Abbiamo assistito all'anteprima inglese del musical che il Duca bianco ha scritto con Enda Walsh prima di morire: dopo Broadway, sarà dal 26 ottobre al 22 gennaio al King’s Cross Theatre

Primo dettaglio: la fila al botteghino, lunga e ordinata. Perfettamente inglese, un po’ come i bimbi davanti a scuola con le gambe scoperte anche d’inverno. Una fila curiosa. Non solo perché non vedo impazienza nelle facce della gente, facce rosse per via del freddo e del vino (dita intirizzite attorno ai bicchieri di plastica). Ma soprattutto perché non capisco il senso della fila, dato che i biglietti sono sold out da giorni. Poi scopro che questa gente è in attesa di un caso fortuito. Il contrattempo che impedirà a qualcuno di arrivare in orario e che permetterà a pochi eletti di varcare le porte del King’s Cross Theatre. Secondo dettaglio: la tensione che sento vibrare in mezzo al pubblico. Che sia un debutto molto atteso lo si capisce dal silenzio impeccabile e dalle schiene protese verso il palco, dove Michael C. Hall cammina avanti e indietro come se nulla fosse, come se non stessimo tutti lì ad aspettare che la sala sia al completo e che le luci si spengano.

Alle 20.00 in punto Lazarus ha inizio. Eccolo finalmente a Londra! (dove resterà fino al 22 gennaio), eccolo il musical che David Bowie ha scritto con Enda Walsh; lo show diretto da uno dei registi più interessanti del teatro contemporaneo, Ivo Van Hove, eccolo dopo un anno di repliche a Broadway e un sell out d’eccellenza. Protagonista dello spettacolo è Thomas Jerome Newton: un alieno dall’aspetto umano atterrato sul nostro pianeta, dopo essere scappato dalla siccità che ha distrutto il suo. Gli affezionati di Bowie possono già fare due più due, dove quattro è il romanzo di Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla terra. È a questa storia di fantascienza che il musical si ispira, come era già accaduto nel 1967 col film diretto da Nicolas Roeg e interpretato da Bowie nel ruolo dell’alieno. Quando il Duca Bianco diede corpo e voce a quel viaggiatore solitario, così energico e volitivo, e alla fine così disilluso.

Lazarus dovrebbe essere il sequel del film. Il condizionale è d’obbligo perché, dopo il debutto al New York Theatre Workshop dello scorso 7 dicembre, la critica ha fatto notare quanto il musical resti avvolto da una specie di nebbia. Un velo di imprecisione che si deposita su trama, caratteri, premesse e svolgimento. E in effetti, in Lazarus nulla sembra chiarirsi fino in fondo. Ma il bello è che non è mai questo il punto. Perché la somma di imperscrutabile follia che Bowie e Van Hove portano in scena riesce a filare senza intoppi. Le domande si sciolgono appresso alle note, alle voci e all’immaginazione. E il tempo diventa quello di un sogno, un sogno irrequieto, ellittico, caotico, dove non c’è bisogno di un prima e un dopo che esistano in un modo coerente. «Di cosa si tratta?», ha scritto Joe Dziemianowicz sul New York Daily News. «Chi diavolo lo sa?», si è chiesto subito dopo. Io non lo so di certo, ma sono sicura di una cosa: guardandolo, non ci si sente spaesati. Semmai catturati dalla forza che si sprigiona in scena e che resiste ostinata. Rapiti dalla musica e dalle trovate, dalle immagini psichedeliche e dal turbinio degli effetti visivi. Dall’eccellenza indiscussa del cast. Difficile resistere a un vortice del genere, a volte un po’ troppo ermetico, ma talmente energico che ti avvolge senza lasciarti, ti porta via, chissà dove poi, ognuno in un posto diverso dove vibra lo stesso beat, come solo la buona musica riesce a fare.

Lazarus è una storia dove la densità intellettuale lascio spazio alla semplicità di emozioni tribali come l’amore e l’odio e l’invidia e la rabbia, immerse in una sequenza di quadri dove musica e trovate sceniche prevalgono su plot e parole. Le atmosfere si tingono di colori acidi, anni Settanta, sono perturbanti, allucinogene, sono lynchiane. Le pose degli attori diventano sempre più plastiche e sul palco si assiste a una parata di glitter, Louboutin, capelli biondi che tendono al bianco oppure caschetti blu elettrico, pizzi viola, sottovesti in seta, un’esplosione di balloons. Alla fine, alcuni si commuovono. E tutta la sala è in piedi. In Italia il Lazarus Cast Album è appena uscito. Contiene cinque brani interpretati da Bowie qualche mese prima di morire, tre inediti scritti per il musical e una nuova versione di Lazarus. Fra gli altri pezzi, ce n’è uno che non si scorda: No plan. Da ascoltare con quell’ostinata inclinazione al replay che fa subito ragazzina sopra al letto di una cameretta, sotto lo scacco di troppi pensieri e al centro dei primi viaggi interiori. Un pezzo accompagnato dal gruppo jazz di Donny McCaslin, cantato con una voce morbida, soffiata, tenera e allo stesso tempo inquietante. Un brano di un’intensità ipnotica, che nello show viene interpretato dalla voce acuta di Sophia Anne Caruso. «Nothing to regret», canta Bowie in No plan. «This is no place, but here I’m. This is not quite yet».

«Molto di quello che mi ha attratto del buddismo è rimasto con me», aveva detto a Mick Brown del Daily Telegraph, in un’intervista del ’96. «E cioè l’idea della transitorietà. Che non esiste niente a cui aggrapparsi pragmaticamente e che a un certo punto dobbiamo lasciare andare ciò che consideriamo più caro. La lezione che ho imparato più di qualsiasi cosa è questa: la mia soddisfazione viene da quel tipo di investigazione spirituale. L’obiettivo non è trovare una religione a cui aggrapparmi, ma cercare la vita interiore delle cose che mi interessano». Nothing to regret, in questo caso, è una strofa perfetta. Quasi un epitaffio. E la vita interiore delle cose è proprio una bella frase. Chissà se scegliersi un nome ispirato a una marca di coltelli – i coltelli Bowie – non abbia avuto a che fare con la voglia di «darci un taglio con le bugie (le illusioni?) oltre a tutto il resto».

Se la risposta è sì, sarebbe un battesimo artistico perfettamente riuscito. E di certo un taglio, Bowie lo ha dato a tutte le semplificazioni. Quella di glam rock anzitutto, una categoria troppo frivola per una vocazione spesso intimista come la sua. E quella del progressive rock, fin troppo vaga. Con le infinite maschere di cui è stato capace, Bowie ha dato un taglio al prima ogni volta che veniva alla luce il dopo. Si è reinventato nel sound, nelle atmosfere, nello stile, nei look, nella parola. Il producer Tony Visconti, lo descrive così: «Ha sempre fatto quello che voleva. E voleva sempre farlo a modo suo». In No plan David Bowie canta: «I’m all of the things that are my life». Bowie è tutte le cose che sono la sua vita. La fantasia e il desiderio e l’ambizione e ciò in cui crede e quello che sente. E in fondo, per raccontare vite come la sua ne servirebbe un’altra. Perché è una vita, quella di Bowie, che ne è tante insieme. Una vita a forma di matrioska, la bambola russa che ne contiene altre uguali al suo interno e altre ancora, identiche ma più piccine. Una vita da artista, scritto tutto in maiuscolo. Un artista vero, e cioè uno splendido avventuriere.

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