Hong Kong, New York, poi Copenhagen, fino a Milano – Mendrisio

Diego Marcon, Diego Marcon, Studio Medico, Intervallo II – Le ragazze in posa per la foto, 2016

1 — Intervallo II. Diego Marcon

Dal 24 settembre al 24 novembre. Studio Medico, Milano. A cura di Anna Musini

Istruzioni ai recensori di Diego Marcon: prendere la M1 direzione Bisceglie, scendere a Bande Nere, inoltrarsi in direzione sud per due chilometri, individuare il bar più frequentato dalla gioventù locale, attendere. In meno di mezzora si vedrà emergere dal vicolo più oscuro un figuro col naso adombrato da uno stinto cappello con il frontino, ordinerà un ghiacciolo gusto anice in estate, Coca Cola in inverno, poi scruterà la distesa di tavolini meditando con scrupolo sul da farsi. Dove mi siedo? – si chiederà Diego Marcon – Vicino alla coppia tredicenne lentigginoso + baby-sitter? O forse al tavolo accanto a quello della queen bee del liceo circondata dalla sua corte?
Che opti per l’una o l’altra, quella di Marcon sarà comunque una minuta, veloce analisi di ordine estetico. Probabilmente si siederà vicino alla queen bee di cui valuterà polsi, caviglie, accento, ordinazione, elastici sui capelli, di tutto prendendo appunti onde farne la propria prossima inconsapevole musa. Precedetelo, sedete voi al tavolo panoramico.
Quella di poeta scrutatore della prima adolescenza è una corrente leggermente più nascosta, ma da sempre costante nell’opera di Marcon che nelle mostre più recenti ha lavorato sul sonno, la routine del soldato, il pellegrinaggio religioso, le nuvole.
Da più di due anni la curatrice Anna Musini invita artisti a esporre nella sala d’aspetto di uno studio medico di via Vincenzo Bellini a Milano. Le opere incontrano un pubblico nuovo, quello dei pazienti dell’ambulatorio. Diego Marcon ha deciso di ambientarvi una performance e di lasciare ai pazienti dello studio medico una foto di gruppo delle sue giovani complici, le misteriose ragazzine protagoniste dell’evento. La sera del 24 settembre il pubblico invitato all’inaugurazione ha calpestato il pavimento di atrio, scalinata e sala d’aspetto dell’edificio in Via Bellini facendo attenzione a non calpestare gli esili corpi delle ninfette addormentate per terra. Le bambine si scambiavano di posto sussurrandosi all’orecchio; caparbie si muovevano tra il pubblico accolto in quello che testé era territorio di loro indiscriminato dominio, il più dolce, borghese, giardino delle Esperidi. Fiaccate dai giochi e dalle scorribande come Esperidi hanno dormito, tra le tenebre di colei che per Apollodoro faceva loro da madre, la Notte. A propria volta il pubblico bisbigliava rapito.

studiomedico-intervallo.tumblr.com

 
 
 

Kyle Staver, Cardinal, 2016

2 — Kyle Staver

Dal 9 settembre al 22 ottobre 2016. Kent Fine Art, New York

Quello di Kyle Staver è un caso piuttosto indicativo: la pittrice, originaria del Minnesota, espone con costanza sin dai primi 2000, principalmente in gallerie di New York. È stata beneficiaria dell’importante John Simon Guggenheim Memorial Foundation Fellowship ed è membro della National Academy of New York. Tuttavia nel curriculum di Staver non si conta alcuna mostra in Europa, il che sorprende non poco vista la squisitezza dell’opera. Si possono formulare numerose ipotesi a riguardo, forse l’artista non ha mai attratto l’interesse di curatori internazionali, forse è considerata meno ‘cool’ rispetto ad artisti che pure usano una figurazione simile, un nome tra tutti: Nicole Eisenman, di cui oggi pare che i critici non possano proprio fare a meno in fatto di figurazione. A mio giudizio in Kyle Staver c’è qualcosa in più, o meglio qualcosa in meno, una minor ansia narrativa, illustrativa, espressionistica, un abbandono più deciso alla pittura brutta o bella che sia, verso cui colleghe più celebri si lasciano trasportare raramente.
È curioso poi leggere quali pittori Kyle Staver nomina come propri maestri: David Park, Elmer Bischoff, Louis Eilshemius; timidi, pacati, europeizzanti protagonisti della pittura americana del primo Novecento. I primi due, californiani, ricordano forse un po’ molestamente, il nostro Corrado Cagli, che difatti durante la II Guerra Mondiale soggiornò e fu esposto a NY e in California. Per la scelta dei propri soggetti Staver prende spesso spunto dalla mitologia greca e dai racconti biblici e ambienta le proprie scene in notturni mai ostili, ma sempre caldi e fiabeschi.

kentfineart.net

 
 
 

Tal R, Profeten fra Louise bro, 2016

3 — SVANESANG. Tal R & Mamma Andersson

Dal 24 settembre al 22 ottobre 2016. Galleri Bo Bjerggaard, Copenhagen

Lei svedese, lui israeliano, entrambi nati nei Sessanta e da decenni grandi protagonisti della scena artistica, in occasione di questa mostra hanno nutrito tramite una fitta corrispondenza un rapporto di conoscenza prima non molto intima. Tal R e Mamma Anderson si sono spediti immagini; attingendo a questo repertorio condiviso hanno parlato a distanza, nel silenzio dei propri studi. Elaborando l’esperienza in un dialogo trascritto in apertura al catalogo della mostra, hanno individuato due punti decisivi nelle poche certezze che ogni pittore giunge ad avere rispetto al proprio inconscio: 1. Ci sono immagini che colpiscono, avvinghiano, conquistano l’occhio del pittore ma che non si lasciano dipingere, o che il pittore scopre di non avere alcuna pulsione a dipingere; 2. Ogni immagine affascina il pittore per un determinato periodo di tempo che, prima o poi, si conclude per sempre e senza una ragione. Sembrano quisquilie, sono tutt’altro, ogni giorno s’assiste allo spettacolo di pittori che copiano immagini guidati dalla propria pura, perniciosa, fascinazione verso queste, immagini che però non li riguardano; ogni anno si partecipa all’ennesima mostra del pittore che costruisce varianti sul medesimo soggetto studiato per anni, senza accorgersi che nel tempo il soggetto è diventato muta maniera. In questo portentoso duetto la svedese dai bruni salmastri e bergmaniani, di legni gelidi, tetre camere dei giochi e piogge eterne incontra le calde, rosee geometrie di Tal R che sprizzano ebraismo da ogni lato, i triangoli smussati assomigliando ai dolci di Purim, le orecchie di Aman, i muri intrecciati al pane Challah.

bjerggaard.com

 
 
 

Per Kirkeby, Inverno III (Winter III), 1985

4 — Per Kirkeby. I luoghi dell’anima del grande maestro scandinavo

Dal 2 ottobre 2016 al 29 gennaio 2017. Museo d’arte di Mendrisio. A cura di Simone Soldini

Per Kirkeby nasce nel 1938 a Copenhagen. È un pittore-geologo specializzato nello studio dell’Artide; nel corso della sua vita ha partecipato a spedizioni in Groenlandia, America Centrale e al Polo Nord. Nel cortile d’entrata del Geologisk Museum di Copenaghen è posizionato un immenso frammento di meteorite, è bellissimo; lo ha portato lì lui, il pittore. Kirkeby è anche film- maker, scrittore prolifico e poeta, da ragazzo recitava le proprie poesie con Joseph Beuys e Jörg Immendorf. Il Museo d’Arte di Mendrisio gli dedica un’importante retrospettiva, la prima in Italia, che raccoglie 33 tele di grandi dimensioni, 30 opere su carta e 6 sculture. Le tele di Per Kirkeby raggiungono dimensioni immense, presentano vortici di materia nei toni del violetto, del verde-giallo, del giallo di cadmio che si scontrano con turbini di profondi, disperati bruni e blu; c’è chi la considera una pittura pienamente romantica, chi vi vede un ritorno all’età dell’oro degli esploratori muniti di bussola d’oro e compasso. La vulgata dice che Per Kirkeby dipinge la terra, lo strato geologico, la storia della pietra e del paesaggio; io penso che il pittorico diario di viaggio si riveli emotivo, non scientifico; più che registrare il meraviglioso mondo del sentimento, ops, sedimento geologico, mi sembra che gli occhi di Kirkeby si siano spesso rivolti ai cieli e che di questi il pittore abbia colto impressioni nel senso storico del termine, quello di “Impression, soleil levant”; insomma, guardo Kirkeby come un impressionista artico, occupato a trovare un colore al gelo, una forma alla reazione del corpo al freddo, un colore allo stillicidio dei ghiacci, una forma al vento che d’improvviso tutto arresta.

mendrisio.ch

 
 
 

David Salle, Buick Town, 2016

5 — David Salle

Dal 8 settembre al 12 novembre 2016. Lehmann Maupin, Hong Kong

David Salle è artista di fondamentale importanza per la comprensione di gran parte della pittura oggi prodotta. Svolge per noi una funzione simile a quella che Picabia ha rivestito per il secondo Novecento, una sorta di raffinato tuttologo, d’impavido centrifugatore di stili, ambizioni, rivolte e ammansimenti. Viene detto che negli Ottanta «David Salle ha abbattuto la gerarchia tra l’immagine e il suo significato», rendendosi in questo modo pioniere di quello che oggi chiamiamo “immaginario postmoderno”. È vero, chi provi a leggere un dipinto di David Salle probabilmente guasterà la propria esperienza estetica. Salle si accetta in blocco, chi legge come un rebus i suoi mix di immagini pubblicitarie, pittura, disegni su tela, spatolate di puro colore, mostriciattoli cubisti, fette di torta e bicchieri di latte, è fritto; chi invece li legge come nonsense, è leggermente più salvo. La parola postmoderno applicata a un dipinto ha sempre fatto ridere, la pittura snobba il significato dell’immagine (e l’immagine stessa) da millenni; insomma, è leggenda universalmente creduta che ai pittori piacciano le immagini, ebbene no: ai pittori piace la pittura. Ci sono pittori, vedi Picabia, vedi Salle, che di questo totale sfruttamento iper-possibilistico e disinteressato dell’immagine fanno il proprio cavallo di battaglia. Dipingo una montagna perché lì la montagna ci sta dannatamente bene e vicino ci faccio una bottiglia di vino perché farà la sua porca figura; decisioni lunghe, insignificanti, irrepetibili attimi che generano capolavori.

lehmannmaupin.com
Chiudi