Trump vuole far retrocedere gli Stati Uniti a un'epoca di protezionismo superata dal tempo; Hillary insegue i Sanderisti puntando su tassazione extra al “top 1 per cent” e ridistribuzione. Sbagliano entrambi. Per salvare la classe media e diminuire la forbice c'è solo una soluzione: l'istruzione

I temi economici sono da sempre al centro della campagna elettorale americana, e questa vibrante battaglia Clinton-Trump non fa eccezione. Uno degli argomenti più dibattuti è quello del cosiddetto “svuotamento della classe media”. Non si tratta di retorica: entrambi i candidati identificano un fenomeno reale che sta segnando profondamente la società americana.

Se prendiamo quei mestieri che, fino a inizio anni ‘90, pagavano un salario da classe media —come l’operaio, l’artigiano, la segretaria, l’impiegato di banca, o il contabile— scopriamo che negli ultimi decenni il numero di lavoratori in questo tipo di attività ha avuto un crollo verticale e gli stipendi di coloro che ancora sono impiegati in tali occupazioni sono di poco superiori a quelli di vent’anni fa, in termini reali. In altre parole, sebbene l’economia americana sia cresciuta stabilmente in questi anni, l’espansione della domanda di lavoro è stata interamente concentrata in altre fasce occupazionali, quelle che tradizionalmente appartengono a ceti sociali più bassi o più alti.

La conseguenza di questo processo di lenta, ma inesorabile trasformazione del mercato del lavoro è che oramai sono scomparsi tutta una serie di impieghi che garantivano un posto stabile e un guadagno da ceto medio anche a coloro che non possedevano un livello di istruzione elevata. In assenza di queste opportunità, chi oggi non ha titoli di studio adeguati deve ripiegare verso occupazioni più modeste, meno sicure, e peggio remunerate.

Pur condividendo, e spesso cavalcando, quest’ansia da impoverimento che attraversa la classe media americana, i due candidati presidenziali hanno offerto visioni divergenti sulle politiche da adottare per affrontare il problema.

Donald Trump vede nella globalizzazione il nemico della classe media, e individua negli accordi di libero scambio sottoscritti dalle amministrazioni precedenti con vari partner commerciali il pericolo principale: per semplificare, i posti di lavoro della classe media sono finiti in Messico e Cina, dove la manodopera è meno costosa. La soluzione secondo Trump? Mettere un freno al libero commercio per proteggere l’economia americana.

LaPresse

L’analisi di Hillary Clinton è piu’ radicale di quello che ci si aspetterebbe, considerata la storia politica della candidata democratica, ma è l’inevitabile prezzo da pagare a Bernie Sanders per ottenere il voto dei suoi sostenitori, l’ala giacobina del partito. La Clinton collega la stagnazione della classe media con l’arricchimento progressivo del “top 1 percent” Pikettiano, spostando il discorso sul piano della giustizia sociale: è iniquo che il ceto medio sia stato tagliato fuori dalla crescita del PIL americano nell’ultimo decennio. La soluzione secondo Hillary? Ridistribuire risorse alla classe media aumentando il salario minimo e tassando i super ricchi.

Chi, tra i due, potrebbe aver ragione? Purtroppo, nessuna delle due proposte è destinata a funzionare.

È indubbio che l’economia americana, limitando gli scambi commerciali con la Cina – il bersaglio preferito di Trump – può salvare posti di lavoro alla classe media, soprattutto nel settore manufatturiero che è da sempre il più esposto alla concorrenza internazionale. Nel contempo, la concorrenza internazionale stessa è alla radice della riduzione dei prezzi dei beni scambiati. Se, quindi, da un lato una fascia di lavoratori abbastanza ristretta è danneggiata dal libero scambio, dall’altro tutti i consumatori ne beneficiano in termini di maggior potere d’acquisto.

Inoltre, gli studi economici più avanzati dimostrano che solo una parte della perdita occupazionale nel settore manufatturiero è attribuibile alla concorrenza estera. La causa principale è un’altra: le nuove tecnologie informatiche, attraverso l’automazione dei processi produttivi, stanno gradualmente eliminando quelle occupazioni caratterizzate da compiti di routine sufficientemente codificabili per poter essere eseguite da computer e robot con un minimo di supervisione umana. E gran parte di tali lavori sono proprio quelli che, tradizionalmente, appartenevano alla classe media.

Irrigidire gli accordi commerciali non intacca il progresso tecnologico. E nemmeno alzare le tasse ai più abbienti, come proposto dalla Clinton, può frenarlo. La ridistribuzione verso il ceto medio aiuta a limitare l’impatto negativo della perdita di reddito nel breve periodo, ma nel lungo periodo è fiscalmente insostenibile e inefficace nel contrastare un trend strutturale destinato a rivoluzionare il mondo del lavoro.

La via da seguire è un’altra: investire in istruzione. Come sosteneva Joseph Schumpeter, il progresso tecnologico è una forma di «distruzione creativa». Se, da una parte, distrugge lavoro, dall’altra necessariamente ne crea, ma di tipo diverso. Le vecchie occupazioni che sono sopravvissute e le nuove che nascono hanno un denominatore comune: la presenza di un’elevata componente cognitiva, creativa o comunicativa che ancora non può essere automatizzata. E tutti, o quasi, questi lavori richiedono un titolo di studio elevato perché presuppongono l’esercizio di compiti astratti e complessi – una capacità che solo la scuola prima e l’università poi possono insegnare.

Non è un caso che, negli Stati Uniti, dal 1990 ad oggi, il gap salariale tra laureati e non sia più che raddoppiato. Chi sa governare la tecnologia guadagna, chi la subisce perde.

La speranza è dunque che, chiunque vinca queste elezioni, riconosca che migliorare la scuola, facilitare l’accesso all’università, e incoraggiare i giovani ad acquisire nuove conoscenze è l’unica strada percorribile per ricostruire un nuovo ceto medio che sappia raccogliere la sfida incessante della globalizzazione e della tecnologia.

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