Yolo / Musica

Il vinile inciso in una cabina telefonica

di RICCARDO BERTONCELLI e GIANNI SIBILLA
27.10.2016

La storia di Neil Young nella “cabina” di Jack White. Pubblichiamo un estratto da “Storia leggendaria della musica rock” appena uscito per Giunti

«Ehi mamma, il mio amico Jack ha questa scatola dalla quale si può parlare!». La voce suona lontana: potrebbe arrivare dall’oltretomba, o da un tempo lontano. Esce da quella che sembra una vecchia cabina telefonica. L’uomo dentro la cabina sta facendo un viaggio nel passato, incidendo una lettera sonora a una persona scomparsa. Non è il 1947, l’anno in cui quella cabina è stata realizzata. È il 2014 e sua madre è morta da molti anni. Ma quella non è una cabina, è l’ultimo Voice-O-Graph funzionante rimasto in circolazione. Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale e negli anni ’50 e ’60 lo si usava per incidere la propria voce direttamente su vinile e spedire il disco via posta: una lettera vocale ai propri cari. Lo si trovava alle fiere, nelle “arcade”; ce n’era uno persino all’ottantaseiesimo piano dell’Empire State Building, quello da cui si può ammirare tutta New York. Trentacinque cent, e in pochi attimi si aveva tra le mani un vinile con la propria voce, da spedire con regolare busta affrancata.

Superato il primo attimo di spaesamento spazio-temporale, si riconosce l’uomo dentro la cabina: è Neil Young, cappellaccio in testa, da cui spuntano i radi e lunghi capelli bianchi, l’immancabile camicia a quadri da boscaiolo. Fuori, a guardarlo, c’è il suo amico Jack White, cappellaccio anche lui, da cui spuntano capelli invece nerissimi, come i suoi vestiti: una cravatta che dal collo scende fino a infilarsi nella camicia, tra i bottoni, in mezzo a due bretelle che reggono i pantaloni. Sembra proprio un gentiluomo di campagna del Sud. Ed è lui che ha recuperato e restaurato il Voice-O-Graph, mettendolo in bella mostra nei suoi studi di Nashville.

I due condividono un’idea di rock puro, lontano dai compromessi del mercato, e una grande passione per le tecnologie di registrazione. Jack ha sfidato Neil: vuole vedere che cosa è in grado di tirare fuori da quell’aggeggio.

Da anni, Neil Young è un paladino della crociata antiMP3. «Si sente solo il cinque per cento della musica che noi artisti incidiamo in sala di registrazione», non fa altro che ripetere ai giornalisti che lo intervistano sulla questione. È diventata un’ossessione, la sua, a cui ha dedicato quasi metà della sua autobiografia. Si è persino inventato un aggeggio, il Pono, che serve ad ascoltare musica digitale ma ad alta fedeltà, come se fosse un vinile. Qualche anno prima è andato da Steve Jobs, ha provato a convincerlo a produrlo, ma poi Steve è morto e non se n’è fatto niente. Così, qualche settimana prima, ha aperto un crowdfunding: in migliaia hanno sborsato centinaia di dollari per quello strano oggetto triangolare, che funziona come un super-iPod, ma sembra un Toblerone, un torrone di cioccolato. Con quella prevendita digitale Neil ha raccolto tredici milioni di dollari; una bella rivincita su tutti quelli che lo prendevano in giro per il suo progetto assurdo.

Jack, dal canto suo, è diventato il custode dell’ortodossia rock. Dopo la fine dei White Stripes, dopo i tanti gruppi messi insieme con amici, ha finalmente debuttato come solista, con album incisi rigorosamente in analogico, dal suono rétro, che fondono in maniera filologicamente impeccabile rock, blues e folk. E, grazie al fiuto da imprenditore, ha fondato un’etichetta, la Third Man Records, dedicata quasi solo al vinile. I suoi studi di registrazione sono anche un negozio in cui vende dischi esclusivi, fatti incidere in presa diretta ai suoi amici famosi. Sta progettando persino Icarus Rift, un giradischi spaziale, che vuole attaccare a un pallone aerostatico per fargli suonare un vinile nella stratosfera.

La sfida che Jack propone a Neil è però più terra terra. Incidere un disco in presa diretta, in un’ora. Ma non solo un disco in vinile: di quelli, Young ne ha già incisi tanti, ovviamente: negli anni ’80 e ’90 si era persino rifiutato di ristamparne alcuni in CD – come il leggendario On The Beach – perché a suo dire il dischetto digitale non suonava abbastanza bene. No, la sfida di Jack a Neil è di incidere un album intero dentro il Voice-O-Graph. Neil l’ha preso in parola: è sceso a Nashville dal suo ranch in California portandosi solo l’acustica, con l’idea di registrare una lettera alla madre, fatta di qualche messaggio vocale, e tante cover. Voce e chitarra, da solo di fronte a quel microfono, canta Dylan, Springsteen, Willie Nelson, gli Everly Brothers; ma suonano tutti come brani degli anni ’40. A Letter Home viene pubblicato poche settimane dopo, ovviamente in vinile, per il Record Store Day, l’annuale giornata mondiale di festa per cercare di resuscitare i morenti negozi di dischi. È uno degli album più assurdi della carriera di Neil Young, uno che in quanto a stranezze discografiche ha pochi rivali. Ed è uno degli apici della retromania, della reazione anti-tecnologica verso il digitale, la stessa che porta frotte di hipsters ventenni e trentenni a comprare 33 giri e giradischi per una sorta di nostalgia verso un passato che non hanno mai vissuto.

Neil, dopo avere registrato l’ultima canzone, esce dalla cabina e sorride a Jack: ha vinto la sfida. Non è finita: qualche giorno dopo, Neil torna alla Third Man Records, prende una copia in vinile del suo Greatest Hits, la mette sul giradischi dentro la cabina e delicatamente appoggia la puntina sul vinile: la musica esce dagli altoparlanti, passa attraverso il microfono della cabina ed esce invecchiata e distorta. Da fuori Jack schiaccia il tasto “Rec” e registra quelle vecchie canzoni filtrate da una tecnologia ancora più vecchia, di settant’anni fa.

Neil e Jack mettono in vendita quelle registrazioni a bassissima fedeltà, ribattezzate String Theory: «La Third Man Records svela una raccolta mai sentita di canzoni di Neil Young, riscoperte dal passato, registrate con un’antica tecnologia elettromeccanica, che libera l’essenza di qualcosa che altrimenti si sarebbe perso per sempre», si legge nella descrizione di quel box, che costa la bellezza di centodieci dollari. Per quella ragguardevole cifra ci si porta a casa quelle vecchie canzoni in diversi formati: vinile a 12”, vinile a 6”, CD, DVD. Pure in digitale ad alta definizione, per completare la beffa. Nel box c’è anche una foto autografata di Jack e Neil: hanno in mano i cilindri di latta su cui sono state incise le canzoni. Sorridono, e c’è da giurare che, dietro quel ghigno, si nasconda un pensiero: «Li abbiamo fregati tutti».

Riccardo Bertoncelli e Gianni Sibilla
Storia leggendaria della musica rock

Giunti 2016  
352 pagine, 19,50 euro
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