Ankara cerca di approfittare delle debolezze dell’Europa, “usando” i migranti e la guerra in Siria. Pubblichiamo un estratto da “Il Reis” (Textus edizioni), un nuovo saggio sul presidente turco Erdoğan

In un Mediterraneo in evoluzione, complici anche i problemi derivati dalla crisi dei migranti, Ankara si è ricordata che esiste l’Europa e se da altre parti ha trovato un atteggiamento comunque prudente e condizioni ben precise, Bruxelles è stata molto accomodante. Fin troppo, direi. Non è questa la sede per analizzare nel dettaglio il fenomeno delle migrazioni di massa che da mesi ha preso piede nel Mediterraneo e che è uno degli argomenti più presenti sulle agende nazionali e internazionali dei governi. La Turchia, però, e questo è indubbio, ha cercato di trarre da questa tragedia tutto il vantaggio possibile, anche per una questione di necessità (…). A partire dal 2011 Ankara si è sobbarcata uno sforzo umanitario sempre maggiore, fino ad arrivare a ospitare oltre 2,7 milioni di rifugiati, provenienti soprattutto da Siria e Iraq. Senza voler sminuire la matrice etica, occorre sottolineare che la Turchia era interessata a puntare i riflettori sull’aspetto umano per cercare di smuovere le potenze internazionali dalla loro reticenza a muovere guerra a Bashar al-Assad. Quando lo sforzo è diventato difficilmente sopportabile per le casse dello Stato, e ha capito che tanto Assad sarebbe rimasto al suo posto, il “Reis” Recep Tayyip Erdoğan ha pensato bene di ricordare all’Europa i suoi doveri morali, o meglio, si è offerto di pensarci lui in cambio di un adeguato aiuto economico. Mi scuso con i lettori più sensibili per il realismo con cui parlo della faccenda, ma purtroppo è così che è andata. Secondo alcuni deputati del Chp, i rifugiati in Turchia potrebbero arrivare a quattro milioni, con un impatto a largo spettro. Studi pubblicati dai quotidiani nazionali hanno dimostrato come il massiccio afflusso migratorio avrà conseguenze pesantissime sul Paese. Non solo su una marcata “sunnizzazione” della società, che certo non dispiace al presidente della Repubblica e dove le minoranze avranno vita sempre più difficile, ma anche su aspetti come i ritardi scolastici e la qualità dell’istruzione delle generazioni future con tutte le implicazioni del caso sulla Turchia del domani.

Recep Tayyip Erdoğan deve correre ai ripari e ha capito prima di tutti gli altri due cose. La prima è che l’Unione europea non è in grado da tempo di prendere decisioni condivise di vario genere e che di sicuro non avrebbe superato questo limite sulla questione migranti. La seconda è che, proprio su una tragedia umanitaria di queste dimensioni, prevale la logica nazionale e quindi ognuno pensa a quello che è meglio per il proprio Paese, infischiandosene altamente dell’aspetto etico che, ve lo scrivo senza remore, anche solo per una questione di opportunità e visione sul futuro, avrebbe dovuto essere considerato diversamente. Ma anche questa volta, anche in una situazione a lui favorevole, il presidente della Turchia ha puntato troppo in alto, ottenendo per il momento solo una parte di quello che voleva. L’ex premier Davutoğlu si è presentato a Bruxelles con una serie di condizioni supplementari, accompagnata dalla formula del “prendere o lasciare”. Per fortuna, Ankara è tornata a casa solo parzialmente soddisfatta, almeno rispetto a quello che Erdoğan si aspettava.

A partire dal marzo 2016, almeno sulla carta, tutti i migranti che arrivano sulle isole greche saranno rimandati in Turchia. Per ogni siriano che lascia la Grecia, un altro arriverà in Turchia, a patto che abbia le caratteristiche per essere definito rifugiato politico e comunque non saranno più di 72.000. Ankara in cambio ottiene tre miliardi di euro in più, a partire dal 2018, insieme con quelli già previsti in precedenza, che saranno erogati alle organizzazioni non governative e quindi non allo Stato turco, che farà solo da tramite. Se si conta che le ong e molte associazioni sono direttamente gestite dalla famiglia del presidente della Repubblica o di dirigenti dell’Akp è abbastanza facile supporre come verranno distribuiti. Davutoğlu ha inoltre ottenuto che venga velocizzato l’iter per l’abolizione dei visti ai cittadini turchi e dato un nuovo vigore ai negoziati per l’ingresso in Unione europea. Non solo. La Turchia ha anche incassato un generico impegno a lavorare insieme per migliorare le condizioni umanitarie in Siria. Si tratta delle stesse condizioni che erano state avanzate in una prima riunione e che sono state, per così dire, parecchio edulcorate. L’accordo ha rischiato di saltare fino all’ultimo. Davutoğlu ha dichiarato di aver dovuto fare una contrattazione molto serrata, con Erdoğan che, dalla Turchia, dichiarava alla sua cerchia di fedelissimi, «speriamo che porti a casa i soldi». L’allora primo ministro, silurato di lì a poco, ha sottolineato più volte che non era una questione di denaro, ma il dubbio che la Turchia, che pure ha profuso molte energie per cinque anni, abbia deciso di mettere alle strette l’Europa proprio quando la questione migranti iniziava a diventare ingestibile, lo hanno avuto in molti. A impensierire i Paesi del club di Bruxelles che premevano per l’accordo, non c’erano solo gli sbarchi, ma anche il confine di terra che la Turchia divide con la Grecia e la Bulgaria e che, una volta aperto, sarebbe diventato una vera e propria “autostrada” per i migranti.

 

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In realtà, l’accordo può saltare da un momento all’altro, un po’ per la sua applicazione, oggettivamente difficile e partita sotto auspici non favorevoli, un po’ per i sentimenti altalenanti del presidente della Repubblica, che potrebbe decidere di sospendere tutto e tornare a porre nuove condizioni, sempre più pesanti e vincolanti, soprattutto dopo la rinata sinergia con la Russia. Proprio a fine luglio, il ministero degli Affari esteri di Ankara, Mevlüt Çavuşoğlu, ha detto che la Turchia è pronta a fare saltare tutto se non verranno liberalizzati i visti entro ottobre. La madre di tutte le battaglie, da cui dipende anche la concessione della liberalizzazione dei visti, è la legge antiterrorismo che, se prima del golpe il “Reis” non aveva alcuna intenzione di cambiare, adesso temo sia diventato un punto ancora più fermo. La partita è importante e credo che per l’Unione europea sia venuto il momento di dare un segnale forte e non farsi imporre condizioni che andrebbero solo a suo svantaggio. Anche perché se l’obiettivo, immorale per me, è quello di tenere i migranti lontani dal Vecchio Continente, il “Reis” ha già trovato come aggirare la questione, visto che ha intenzione di distribuire il passaporto turco almeno a 300.000 siriani che vivono nel Paese e che chissà con quali criteri verranno scelti.

Con il golpe del 15 luglio e il successivo controgolpe di Erdoğan tutto rischia di essere ridiscusso. La Turchia è arrivata ad alzare i toni con gli Stati Uniti come mai aveva fatto prima. Da settimane, alla base aerea di Incirlik, fondamentale per la lotta allo Stato Islamico e che conta qualcosa come cinquanta testate nucleari, si registrano strani movimenti di esercito e polizia. Purtroppo temo che la stessa sorte toccherà anche al club di Bruxelles, che, si spera, sarà un po’ meno indulgente e un po’ più deciso a contrastare le richieste e le derive autoritarie del “Reis”. Da parte europea, l’immagine è quella di un continente che non è stato in grado di affrontare con la maturità e la compattezza necessarie un evento drammatico di portata storica. Da parte turca c’era un Paese che, in una situazione di estrema difficoltà internazionale, ha cercato di approfittare della situazione come meglio poteva. E che adesso sta cercando di rimandare a casa propria tutti i rifugiati non siriani, perché la situazione è diventata insostenibile. Sospendo ogni giudizio morale, tuttavia c’è un altro aspetto di questo accordo a cui i media non hanno dato molta importanza e sul quale invece conviene soffermarsi. Nei primi mesi del 2016, il presidente Recep Tayyip Erdoğan e l’allora primo ministro, Ahmet Davutoğlu, hanno cercato di fare pressione sulla comunità internazionale perché accettasse la loro tesi secondo la quale una parte del Pkk collaborerebbe in modo sempre più stretto con il Pyd e lo Ypg siriani (…). Ci sono sicuramente zone d’ombra nell’organizzazione separatista, ma una esternalizzazione del conflitto curdo sarebbe il colpo di grazia sulla crisi siriana e gli equilibri del Mediterraneo. Ed è quello a cui Erdoğan mira, anche alla luce del peggioramento dei rapporti con Daesh, e per ottenerlo sta lavorando incessantemente alla creazione di un casus belli, un po’ come quando voleva muovere guerra a Bashar al-Assad, sperando che poi tutti gli andassero dietro.

Farebbe molto comodo alla Turchia avere gli alleati internazionali coinvolti nella lotta contro il Pkk, vorrebbe dire scongiurare qualsiasi tipo di riconciliazione o forma di autonomia della regione e permettere a Erdoğan di reprimere a vari livelli il popolo curdo. Washington ha ben presente il rischio che viene corso e, stando dalla parte dei curdi siriani nel conflitto contro Daesh, teme le mosse di Ankara. In questo frangente, il “Reis” potrà trovare una preziosa sponda in Vladimir Putin che, a patto che Assad rimanga al suo posto, potrebbe essere pronto a sacrificare i curdi, privati a quel punto e per l’ennesima volta dei loro sogni indipendentisti. L’Europa dovrà dimostrare al leader islamico di non volersi fare risucchiare nella guerra che Erdoğan vuole fare scoppiare.

Marta Federica Ottaviani
Il Reis. Come Erdoğan ha cambiato la Turchia

Textus edizioni 2016
350 pagine, 17,50 euro
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