata a L’Estate Addosso, l’ultimo Muccino tutto in inglese, per chi lo guarda ironicamente e chi solo per spegnere il cervello. E a proposito di spegnere: calate le luci alla prima proiezione nella Sala Giardino (quella nuova, ricavata dal “buco), partono le viti dei sedili, alcuni spettatori saltano in aria. Entrano gli addetti tecnici, si scusano pregando di non sbeffeggiare la situazione sui social. Finiscono di trapanare e, proprio quando parte l’applauso per gli operai, entra la delegazione del film di Kim-Ki-Duk.

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