Il candidato repubblicano è un pericolo pubblico, ma attenzione a generalizzare sui suoi elettori

Donald Trump è la cosa più catastrofica capitata all’America dagli attacchi islamisti dell’11 settembre 2001. Come ha detto l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, Trump non è altro che «un truffatore». Non mi preoccupano le sue idee politiche, ammesso che ne abbia, perché qualsiasi cosa dica o proponga spesso viene contraddetta nel corso della stessa frase.

La pericolosità di Trump per l’America e per il mondo, e quindi anche per noi, non è ideologica: è caratteriale. Trump non conosce i dossier di cui parla, e se ne vanta. È instabile e perde facilmente la calma, sul palco e su Twitter. Un personaggio così incompetente, rissoso e pieno di sé è preferibile che stia alla larga dai codici nucleari e dal governo del mondo libero.

Non mi piace, dunque. Ma non mi piace nemmeno la generalizzazione che si fa sui suoi elettori. Non sono tutti razzisti, zotici e miserabili, come si è lasciato scappare Hillary Clinton. Ce ne sono parecchi, non c’è dubbio, anche se dubito che un libertino come lui possa attrarre, per esempio, più fondamentalisti religiosi dei precedenti candidati repubblicani e in alcuni casi anche democratici.

La forza elettorale di Trump non è quella. Trump è il candidato della working class bianca, in particolare di quella delle grandi ex zone industriali del Paese messe in difficolta dalle innovazioni tecnologiche.

Il suo geniale slogan elettorale, Make America Great Again, parla dei bei tempi andati agli operai, agli impiegati, ai disoccupati che si sono visti sfuggire il sogno americano. Sono gli stessi americani bianchi, maschi e immalinconiti dallo sfuggente sogno americano di cui da oltre trent’anni Bruce Springsteen canta l’epopea.

Sembra un paradosso ma non lo è: il primo Springtseen e l’ultimo Trump interpretano e poi rielaborano a proprio modo le ansie di una parte dell’America che si sente esclusa. Prendete le canzoni del Boss, come ha fatto il New York Times, e ascoltate di che cosa parlano, di chi parlano e di quali luoghi parlano. Sono le stesse paure, lo stesso segmento demografico e la stessa mappa elettorale di Trump.
Non c’è un’America cattiva e una buona. L’America è sempre la stessa. Ne riparleremo sul numero di IL in edicola venerdì 21 ottobre.

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