Magazine / Rane

Hip hop postmoderno

IL 71 06.10.2016

LaPresse

Esce in libreria “Lo schiavista” di Paul Beatty (Fazi), tra i finalisti del Man Booker Prize 2016. Su IL ne avevamo parlato in occasione dell’uscita americana del romanzo con il titolo “The Sellout”

Potrà sembrare incredibile, visto che sono nero, ma non ho mai rubato niente». Comincia così, con la prima di una lunga serie di battute, il quarto romanzo di Paul Beatty, forse uno degli scrittori più grandiosamente comici degli Stati Uniti. Già apparso con Tuff e la sua banda da Mondadori e con Slumberland da Fazi, in Italia non è ancora riuscito a trovare il riscontro che merita, in parte per questioni di contesto (razza, politicamente corretto, comunità afro-americana) e in parte per ragioni di traduzione (la lingua di Beatty è un ottovolante tra alto e basso, che non solo usa a fondo lo slang, ma ci ironizza e lo rovescia di continuo). Forse questo nuovo romanzo – ma romanzo sarà sufficiente? stand-up novel? rap of consciousness? come chiamarlo? – dal titolo The Sellout (Farrar, Straus and Giroux) aiuterà a far conoscere meglio questo talento.

La nostra voce narrante si trova davanti alla Corte Suprema della città di Washington, che «con le sue statue di marmo, le sue colonne doriche e le sue cupole dovrebbe avere l’aria dell’antica Roma (sempre che le strade dell’antica Roma fossero costellate di barboni neri e cani antiterrorismo)», e si sta accendendo uno spinellone, in attesa che cominci la causa «Me vs gli Stati Uniti d’America», perché di cognome fa appunto Me (il nome non lo conosceremo mai, anche se è soprannominato “il venduto”, come da titolo).
A difenderlo c’è Hampton Fiske, un avvocato dedito a rappresentare «gente troppo stracciona per permettersi la tv via cavo e troppo stupida per sapere che non si perde niente». L’ipotesi di reato è il tentativo da parte del “cannaiolo” in questione di ripristinare segregazione e schiavismo nella località dov’è nato e cresciuto («luoghi poveri nella prassi, ma ricchi di retorica»).

Con un lungo flashback, Beatty comincia a ripercorrere la vicenda del protagonista, nato a Dickens, una cittadina-ghetto dell’agglomerato losangelino, ormai scomparsa dalla cartina, già paradossale in quanto comunità agraria suburbana. Il padre è uno psicologo fuori di testa, celebre nel quartiere come «l’uomo che sussurrava ai negri», perché abile nel dissuadere gli aspiranti suicidi dai loro propositi, e professore estemporaneo presso una tavola calda del think tank locale, i Dum Dum Donut Intellectuals, tra i quali si annovera lo spirito libero che sta riscrivendo i classici in ottica politically correct (Le avventure di Huckleberry Finn diventa Le non-dispregiative avventure e i viaggi spirituali dell’afroamericano Jim e del suo giovane protégé, il fratello bianco Huckleberry Finn).

L’uomo tratta il figlio come «la sua Anna Freud» e, tra i molti esperimenti a cui lo sottopone, c’è il tentativo di replicare il caso Kitty Genovese, la donna uccisa davanti ai vicini che fece teorizzare il cosiddetto “effetto spettatore” (più sono gli astanti e maggiore è l’apatia): convinto che una cosa del genere non potrà mai accadere nella empatica comunità afro-americana, prova a menare il figliolo per la strada e i passanti intervengono, sì, ma solo per contribuire al pestaggio. Ucciso dalla polizia, il padre lascia al figlio la fattoria, dove lui si mette a coltivare angurie e marijuana. A insaporire il tutto la problematica fidanzata Marpessa, una ragazza che guida l’autobus come Godard faceva cinema («in modo critico»), e un vecchio attore rimasto così nella parte da chiedere a Me di fargli da schiavo, per quanto solo un quarto d’ora al giorno (è pigro). L’unico modo per restituire un’identità alla comunità sbandata (le faide tra gang nascono da questioni di spelling) sarà riportare un po’ di sana segregazione, appiccicando adesivi “Colored Only” di qua e di là, tanto il quartiere è già tutto nero.

Entrare in un libro di Paul Beatty è come mettersi le cuffie e immergersi in un Laurence Sterne riscritto da Kendrick Lamar, in un rovesciamento continuo dei luoghi comuni e dei preconcetti riguardo all’identità e alla cultura, che trova un equivalente solo nel Joseph Heller di Comma 22, in certe pagine di Percival Everett o in Richard Pryor ed epigoni. Non a caso, Beatty emerse vincendo il Poetry Slam del celebre Nuyorican Café: The Sellout sembra una lunga open mic night che a volte stordisce per l’eccesso di virtuosismo, altre volte è irresistibile, tanto che il Guardian ha parlato di pop-patois philosopher. «Dev’essere un complotto della Cia», direbbe un suo personaggio. «O, peggio, un documentario di Hbo».

Paul Beatty
Lo schiavista
Fazi 2016
370 pagine, 18,50 euro
Traduzione di Silvia Castoldi
Chiudi