Dal 28 ottobre per quattro mesi in mostra al Mudec di Milano oltre 100 opere dell'artista forse più riconoscibile degli ultimi 30 anni. Perché andare a vederlo? Perchè oltre al fattore moda che non ha mai abbandonato né lui né la sua opera, Basquiat è una voce della “concrete poetry” che va da Apollinaire a John Cage

Per i primi diciassette anni di vita Jean-Michel Basquiat (1960-1988) fu educato al di sopra della media: parlava spagnolo, francese, inglese, era un ragazzino trilingue di vasta cultura. Amava Picasso, da piccolo la madre lo portava spesso al museo e il suo quadro preferito era Guernica, conservato al MoMA fino al 1982.

A partire dal 28 ottobre una retrospettiva di oltre cento opere gli sarà dedicata dal MUDEC, il Museo delle Culture di Milano. I lavori provengono dalla collezione di Yosef Mugrab oltre che da altri prestatori e istituzioni. La mostra è curata dall’amico di Basquiat Jeffrey Deitch, curatore, critico ed ex direttore del MOCA di Los Angeles, e da Gianni Mercurio, curatore e saggista. Nell’attesa, ritorniamo sui passi dell’immenso artista.

È importante avvicinarsi all’arte di Basquiat abbattendo alcuni luoghi comuni radicati in chi ne conosce il mito solo superficialmente. Sono passati appena ventotto anni dalla morte dell’artista, ma al suo percorso artistico non si deve applicare alcuna categoria dell’oggi. Per esempio: sebbene nel 1982, a ventidue anni, fosse stato chiamato a esporre a Documenta 7 e poi nella galleria di Gagosian, in un percorso simile a quello intrapreso dal giovane Oscar Murillo ai nostri giorni, Basquiat non ha nulla a che spartire con Oscar Murillo. L’art world in cui cresceva Basquiat non aveva ancora inglobato le critiche mosse dagli artisti e non era quindi auto-consapevole come quello di oggi. Né si può pensare a Basquiat come a un graffiti artist assurto alla gloria. La sigla SAMO© con cui agli inizi Basquiat e Al Diaz firmavano i propri testi rasenta i limiti dell’operazione concettuale, quella di SAMO è una narrazione millenarista dipanatasi sui muri della città. SAMO ha origine da una novella pubblicata da Basquiat sul pamphlet scolastico, SAMO è il sostituto di Dio, è un continuo interrogarsi sulla figura del padre.

Back of The Neck, 1983

Ci sono numerosi metodi per approcciare l’opera di Basquiat, uno dei più interessanti e meno battuti è quello di considerarlo, prima che un pittore, un poeta visivo, una voce della concrete poetry che va da Apollinaire a John Cage. O, più semplicemente, uno scrittore; il giovane adorava William Burroughs cui è dedicata la tela Five Fish Species che, nel primo pannello, riporta questo testo, variamente cancellato: Five cnts Times Square / Liberty in God we Trust 1951 Burrugh’s Bullet© / Seven Burrough’s Bullet© / ¿He is subject to take back the keys to the shithouse? / Motherfuckn skullbone.

Ciò che inizialmente aiutò Basquiat a distinguersi da tutti gli altri graffiti artist di New York fu l’estrema padronanza nell’uso del linguaggio. Laddove i compagni di strada si limitavano a scrivere e riscrivere il proprio nome, Basquiat inventava lunghi, raffinati periodi in cui allacciava critica sociale, metafore bibliche, nonsense giocati tra lo slang e la lingua dei libri. Significativo considerare che quando, ancora sotto il nome d’arte di SAMO, fu invitato allo spettacolo televisivo TV Party, Basquiat venne presentato come «the most language oriented of all graffiti artists in New York».

Ovviamente leggere la sua opera con gli strumenti di un testo poetico non è sufficiente. Basquiat è un pittore perfettamente inserito nella grande tradizione della pittura. Occidentale? Afro-americana? Entrambe. Nelle opere citava di continuo ed esplicitamente Leonardo da Vinci, Picasso, Van Gogh, Manet, De Kooning, Pollock con forte acume critico. I suoi stessi amici, come riportano alcune testimonianze, facevano fatica a capacitarsi di come Basquiat disponesse di un simile bagaglio culturale. Ulteriore materiale iconografico si aggiunse quando il dealer europeo di Basquiat, Bruno Bischofberger, cominciò a invitarlo a St. Moritz portandolo spesso a visitare musei.

Five Fish Species, 1983

Per quanto riguarda l’arte afro… L’art nègre di Haiti aveva ormai poco da spartire con la black culture di New York, Basquiat le fuse; a queste aggiunse i miti e gli eroi della négritude, l’arte africana filtrata dall’occhio occidentale da Picasso a Dubuffet, e poi i martiri della sua età, con cui era cresciuto negli anni della strada. Penso non sia azzardato dire che Basquiat si rese conto di essere un artista nero in un mondo dominato da bianchi solo dopo qualche tempo, quando si trattò di fare il salto da ragazzo prodigio black, da idolo, da artista commerciale ad artista museale. Salto cui Basquiat teneva più di qualsiasi altra cosa, più della sua stessa vita, e che mai gli riuscì di fare, in vita. Amici e conoscenti venivano acquisiti dal MoMA e dal Whitney, Basquiat no.

Infine c’è l’artista oltre i riferimenti, oltre le tradizioni in cui s’inserisce. Le leggende si esauriscono, ma Basquiat è stato uno di quegli artisti, al pari di Leonardo, su cui si può indagare per un’eternità senza mai venire a fondo del suo mistero. Era un mostro di potenza fisica e intellettuale, ai limiti del sovrumano. Oggi, al tempo in cui gli studi degli artistar sono stipati da assistenti, è molto difficile immaginare la tenuta muscolare, la concentrazione, la tenacia di Basquiat che in sette anni produsse l’opera di una vita, senza mai avere abitato prima dei ventun anni un vero e proprio studio con tele, colori, pennelli con cui dipingere. Inizialmente l’abuso di sostanze fu anche dovuto alla necessità di continuare a dipingere allo stesso ritmo. Basquiat riusciva a concentrarsi nel delirio dei party della downtown; mentre la gente beveva, ballava, scopava, lui guardava con la coda dell’occhio e se ne stava attaccato a tele, porte e finestre a pittare freneticamente.

Perché un pittore riesca a concentrarsi e a reperire il proprio soggetto in una situazione simile, deve avere un bagaglio pre-arte, un immaginario simbolico, un archivio stabile e cristallizzato nella propria mente a cui attingere di continuo. Forse il vero mistero di Basquiat non si concentra negli anni del mito, ma nella vita che lo aveva nutrito di tutte queste immagini ben prima di vivere il mito. Ci sarebbe da scrivere un saggio di cinquanta pagine per ognuno dei soggetti ricorrenti nell’opera di Basquiat: il teschio, la ruota, l’incidente stradale, il poliziotto, l’osso e la lisca, il negro e la venere, il proiettile, la corona, la mano e il bracco (sic.) di ferro, il manuale d’anatomia, il simbolo del copyright, il cavallo… In un filmato facente parte del documentario su Basquiat, The Radiant Child (2010), Larry Gagosian dice che le sue pennellate erano «fast and elegant». È quanto emerge anche dal girato dell’artista a lavoro; usava lunghi pennelli dalla setola non proprio fina; con questi dipingeva le campiture più vaste, mentre per i dettagli e le parole preferiva i pastelli a olio.

Bracco di Ferro, 1983

Three Delegates, 1982

Basquiat, il giovane clochard dal viso angelico, era indubbiamente una persona troppo fragile; ma Basquiat, l’artista, sapeva esattamente come muoversi, non era ingenuo né sovrappensiero. E qui si arriva a quella parola che spunta fuori a ogni intervista e che oggi suona così scontata, vissuta, mistificata, abusata ma anche proibita: recognition, il riconoscimento. Fa impressione ascoltando i filmati anni Ottanta ritrovare tante volte la parola recognition nella bocca degli intervistatori di Basquiat. Certo suppongo che anche oggi di fronte a molti artisti alcuni intervistatori siano portati a pensarla, ma nessuno la pronuncia più.

Parlando di Basquiat, i giornalisti non riuscivano a fare a meno di domandargli delle sue ambizioni personali, del riconoscimento, del successo, argomenti che certo riguardano ognuno, ma che in Basquiat riuscivano sempre a suonare ridondanti, esacerbati, distruttivi. «Ti piace avere tutto questo successo? Cosa ne pensi?» – Basquiat s’imbambola, sembra non capire. In vita Basquiat continuava a essere il celeberrimo, a volte ricchissimo fenomeno di costume, uno che voleva esporre da Leo Castelli ma che non riuscì a esporre da Leo Castelli. Basquiat percepiva il mancato riconoscimento da parte dei vertici come un fallimento, e ne soffriva. Forse per Basquiat il problema della recognition risiedeva prima dell’art world, stava alle origini, nella propria storia sociale in quanto nero d’America, e in quella familiare, nel riconoscimento da parte del padre, Gérard, che Jean-Michel non mancò d’invitare alle proprie mostre e a cui il pittore sempre tornava.

The Field Next To the Other Road, 1981

Insomma, parlando a Basquiat tutti avevano in mente la recognition data dal soldo, quando lui, il radiant child sofferente, cercava il riconoscimento esistenziale, quello del padre, quello dell’Arte, non certo quello dell’art world.

Nel film di Schnabel, Basquiat (1996), la parola recognition compare due volte.

Il primo a nominarla è il critico e talent scout di Basquiat, Rene Ricard:

«In this town one is at the mercy of the recognition factor. Ones public appearance is absolute».

Il secondo è Greg, lo scultore che si paga da vivere facendo l’elettricista, dice a Jean-Michel che la mancanza di riconoscimento dona all’artista il tempo per crescere:

«I sculpt. I’m really just starting to find myself. How old are you? Twenty? You’re just like I used to be. I’m forty-one. And I’m glad I haven’t gotten any recognition. It gave me time to develop».

Benny, uno dei primi amici di Basquiat, ribadisce al giovane che quando sarà famoso non potrà più cambiare stile, che dovrà rimanere sempre lo stesso altrimenti il suo pubblico prima ne rimarrà confuso, e poi s’incazzerà:

«The same kinda work, the same style over and over again, so people recognize it and don’t get confused. Then, once you’re famous, you have to keep doing it the same way, even after it’s boring unless you want people to really get mad at you which they will anyway».

Che ne sarebbe stato di Basquiat? Si sarebbe stancato di essere Basquiat? Avrebbe fatto incazzare a morte i propri collezionisti diventando qualcun altro?

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