L’Ingroia scrittore rimane in panne, come i personaggi di un racconto di Friedrich Dürrenmatt

Prima ha esercitato l’azione penale; poi ha fondato Rivoluzione civile; poi ha cambiato il nome in Azione civile; a quel punto mi aspettavo che la ribattezzasse Azione penale e ricominciasse il rondò. Le cose sono andate diversamente per Antonio Ingroia, ma neppure tanto. Del suo ultimo libro, Dalla parte della Costituzione (Imprimatur), un pamphlet per il no al referendum, ho letto solo una frase del lancio promozionale, e mi è bastata: «L’autore, con una tecnica inquisitoria da pubblico ministero, svela tutti i retroscena…».

Non sapevo se ridere o piangere, ma non si trattava di intermittenze del cuore. Era lo stato d’animo di chi intravede, in modo ancora confuso, un bivio. Di qua, una china spaventosa: quella che prendemmo quando, nel 1995, un editore stampò l’atto d’accusa del processo Andreotti con il titolo La vera storia d’Italia; quella che avrebbe portato quasi vent’anni dopo il procuratore aggiunto Vittorio Teresi – successore di Ingroia nel processo trattativa – a dichiarare (paura) che il vantaggio di un’inchiesta giudiziaria è che consente di riscrivere la storia «con mezzi coercitivi di cui gli storici non dispongono». Di là, una via tutto sommato più rassicurante: la prospettiva che un pm, dopo aver condotto i suoi processi con tecniche letterarie da scrittore poco versato sia nel romanzo sia nella storiografia, si rintani a scrivere libri irrilevanti «con una tecnica inquisitoria da pubblico ministero». Se la prima strada sfreccia verso il Terrore, con la seconda finiamo in panne, e non in una panne qualunque, in quella del racconto omonimo di Friedrich Dürrenmatt, dove dei vecchi giudici avvinazzati si divertono a rifare a cena processi celebri, per capriccio letterario. Pensione penale.

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