Explicit / Non fiction

Diversamente vincitori

di FILIPPO MARIA BATTAGLIA e PAOLO VOLTERRA
14.10.2016

«Sostanziale tenuta», «Congiura!», «Brogli!». Anzi: «Colpo di Stato!». Così molti politici italiani hanno affrontato le loro sconfitte. In “Bisogna saper perdere” (Bollati Boringhieri), Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra ripercorrono le reazioni davanti alla débâcle, da Ferruccio Parri a oggi: ne pubblichiamo un estratto, che racconta la fine degli anni Ottanta, quando Ciriaco De Mita faceva i suoi “ragionamenti” sulla non vittoria (e Beppe Grillo faceva soltanto battute).

«Perdere? Vuol dire non vincere al momento giusto»: De Mita, l’eterno sconfitto che governò un decennio

Otto ore e otto minuti. Le dimissioni più brevi della storia dc piombano nell’ultimo giorno di agosto del 1989. Sono le 13.23, i ventilatori arrancano soffiando sulle teste dei consiglieri di partito riuniti nel Palazzo Sturzo dell’Eur, a Roma. Ciriaco De Mita sta parlando da più di un’ora. Un discorso gonfio di «tormento», «rabbia» e, come spesso gli capita, bagnato da qualche lacrima, che si conclude con un annuncio che gela la sala: «Trovare per me una collocazione diversa, di riflessione, credo sia una cosa utile per contribuire alla forza e all’unità della Democrazia cristiana».
La frase suona criptica ma nel lessico dc ha un significato chiaro: dimissioni. Dopo aver perso la segreteria a febbraio e la poltrona di Palazzo Chigi a luglio, De Mita lascia pure l’ultima carica che ricopre, la più simbolica, la presidenza dell’assemblea di partito. Tornerà a fare il deputato semplice, in polemica con chi vuol «rendersi subalterno» ai socialisti di Bettino Craxi.
Sembra la capitolazione, drammatica e solenne, di una lunga battaglia. Ma c’è chi non gli crede. «Ho il sospetto che tutto si risolva con qualche accordo di potere, nell’ombra di un sottoscala», dice Carlo Donat Cattin, leader della corrente di sinistra Forze Nuove. È solo una «pagliacciata», vedrete, resterà dov’è, borbotta un altro notabile, Antonio Gava. De Mita però insiste, «mi sono già dimesso» spiega, mentre scansa i cronisti risalendo lo stanzone che ospita la riunione, e affronta il carosello di promesse e blandizie di alleati e avversari. Sorride, glissa, si lascia pregare. «Ciriaco non te andare», gli dicono, «Ciriaco chi te lo fare». Solo alle 21.31, dopo più di otto ore di tira e molla, arriva la retromarcia: «Ho sempre avuto la tentazione dell’abbandono, poi però la responsabilità prevale», commenta scuotendo il capo con un sorriso sornione e imbarazzato.
Non è la prima volta che accenna a quella tentazione, De Mita, e non è la prima volta che la ricaccia indietro come un fantasma. È accaduto già il 27 giugno 1983. «Ciriachino», come lo chiamavano da piccolo i suoi compaesani campani di Nusco, guida la Dc da poco più di un anno al grido di un rinnovamento che – promette – sarà «radicale». A una manciata di ore dalle sue prime elezioni da segretario profetizza: «Mi accontento del 36% ma non escludo il 40». Ma lo scrutinio delle nazionali è una frustata: la Dc perde 6 punti e due milioni di preferenze, precipitando, col 32,9%, al suo minimo storico.

Ciriaco De Mita e il leader palestinese Yasser Arafat a Palazzo Chigi il 23 dicembre 1988

LaPresse

De Mita è a piazza del Gesù quando conosce le prime proiezioni. All’inizio non ci crede, contesta i numeri, se la prende coi suoi, si infuria. Poi si accascia e piange, mentre il capo della sua segreteria Riccardo Misasi chiede ai commessi due aspirine e una minerale. La prima reazione pubblica arriva in serata: è affidata a una stringatissima dichiarazione tv. Le perifrasi fumose e gli ormai proverbiali «ragionamenti» lasciano il varco a due frasi insolitamente secche con cui ammette una «notevole flessione». Quindi il rifugio nell’Avellinese, nella sua Nusco, «dove – assicura con l’inconfondibile cadenza irpina – mi passa persino il mal di testa». Il buen retiro è una villetta che in quei mesi diventerà il simbolo del suo potere: un miscuglio tra la dacia, la fazenda, il cottage e lo chalet, la descrivono i quotidiani, «un po’ di Walt Disney, più un po’ di fratelli Grimm, più una vaga nostalgia di mucche, più una spolverata di Georgia o di New Jersey». In sintesi, lo specchio di quella civiltà contadina che De Mita spesso rivendica, ma di cui ogni tanto pare vergognarsi. «Ho avuto una certa cultura – dirà risentito qualche anno dopo – perché non sono stato in condizione di scegliermi un nonno nato ad Abbiategrasso». E sui nonni tornerà più volte, ricordando con un misto di orgoglio e irritazione come la sera mettessero le pietre calde nel letto per scaldare le lenzuola, dopo aver recitato il rosario e assaggiato le primizie raccolte nei campi.
Fuori da quella terra, però, in quelle ore, il segretario dc raccoglie solo critiche e sberleffi. Roberto Benigni lo definisce «il nuovo Re Mita», perché «qualunque cosa tocca perde il 6%». Beppe Grillo, dagli studi del Tg1, è più caustico: «È sul bordo del cornicione sta solo decidendo se buttarsi da solo o aspettare Berlinguer». Ciriaco però non si butta. Passano i giorni e a poco a poco si fa coraggio. Dice che il «serio dubbio di essere inadeguato» c’è stato, ma è durato solo un attimo: nessuno – sostiene – è «in grado di fare le cose meglio». E poi, rivendica, «non ho sbagliato, è solo che non ho indovinato». L’unico errore che è disposto ad ammettere è quello di aver seguito la «presunzione, un po’ illuminista, della ragione», senza però spiegare in cosa consista questo sbaglio. Piuttosto è stato il Paese «a non aver capito», «il ragionamento non è diventato sentimento, e la gente vota in base al sentimento». La morale della sconfitta resta incisa in dieci parole di una delle tante interviste: «Perdere – dice grattandosi le tempie – può anche voler dire non vincere al momento giusto». Per il resto, la débâcle porta solo vantaggi, «ci ha come liberato – assicura – da un incubo durato trentasette anni: adesso siamo alla pari con gli altri partiti, non tocca solo a noi sbrogliare i problemi. A chi chiede la poltrona di Palazzo Chigi possiamo rispondere: d’accordo, fatevi avanti, vediamo un po’ le carte». È un invito troppo ghiotto, e infatti non resta inevaso. Quella poltrona se la prende Bettino Craxi, il primo socialista a diventare presidente, grazie a un accordo stretto in un convento di suore sull’Appia antica proprio col rivale dc. «Formiamo due governi di pentapartito – gli dice il leader psi – il primo, lo guido io; l’altro, nella seconda parte, lo guidi tu».

Ciriaco De Mita con Mikhail Gorbaciov e le rispettive mogli, nella sala San Giorgio del Cremlino, conversano attraverso gli interpreti

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De Mita annuisce e aspetta. Assiste a uno storico sorpasso del Pci sulla Dc sull’onda emotiva della morte di Berlinguer, al referendum sulla scala mobile, al braccio di ferro su Sigonella. Niente, Craxi non si schioda, la staffetta non sembra avverarsi mai. E allora il segretario dc mugugna, reclama, ammonisce. Ricorda a tutti il suo ruolo, ottiene la riconquista democristiana del Quirinale grazie all’elezione al primo scrutinio di Francesco Cossiga. E, mentre assiste compiaciuto a chi ne osanna il capolavoro tattico (non era mai accaduto che la scelta del presidente della Repubblica fosse così rapida), continua con insuperata maestria a ordire trame e alleanze, provando a resistere alla guida di un partito logorato da correnti che si ripromette di eliminare, ma che intanto gli sono necessarie per restare lì dov’è. Vorrebbe «mandare tutti a quel paese», a trattenerlo – assicura – è solo «un misto di orgoglio e vanità». La base dorotea lo detesta. «Ciriaco – si legge in un biglietto arrivato sul palco del congresso dell’84 e firmato “la maggioranza silenziosa del partito” – sogna di essere segretario della Dc, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica, Imperatore dell’Europa, Dittatore del Mondo, Papa, Gesù e Dio, dopo aver declassato quello attuale a vice».
Se si esclude la liaison con la Repubblica di Eugenio Scalfari, le cose non vanno meglio neppure fuori da Piazza del Gesù. «È un bambino. È un piccolo uomo sconfitto in determinati suoi desideri», lo fredda il padre della psicanalisi italiana Cesare Musatti. «Un intellettuale della Magna Grecia», lo inchioda Gianni Agnelli. De Mita non se ne cura, va avanti, prosegue i suoi «ragionamenti». E, appena può, ritorna a Nusco, enclave in quei mesi visitata da tutti i leader e i maggiorenti dc (tranne Andreotti). È lì il suo habitat naturale, l’archetipo da esportare nella Capitale, ma pure il bersaglio delle più violente polemiche giornalistiche. È da lì che provengono quasi tutti i suoi uomini, il «pretorio di comparielli del cuore e del tresette» più o meno convinti come lui – lo sferza Indro Montanelli – «che l’Italia non sia che una gigantografia dell’Irpinia», da gestire coi metodi da «guappi, ugualmente prodighi di schiaffi e caciocavallo». Quel clan, tutto campano, lo seguirà ovunque: gli irpini, del resto, per il segretario «rappresentano il 70 per cento dell’intelligenza nazionale».
De Mita e i suoi entrano finalmente a Palazzo Chigi in una fredda giornata di metà aprile del 1988. Sembra l’attesa consacrazione, in realtà è solo un avviso di sfratto. I più convinti a volerlo presidente del Consiglio, infatti, sono i diccì per cacciarlo più facilmente dalla poltrona di segretario. «A guidare da soli troppo a lungo – lo avverte l’ex alleato Antonio Gava – si rischia un colpo di sonno». De Mita fiuta l’aria, rinvia il congresso, ma a condannarlo è un comunicato felpato e micidiale, firmato Andreotti: «La Dc ha bisogno di grande compattezza – scrive il Divo Giulio – sono stato lieto di constatare sia con Gava che con Forlani una piena convergenza di vedute su questo sforzo». Non c’è scampo. Il commiato da segretario arriva al congresso del febbraio ’89. Ciriaco è cereo, prende la parola seguito dallo sguardo della figlia Antonia, bersagliata per lo shopping in via Condotti e i viaggi di stato a seguito di papà. È un discorso di due ore e venti in cui allude, ammicca, si arrabbia, e alla fine piange, zittendo gli applausi e i boati dell’orchestra irpina diretta da un indemoniato Clemente Mastella e beffardamente ribattezzata dalla penna affilata di Giampaolo Pansa con l’appellativo di «truppe mastellate». Appena però intuisce di essere definitivamente sconfitto, De Mita cambia registro, spariglia le carte, cita il nonno sarto e inaspettatamente spiega che quando «il vicino protesta, occorre aiutarlo ad aver ragione». L’ecumenico Forlani, l’ex alleato, «il coniglio mannaro», viene così eletto segretario con l’85% dei voti. Ciriaco deve fronteggiare le grida di dolore dei suoi, spiazzati e abbandonati, ma intanto ottiene una carica, una richiesta e una consolazione. Diventa presidente del partito, resta alla guida del governo e strappa 25 minuti ininterrotti di applausi. «Mi hanno fatto uno sgambetto mentre correvo. Sono caduto e mi sono fatto male – dice mentre ritorna a Nusco – il dolore l’ho sentito. Però sono in piedi». E infatti è ancora presidente del Consiglio, ma le insidie sono infinite. Nell’ultimo scorcio dell’88 è scoppiato l’Irpiniagate, lo scandalo sulla ricostruzione dopo il terremoto che ha devastato la sua terra. Un fiume di soldi – 43mila miliardi, secondo quanto riferisce in Aula un imperturbabile ministro per i Rapporti col Parlamento, Sergio Mattarella –  finiti nel feudo del «presidente» in un intreccio torbido di traffici, sprechi e clientele. Ma in quell’Italia assonnata e distratta il vero problema di De Mita è un altro. Arriva da Milano, non da Nusco, e si chiama, ancora una volta, Bettino Craxi. «Per durare, deve servire il caffellatte a letto, tutti i giorni, ai socialisti», lo aveva già avvertito il leader psi pochi giorni dopo il giuramento. Un anno dopo, a maggio dell’89, il suo vice Claudio Martelli è definitivo: «Questo governo è giunto al capolinea. E il signori si scende riguarda tutti, proprio tutti, macchinista compreso».
De Mita ora è fuori anche da Palazzo Chigi. Si aggrappa all’ultima carica, la più onoraria, la presidenza del partito. Sembra rinunciarvi a fine agosto dell’89 quando dice: «Sono stanco, mi voglio riposare», ma è solo un ballon d’essai, un colpo a effetto che dura appena una manciata di ore. Corredato da un’altra, sorprendente, giustificazione: De Gasperi, dice, «mi ha insegnato che si ottiene più rimanendo al posto in cui si è chiamati a lavorare che lasciandolo, magari per timore del futuro». Ciriaco ne è sempre più convinto. Resterà in carica fino al ciclone Tangentopoli, poi galleggerà per più di un ventennio tra incarichi di deputato, fondatore e costituente pd, europarlamentare udc e, alla fine, sindaco di Nusco. «Ho perso quasi sempre», ricorderà spesso con un pizzico di civetteria. Senza sottolineare che, perdendo e non andando via, ha governato un partito (e un Paese) per quasi un decennio.

©Bollati Boringhieri editore 2016. Tutti i diritti riservati.

Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra

Bisogna saper perdere. Sconfitte, congiure e tradimenti in politica da De Gasperi a Renzi

Bollati Boringhieri 2016
162 pagine, 12 euro
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