I nuovi dischi degli inglesi Marillion e Van Der Graaf Generator stanno riscuotendo un buon successo ed entrambi strizzano l'occhio al proprio passato. Altri seguiranno?

Starà mica tornando il progressive? La musica analogica e immersiva per eccellenza si sta forse rianimando? La verità è che il prog non se n’è mai andato. E siccome oggi in musica, a meno che non siate Taylor Swift o Adele, le nicchie ti pagano pranzo e cena, e magari in anticipo grazie al crowdfunding, ecco che un gruppo che aveva messo alle spalle il progressive torna a casa, più o meno. Loro sono gli inglesi Marillion, l’album s’intitola F.E.A.R., che sta per Fuck Everyone And Run. Contiene cinque brani appena, durata media tredici minuti e mezzo, piccoli viaggi pieni di curve e cambi di scenario, come piace agli appassionati. Dal prog i Marillion prendono il carattere narrativo e qualche digressione strumentale, però usano tinte scure e sostituiscono l’enfasi romantica con suoni che non stonano in un mondo post Radiohead.

Nei testi puntano il dito contro i soliti sospetti: banche «too big to fail», politici che alimentano la paura, multinazionali, speculatori avidi che «fottono e scappano», oligarchi russi e pure Tony Blair. Si parte con l’immagine di nuvole che s’addensano minacciose sulla campagna inglese, si passa attraverso un paio di pezzi sull’alienazione della vita da musicista (no, The Leavers non è sulla Brexit), si chiude con un finale nostalgico su quanto si stava bene prima della turbofinanza. A quanto pare funziona e nel Regno Unito l’album ha debuttato al quarto posto in classifica, tenendosi dietro poppettari di successo come i Bastille. Per il Guardian, e non solo, F.E.A.R. è quite possibly il disco migliore del gruppo da vent’anni a questa parte.

Marillion

Dice il cantante dei Marillion, Steve Hogarth, che ha titolato l’album in modo provocatorio perché sta invecchiando, non sa quanti dischi riuscirà ancora a fare e perciò sente l’esigenza di dire le cose in modo diretto. Anche Peter Hammill dei Van Der Graaf Generator non sa quanti dischi farà, ma ha qualche ragione in più per pensarlo, avendo 67 anni contro i 57 di Hogarth. L’ha scritto presentando Do Not Disturb: «Questo potrebbe essere il nostro ultimo album. Fortunatamente siamo ancora in buona forma fisicamente e mentalmente, ma siamo coscienti che il tempo passa e realizzare un disco è un impegno gravoso».

Attivi discograficamente dal 1969, una seconda giovinezza a partire dalla reunion del 2005, i Van Der Graaf Generator hanno fatto un disco dei loro, elegante e lievemente bizzarro. Il capobanda Hammill, voce un po’ così da rocker entrato nella terza età, e i suoi musicisti Guy Evans e Hugh Banton hanno inciso una miriade di piccoli frammenti e poi li hanno assemblati trasformando le canzoni in collage dai tempi e dalle atmosfere cangianti. Sono suite in pillole che stanno da qualche parte fra il progressive e la canzone rock, e in Shikata Ga Nai sconfinano nella musica contemporanea. Per noialtri italiani c’è un pezzo titolato Alfa Berlina, uno dei tanti «ricordi inaffidabili» di Hammill. Prende il titolo dall’auto con la quale il promoter Maurizio Salvadori li scarrozzava nei primi anni ’70 per le strade del nostro Paese, dove i 33 giri dei Van Der Graaf Generator vendevano più di quelli di Paul McCartney e loro si sentivano «sconsideratamente vivi». Ora invece, come canta Hammill in fondo all’album su funereo sfondo d’organo, «è tempo di mollare».

VDGG-cover

Van Der Graaf Generator
Do Not Disturb

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