Grandi film, che magari fanno staccare biglietti. Il miracolo compiuto da Antonio Monda, con omaggio al cinema classico, in una città che sembrava senza speranza

Oggi a Roma è più facile mettere insieme Tom Hanks, Meryl Streep, Viggo Mortensen, David Mamet e Oliver Stone che trovare un assessore al Bilancio. L’undicesima edizione della Festa del cinema, la seconda dell’era Antonio Monda, è una delle poche cose buone di un anno funesto per la capitale. In una città che ha rinunciato alle Olimpiadi e che al momento ha nella mondezza, nel tilt dei trasporti, nelle dimissioni dei consiglieri e nelle indagini sulla Muraro il suo unico orizzonte di riferimento, conviene forse ripartire proprio da qui.

La formidabile foto in bianco e nero del manifesto (Gene Kelly e Cyd Charisse sul set di “Singin in the Rain”) è un omaggio al cinema classico americano in sintonia con uno dei più bei film visti a Venezia, La La Land, il musical con Ryan Gosling e Emma Stone, che ovviamente pareva brutto premiare nel tempio della cinefilia orientale. Creatura veltronica per eccellenza, simbolo del PD romano di Vigna Clara e Parioli e “oggetto inclassificabile” per tutti i suoi primi anni di vita (si sovrappone a Venezia? È un doppione di Torino? Una Festa dell’Unità col red carpet?), la Festa del Cinema ha trovato in Antonio Monda il Direttore artistico in grado di rilanciarla sul piano internazionale e, prima ancora, di radicarla di più nella città. Lo sapevano tutti che bisognava uscire dai confini di Roma Nord. Ma come?

A Milano o a New York questa cosa non la capiscono, ma chi abita sulla Tuscolana troverà sempre più comodo andarsi a vedere un film a Cannes che raggiungere l’Auditorium di Renzo Piano di martedì pomeriggio, anche se i cartelli con la freccia li hanno mesi pure a Ostia. I tentativi c’erano stati. Nel 2006, mandarono Leonardo Di Caprio a Tor Bella Monaca. Andò lì con Michele Placido e Pecoraro Scanio solo per dire che «la Terra è a rischio, il pianeta è malato e noi dobbiamo consumare di meno»; tutte informazioni utili, per carità, ma a Tor Bella Monaca erano già attrezzati, specie sull’ultima. Sembrava più che altro un comizio, ma insomma il tentativo di creare “un ponte cinematografico con la periferia” non decollò mai. In realtà, sarebbe bastato convincere i romani a frequentare di più la Festa e da un po’ di tempo le cose vanno meglio.

L’idea di una “Festa mobile” o “Festa migrante”, come l’hanno chiamata Piera Detassis e Antonio Monda nella conferenza stampa  (noi preferiamo il richiamo a Hemingway) sta prendendo piede. Quest’anno si sconfina nelle profondità estreme dell’Eur, con l’apertura di un Drive-In e la promessa di hamburger e patatine. Ci saranno proiezioni al carcere di Rebibbia, c’è Vacanze romane da vedere en plein air, sulla scalinata di Trinità dei Monti, c’è il circuito di sale del centro gemellato con la Festa.

Ad Antonio Monda va dato il merito di aver subito riconvertito il “Festival” in “Festa”, com’è era nelle intenzioni originali, senza ingaggiare duelli con Venezia. Di aver cercato il contatto col pubblico, invece di inseguire il “film-da-Festival” (quello di ricerca, dei piani-sequenza, della paternità autoriale racchiusa nella sola figura del regista meglio se non americano e senza star: il film-da-Festival è più codificato del western e ammette pochi sgarri, da qualche anno si portano molto le meduse, c’è un grande ritorno della durata insostenibile). Di essersi, infine, circondato di una squadra di lavoro in grado di interpretare il senso della parola “Festa” senza rinunciare né alla qualità, né alla cinefilia.

Mica facile di questi tempi. Vale in questo campo, e soprattutto da noi, quanto detto da De Gaulle sull’ingovernabilità di un Paese con duecentoquarantasei varietà differenti di formaggi. A tenersi stretti, di Festival del cinema ne abbiamo più di centosettanta, dal “cinema di frontiera” a Marzamemi al “Busto Arsizio Film Fest”. Si aggiungano le trasformazioni del consumo, la perdita di pubblico in sala, Amazon, Netflix, il primato delle serie Tv e si arriva alla fatidica domanda: che cos’è e a che serve oggi un Festival del cinema? Nessuno lo sa.

Allora ben venga un Festival, pardon una Festa, con Don De Lillo che fa una lezione su Michelangelo Antonioni e un documentario su Michael Bublé, con Renzo Arbore e Werner Herzog, Roberto Benigni e Lorenzo Jovanotti, coi classici del western e Daniel Libeskind. Ben venga una manifestazione che valorizza gli attori anche al di là del red carpet, mentre la cinefilia dura-e-pura è ancora ossessionata dallo “sguardo” dell’autore; ben venga una Festa che celebra il cinema a contatto col mondo, come nella rassegna “American politics”, ma anche la memoria del cinema italiano, con una retrospettiva su Valerio Zurlini e vari classici, da Rocco e i suoi fratelli, al Pinocchio di Comencini restaurato, al formidabile quanto incompreso Fumo di Londra, prima regia di Alberto Sordi a cinquant’anni dall’uscita in sala. Il film di apertura è Moonligh” di Barry Jenkins. Quattro i film italiani in concorso, di Placido, Vicari, Patierno e dell’esordiente Karen Di Porto. L’anno scorso, il Jeeg Robot di Gabriele Mainetti iniziò proprio da qui. Segno che sarà pure una Festa, ma qualche biglietto forse lo fa vendere.

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