Explicit / Fiction

Mi stai dicendo che non ci sarà più carne in questa casa?

di HAN KANG
11.10.2016

Esce in Italia “La vegetariana” di Han Kang (Adelphi), il romanzo che quest’anno ha vinto il Man Booker International Prize. Pubblichiamo in anteprima l’incipit del libro

Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo sempre considerata del tutto insignificante. Per essere franco, la prima volta che la vidi non mi piacque nemmeno. Né alta né bassa, capelli a caschetto né lunghi né corti, colorito itterico e malaticcio, zigomi un po’ sporgenti: quella sua aria timida e giallognola mi disse tutto quello che mi occorreva sapere di lei. Mentre si avvicinava al tavolo dove la aspettavo, non potei fare a meno di notare le sue scarpe: un paio di scarpe nere, le più banali che si possano immaginare. E quel suo modo di camminare, né veloce né lento, a passi né grandi né piccoli.

Tuttavia, pur non avendo attrattive speciali, non presentava nemmeno particolari difetti, e quindi non ci fu ragione di non sposarci. La personalità passiva di quella donna in cui non intravedevo né freschezza né fascino, e nemmeno una singolare raffinatezza, faceva perfettamente al caso mio. Non dovetti fingere nessuna inclinazione intellettuale per conquistarla, né preoccuparmi che potesse mettermi a confronto con gli uomini in posa sui cataloghi di moda, e se per caso arrivavo in ritardo a un appuntamento non si arrabbiava. La pancia che aveva iniziato a crescermi intorno ai venticinque anni, le gambe e le braccia secche che si rifiutavano risolutamente di metter su massa nonostante gli sforzi, il complesso di inferiorità per le dimensioni del mio pene… Potevo star certo che con lei non avrei dovuto vergognarmi di cose del genere.

Nella vita sono sempre stato propenso alla via di mezzo. A scuola preferivo comandare a bacchetta i ragazzi di due o tre anni più piccoli, con cui potevo atteggiarmi a capobanda, piuttosto che arrischiarmi con quelli della mia età. In seguito, scelsi a quale università iscrivermi in base all’entità della borsa di studio che potevo aspettarmi. E dopo, mi accontentai di un lavoro che mi garantiva uno stipendio decoroso a patto che eseguissi diligentemente i compiti che mi erano assegnati, in un’azienda di piccole dimensioni dove le mie mediocri competenze sarebbero state apprezzate. Perciò era assolutamente naturale che sposassi la donna più ordinaria del mondo: le donne belle, intelligenti, eccezionalmente sensuali, figlie di famiglie ricche, sarebbero solo servite a turbare la mia esistenza scrupolosamente ordinata.

Proprio come mi ero aspettato, si rivelò una moglie come tante altre, che affrontava le cose senza spiacevoli grilli per la testa. Ogni mattina si alzava alle sei per preparare del riso, una zuppa e, di solito, un po’ di pesce. Sin dall’adolescenza aveva contribuito alle entrate della sua famiglia con lavoretti part-time. Alla fine le avevano dato un posto di assistente nella scuola di computer grafica che aveva frequentato per un anno, e un editore di manhwa le aveva affidato il lavoro di lettering, che poteva fare a casa.

Era una donna di poche parole. Raramente pretendeva qualcosa da me e, per quanto tardi arrivassi a casa, non si sognava mai di piantar grane. Anche quando avevamo tutti e due una giornata libera, non le passava nemmeno per la testa di propormi di fare qualcosa insieme. Mentre io trascorrevo il pomeriggio oziando con il telecomando in mano, lei si chiudeva nella sua stanza. Probabilmente passava il tempo a leggere, che era in pratica il suo unico svago. Per qualche incomprensibile ragione, la lettura era un’attività in cui era capace di immergersi sul serio – anche se i libri che leggeva sembravano così noiosi che non mi veniva voglia nemmeno di dargli un’occhiata. Solo all’ora dei pasti apriva la porta e ne emergeva in silenzio per preparare da mangiare. Certo, con una moglie così e una vita di quel tipo, era difficile che trovassi le mie giornate particolarmente stimolanti. D’altra parte, se avessi avuto una di quelle mogli che passano le giornate al telefono con le amiche e le colleghe, o che assillano di continuo i mariti, scatenando periodicamente assordanti liti coniugali, sarei stato ben contento che alla fine si stancasse di me.

L’unica vera stranezza di mia moglie era che non le piaceva portare il reggiseno. Quand’ero giovane, poco più che adolescente, e io e lei eravamo ancora fidanzati, una volta le misi per caso una mano sulla schiena e mi accorsi che non sentivo la fascia del reggiseno sotto il maglione. Quando compresi che cosa significava, mi sentii molto eccitato. Per capire se stesse cercando di dirmi qualcosa, la osservai per un paio di minuti con occhi nuovi, studiando il suo atteggiamento. Il risultato di questo studio fu che, in realtà, non mi stava mandando nessun segnale. Ma allora la sua era pigrizia, o pura indifferenza? Non capivo. Non aveva nemmeno un bel seno, adatto a un «look senza reggiseno». Avrei preferito che portasse uno di quei modelli imbottiti, per salvare la faccia con i miei conoscenti.

Anche d’estate, quando riuscivo a convincerla a indossarne uno per un po’, se lo sganciava un istante dopo aver messo piede fuori casa. I due lembi erano chiaramente visibili sotto le magliette sottili dalle tinte chiare, ma lei non se ne curava minimamente. La rimproveravo esortandola, in quel caldo afoso, a mettere almeno una canottiera. Lei provava a giustificarsi, dicendo che non sopportava il reggiseno perché la stringeva, e che io, non avendone mai indossato uno, non potevo capire che senso di oppressione desse. Ciò nonostante, sapevo per certo che un sacco di altre donne, a differenza di lei, non avevano nulla di particolare contro i reggiseni e quella sua ipersensibilità mi lasciava perplesso.

Sotto ogni altro punto di vista, la nostra vita matrimoniale scorreva senza intoppi. Ci avvicinavamo al traguardo dei cinque anni ma, non essendo mai stati follemente innamorati, non cademmo nemmeno in quella fase di noia e stanchezza che può trasformare la vita coniugale in un supplizio. Unica cosa: avevamo deciso di non avere figli finché non fossimo andati ad abitare per conto nostro, cosa che si era verificata solo l’autunno precedente, e ogni tanto mi chiedevo se avrei mai sentito il suono rassicurante di un bambino che farfugliava «papa» riferendosi a me. Fino a un certo giorno del febbraio scorso, quando trovai mia moglie in cucina all’alba, con addosso la sola camicia da notte, non avevo mai considerato la possibilità che la nostra vita insieme potesse subire uno spaventoso cambiamento.

«Che fai lì?».

Stavo per accendere la luce del bagno quando mi fermai di botto. Erano le quattro del mattino e mi ero svegliato con una sete terribile, perché a cena avevo bevuto una bottiglia e mezza di soju; ci stavo mettendo anche più del solito a tornare in me.

«Ehi? Ti ho chiesto che stai facendo!».

Era già una notte piuttosto fredda, ma la vista di mia moglie mi diede ancora di più i brividi. In un attimo, ogni sonnolenza residua dovuta all’alcol passò. Era in piedi, immobile, davanti al frigorifero chiuso. Aveva la faccia immersa nel buio, perciò non riuscii a distinguere la sua espressione, ma le alternative possibili mi riempirono tutte di paura. I suoi capelli folti, di un nero naturale, erano arruffati e in disordine, e indossava la solita camicia da notte bianca, lunga fino alle caviglie.

Normalmente, in una notte come quella mia moglie si sarebbe infilata in fretta e furia un cardigan e avrebbe cercato le pantofole di spugna. Per quanto tempo sarà rimasta così – lì impalata a piedi nudi, in biancheria da notte estiva, come del tutto ignara della mia domanda? Teneva la faccia girata dall’altra parte ed era così innaturalmente immobile che pareva quasi una specie di fantasma, silenziosamente ostinato a restare dov’era.

Che stava succedendo? Se non mi sentiva, allora forse significava che era sonnambula.

Mi avvicinai, tendendo il collo per cercare di guardarla in faccia.

«Perché stai lì? Che c’è?».

Quando le poggiai una mano sulla spalla, fui sorpreso dalla sua totale assenza di reazioni. Ero certo di essere lucido e che quella cosa stesse accadendo davvero; ero stato pienamente consapevole di tutto quello che avevo fatto da quando mi ero alzato dal letto, avevo attraversato il salotto ed ero andato verso di lei. Era lei che stava là pietrificata. Sembrava persa in un mondo tutto suo, come in quelle rare occasioni, a tarda sera, in cui, assorta nella visione di una serie televisiva, non si accorgeva che ero tornato a casa. Ma cosa poteva assorbire la sua attenzione nel pallido bagliore dello sportello bianco del frigorifero, nel buio pesto della cucina, alle quattro del mattino?

«Ehi!».

Il suo profilo si voltò verso di me, emergendo dall’oscurità. Osservai i suoi occhi, lucenti ma non febbricitanti, mentre le sue labbra si schiudevano lentamente.

«… Ho fatto un sogno».

La sua voce era sorprendentemente chiara.

«Un sogno? Che diavolo dici? Lo sai che ora è?».

Lei si girò, il corpo rivolto verso di me, poi si avviò lentamente verso la porta aperta e andò in salotto. Entrando in camera da letto, allungò il piede e chiuse con calma la porta. Rimasto da solo nella cucina buia, guardai impotente la sua sagoma che si ritirava e veniva inghiottita nella stanza.

Accesi la luce del bagno ed entrai. Quell’ondata di freddo durava ormai da diversi giorni, con temperature stabili sui dieci gradi sotto zero. Mi ero fatto la doccia appena poche ore prima, perciò le mie ciabatte di plastica erano ancora fredde e umide. La malinconia di quella stagione crudele cominciava a farsi tangibile: penetrava dalla bocca buia della ventola di aerazione sopra la vasca e filtrava attraverso le mattonelle bianche che rivestivano il pavimento e le pareti.

Quando tornai in camera, mia moglie era sdraiata con le gambe raggomitolate al petto. Il silenzio era così pesante che avrei anche potuto essere da solo, ma naturalmente era la mia immaginazione. Se rimanevo perfettamente immobile, trattenevo il fiato e mi sforzavo di ascoltare, riuscivo a sentire il rumore indistinto di un respiro proveniente dal punto in cui era distesa; tuttavia non sembrava il respiro profondo e regolare di una persona addormentata. Avrei potuto allungare il braccio e la mia mano avrebbe incontrato la sua pelle calda, ma per qualche strana ragione scoprii che non ero capace di toccarla. Non mi andava nemmeno di rivolgerle la parola.

 

La mattina seguente, subito dopo aver aperto gli occhi, in quei primissimi istanti in cui la realtà deve ancora assumere la concretezza solita, rimasi disteso, avvolto nel piumino, valutando distrattamente la luce del sole invernale che filtrava nella stanza attraverso le tende bianche. Mentre ero immerso in quello stato di semiassenza, lanciai casualmente un’occhiata all’orologio appeso al muro e non appena vidi l’ora saltai in piedi, aprii la porta con violenza e mi precipitai in cucina. Mia moglie era davanti al frigorifero.

«Sei impazzita? Perché non mi hai svegliato? Non hai visto che ora…».

Sentii qualcosa di molle sotto il piede e mi fermai a metà frase. Non credevo ai miei occhi.

Mia moglie era accovacciata a terra, ancora in biancheria da notte, con i capelli scompigliati che le formavano una massa disordinata attorno al viso. Tutt’intorno a lei, il pavimento della cucina era ricoperto di sacchetti di plastica e contenitori a chiusura ermetica, sparpagliati dappertutto: non c’era un solo centimetro libero dove mettere i piedi senza calpestarli. Carne di manzo per lo shabu shabu, pancia di maiale, due stinchi di bue nero, calamari sottovuoto, anguilla affettata che mia suocera ci aveva mandato secoli prima dalla campagna, ombrine essiccate legate con dello spago giallo, confezioni ancora chiuse di ravioli e un numero infinito di pacchetti pieni di chissà che cosa ripescati dalle profondità del frigo. Si sentiva un fruscio: mia moglie stava mettendo le cose attorno a sé, una alla volta, dentro sacchi della spazzatura neri. Alla fine persi le staffe.

«Che diavolo stai combinando?» gridai.

Lei continuò a infilare i pacchetti di carne nei sacchi. Sembrava inconsapevole della mia presenza quanto la notte prima. Manzo, maiale, pezzi di pollo, dell’anguilla di mare che costava almeno 200.000 won.

«Ma sei matta? Perché diamine stai buttando tutta questa roba?».

Con passo incerto, feci un rapido slalom tra i sacchetti di plastica e l’afferrai per il polso, cercando di strapparle di mano le confezioni. Rimasi sbalordito nel vedere che mi opponeva un’accanita resistenza, tanto che per un attimo fui lì lì per cedere, ma ero talmente arrabbiato che mi ripresi subito ed ebbi la meglio. Massaggiandosi il polso arrossato, lei mi parlò con lo stesso tono di voce normale e tranquillo che aveva usato in precedenza.

«Ho fatto un sogno».

Ancora quella storia. La sua espressione mentre mi guardava era perfettamente calma. Proprio in quel momento, squillò il mio cellulare.

«Porca miseria!».

Cominciai a frugare nelle tasche del cappotto, che la sera prima avevo buttato sul divano. Finalmente, nell’ultima tasca interna, le mie dita si strinsero attorno al telefonino recalcitrante.

«Mi deve scusare. Ho avuto un contrattempo, un urgente problema familiare, e… sono molto spiacente. Sarò da lei il prima possibile. No, esco subito, è questione… No, questo non posso assolutamente permetterlo. La prego, aspetti ancora un pochino. Sono davvero desolato. Sì, non posso proprio parlare in questo momento… ».

Chiusi il telefono e mi precipitai in bagno, dove mi feci la barba così in fretta che mi tagliai in due punti.

«Non mi hai nemmeno stirato la camicia bianca?».

Non ebbi risposta. Mi buttai un po’ d’acqua in faccia e rovistai nel cesto della biancheria sporca, in cerca della camicia del giorno prima. Per fortuna non era troppo sgualcita. Nel tempo che impiegai a prepararmi, gettandomi la cravatta attorno al collo come una sciarpa, infilandomi i calzini e prendendo agenda e portafogli, mia moglie non si degnò di affacciarsi dalla cucina nemmeno una volta. Nei cinque anni dacché ci eravamo sposati, non mi era mai capitato di andare al lavoro senza che lei mi porgesse le mie cose e mi accompagnasse alla porta.

«Tu non stai bene! Sei completamente fuori di testa!».

Ficcai i piedi nelle scarpe comprate da poco, che erano troppo strette e mi facevano male, spalancai la porta d’ingresso e corsi fuori. Vedendo che l’ascensore era fermo all’ultimo piano, scesi di volata le tre rampe di scale. Solo dopo che fui riuscito a saltare sulla metropolitana, proprio mentre stava per partire, ebbi il tempo di controllare il mio aspetto, riflesso nel finestrino scuro della carrozza. Mi passai le dita tra i capelli, feci il nodo alla cravatta e cercai di lisciare le pieghe della camicia. Poi mi affiorarono alla mente la faccia innaturalmente serena di mia moglie e la sua voce assurdamente ferma.

Ho fatto un sogno: l’aveva detto due volte. L’immagine del suo viso balenò al di là del finestrino, nella galleria buia. Era la sua faccia, ma mi era estranea, come se la vedessi per la prima volta. Tuttavia, dato che avevo solo trenta minuti per inventare una scusa che giustificasse il ritardo con il mio cliente, e mettere assieme una proposta di massima per la riunione di quel giorno, non potevo permettermi di rimuginare sullo strano comportamento della mia ancor più strana moglie. Però mi ripromisi di lasciare l’ufficio più presto del solito (da quando ero passato al mio nuovo incarico, ormai da diversi mesi, non c’era stato un solo giorno in cui me ne fossi andato prima di mezzanotte), e mi preparai mentalmente a uno scontro.

Una foresta buia. Non un’anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall’altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all’ingresso. La arrotolo verso l’alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne… non c’è fine alla carne, e nessuna via d’uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle.

Non so come, riesco a uscire. Corro, corro per la valle, poi all’improvviso appare la foresta. Alberi pieni di foglie, la luce verde della primavera. Famiglie che fanno un picnic, bambini piccoli che scorrazzano in giro, e l’odore, quel profumo delizioso. Così intenso da fare quasi male. Un torrente che gorgoglia, le persone che stendono le stuoie per sedersi, fanno uno spuntino a base di kimbap. Carne che cuoce sui barbecue, il suono di canti e di risate felici.

Ma ho paura. I miei vestiti sono ancora bagnati di sangue. Nasconditi, nasconditi dietro gli alberi. Accovàcciati, non farti vedere da nessuno. Le mie mani insanguinate. La mia bocca insanguinata. Che cosa ho fatto in quel granaio? Mi sono ficcata in bocca quella massa cruda e rossa, l’ho sentita premere contro le gengive e il palato, molle e scivolosa di sangue cremisi. Masticavo qualcosa che sembrava così reale, ma non poteva esserlo, era impossibile. La mia faccia, l’espressione dei miei occhi… era senza dubbio la mia faccia, ma non l’avevo mai vista. Oppure no, non era la mia, ma era così familiare… Nulla ha senso. Familiare eppure sconosciuta… quella sensazione così vivida, strana, spaventosamente inquietante.

Mia moglie aveva messo in tavola lattuga e pasta di soia, una zuppa di alghe semplice, senza carne o vongole come al solito, e kimchi.

«Ma che diamine! E tu hai buttato tutta quella carne, che chissà quanto valeva, solo per colpa di un ridicolo sogno?».

Mi alzai dalla sedia e aprii il congelatore. Era praticamente vuoto: dentro c’era solo polvere di miso, peperoncino tritato, peperoncini freschi congelati e una confezione di aglio sminuzzato.

«Preparami solo due uova al tegamino. Oggi sono a pezzi. Non ho avuto nemmeno il tempo di fare un pranzo decente».

«Ho buttato anche le uova».

«Cosa?».

«E ho eliminato anche il latte».

«Roba da non credere. Mi stai dicendo che devo diventare Vegano?».

«Non potevo lasciare quella roba nel frigo. Non la sopportavo più».

Come poteva essere così egocentrica? Fissai i suoi occhi abbassati, la sua espressione fredda e imperturbabile. L’idea stessa che avesse quel lato diverso, egoistico, e facesse semplicemente come le pareva mi lasciò stupefatto. Chi mai avrebbe pensato che potesse essere così Irragionevole?

«Quindi mi stai dicendo che d’ora in poi non ci sarà più carne in questa casa?».

« Be’, dopotutto, di solito mangi qui solo a colazione. E suppongo che a pranzo e a cena tu prenda spesso la carne, perciò… non è che muori se ne fai a meno per un pasto».

Che risposta razionale… Sembrava che quella sua decisione assurda fosse qualcosa di assolutamente logico e appropriato.

«Ah, bene, quindi io sono a posto. E che mi dici di te? Non hai più intenzione di mangiare carne?». Lei annuì.

«Ah, davvero? E fino a quando?».

«Credo… per sempre».

Ero senza parole, anche se sapevo che scegliere una dieta vegetariana non era affatto così raro come in passato. Le persone diventano vegetariane per le ragioni più varie: per cercare di modificare una predisposizione genetica a certe allergie, per esempio, oppure perché non mangiare carne è considerato meno dannoso per l’ambiente. Naturalmente, i monaci buddhisti che hanno fatto certi voti hanno l’obbligo morale di non prendere parte alla distruzione della vita, ma di sicuro nemmeno le ragazzine più suggestionabili si spingono fino a questo punto. A mio parere, gli unici motivi ragionevoli per cambiare le proprie abitudini alimentari erano il desiderio di perdere peso, il tentativo di alleviare alcuni disturbi, il fatto di essere posseduti da uno spirito maligno o di avere problemi di sonno dovuti a una cattiva digestione. In qualsiasi altro caso, se una moglie andava contro la volontà del marito, come aveva fatto la mia, era solo per pura testardaggine.

Se mia moglie avesse sempre provato un leggero disgusto per la carne, allora avrei potuto capirlo, ma in realtà era esattamente il contrario: fin da quando ci eravamo sposati si era dimostrata una cuoca più che capace, e mi aveva sempre colpito la sua bravura ai fornelli. Le pinze in una mano e un grosso paio di forbici nell’altra, con movimenti abili ed esperti rivoltava le costolette in una padella sfrigolante e intanto tagliava la carne a bocconcini. Per fare la sua croccante pancetta caramellata marinava prima la carne nello zenzero sminuzzato con sciroppo di amido glutinoso. Il suo piatto forte consisteva in fettine di manzo sottilissime insaporite con pepe nero e olio di sesamo, poi passate in una panatura abbondante di farina di riso colloso, come i dolci di riso o le frittelle, e immerse nel brodo bollente dello shabu shabu. Preparava un bibimbap con germogli di soia, manzo macinato e riso messo precedentemente in ammollo e poi saltato in padella nell’olio di sesamo. Faceva anche una densa zuppa di pollo e anatra con patate tagliate a pezzi grossi, e un brodo speziato stracolmo di vongole e cozze tenerissime, di cui ero capace di divorare con piacere fino a tre piatti di seguito.

Quello che ricevevo adesso, invece, era solo la brutta copia di un pasto. Con la sedia inclinata all’indietro, mia moglie si servì della zuppa di alghe che – si capiva a prima vista – doveva sapere soltanto di acqua. Mise del riso e della pasta di soia su una foglia di lattuga, poi si infilò il fagottino in bocca e masticò lentamente.

Non riuscivo proprio a capirla. Solo in quel momento me ne resi conto: non avevo la più pallida idea di cosa passasse per la testa di quella donna.

«Non mangi?» mi chiese in tono distratto, esattamente come una donna di mezza età si rivolgerebbe al figlio adulto. Io rimasi seduto in silenzio, tenacemente disinteressato a quel pasto penoso, sgranocchiando kimchi per quella che mi parve un’eternità.

 

Arrivò la primavera, e mia moglie non aveva ancora fatto marcia indietro. Era stata di parola – non l’avevo mai vista mettersi in bocca un solo pezzo di carne –, ma io avevo smesso di lamentarmi da tempo. Quando una persona subisce una trasformazione così drastica, non c’è assolutamente niente che si possa fare, a parte stare a guardare.

Diventava ogni giorno più magra, tanto che i suoi zigomi si erano fatti davvero sporgenti, in maniera addirittura indecente. Senza trucco, la sua carnagione assomigliava a quella di un paziente d’ospedale. Se si fosse trattato soltanto dell’ennesimo caso di una donna che rinunciava alla carne per dimagrire, allora non ci sarebbe stato bisogno di preoccuparsi; ma ero convinto che sotto ci fosse qualcosa di più di una semplice scelta vegetariana. No, doveva essere per il sogno di cui aveva parlato; all’origine di tutto c’era senza dubbio quello. Anche se, in realtà, ormai non dormiva quasi più.

Nessuno avrebbe potuto descrivere mia moglie come una nottambula. Prima, quando rincasavo tardi, spesso la trovavo già addormentata. Adesso, invece, rientravo a mezzanotte e, anche dopo che mi ero lavato, avevo preparato il letto e mi ero coricato, non mi aveva ancora raggiunto. Non stava leggendo un libro, né chattando su internet o guardando la TV. Potevo solo pensare che stesse lavorando al lettering dei manhwa, ma era impossibile che le prendesse tutto quel tempo.

Non veniva a letto fino alle cinque del mattino, e a quel punto non avrei saputo dire con certezza se nell’ora seguente dormisse o no. Al tavolo della colazione, seduta di fronte a me, la faccia tirata e i capelli arruffati, mi osservava con gli occhi rossi e semichiusi. Non alzava nemmeno il cucchiaio, figuriamoci se mangiava qualcosa. Ma quello che mi seccava di più era che sembrava evitare volutamente il sesso. In passato, di solito era sempre stata pronta ad assecondare il mio desiderio, e in qualche rara occasione aveva addirittura preso l’iniziativa. Adesso, invece, pur non facendo chissà quali storie, se appena le sfioravo la spalla con la mano si scostava con calma. Un giorno decisi di affrontare la questione.

«Qual è il problema, esattamente?».

«Sono stanca».

«Ebbene, vuol dire che hai bisogno di mangiare un po’ di carne. È per questo che non hai più forze, no? Dopotutto, prima non eri così».

«Per la verità…».

«Sì?».

«…È l’odore».

«L’odore?».

«L’odore di carne. Il tuo corpo puzza di carne».

Quell’affermazione era semplicemente ridicola.

«Non hai visto che ho appena fatto la doccia? Da dove verrebbe fuori questo odore, eh?».

«Dallo stesso posto da cui esce il tuo sudore» rispose lei, con assoluta serietà.

A volte quella storia mi pareva non tanto ridicola, ma vagamente sinistra. E se per caso quei sintomi iniziali non fossero passati? Se quei segni di isteria, fissazione, debolezza di nervi e così via che pensavo di scorgere in quello che diceva avessero finito col trasformarsi in qualcosa di più grave?

Ciò nonostante, trovavo difficile credere che stesse veramente perdendo qualche rotella. Era taciturna come sempre, e continuava a tenere la casa in ordine. Nel weekend preparava delle verdure che poi mangiavamo durante la settimana, e cucinava anche spaghetti cinesi saltati in padella, con i funghi al posto della carne. In realtà non c’era niente di così bizzarro, tenuto conto del fatto che diventare vegetariani andava di moda. La stranezza era che non riuscisse a dormire, che le sue guance si fossero fatte ancora più scavate del solito, come se si fosse sgonfiata dall’interno, e al mattino, quando le chiedevo che cosa avesse, mi sentivo rispondere: «Ho fatto un sogno». Non mi informavo mai sulla natura di quel sogno: già una volta avevo dovuto ascoltare quel racconto folle sul granaio nella foresta buia, sulla faccia che si rifletteva in una pozza di sangue e tutto il resto, ed era stato più che sufficiente.

Era solo a causa di quel sogno angoscioso, da cui io ero escluso e che non potevo e non volevo conoscere, se lei continuava a deperire. All’inizio era dimagrita fino ad assumere le forme nette e slanciate di un fisico da ballerina, e io avevo sperato che le cose si fermassero lì; ma ormai il suo corpo ricordava soltanto le fattezze scheletriche di un’invalida. Ogni volta che ero turbato da pensieri del genere, cercavo di rassicurarmi ripetendomi quel che sapevo della sua famiglia. Suo padre lavorava in segheria, in un paese sperduto in capo al mondo dove sua madre gestiva un minuscolo negozietto, mentre mia cognata e suo marito erano due persone normali e rispettabili. Per lo meno, tra i parenti di mia moglie non sembrava celarsi nessuna vena di follia.

Non potevo pensare alla sua famiglia senza rievocare anche l’odore di carne sfrigolante e aglio soffritto, il suono dei bicchieri tintinnanti e della conversazione rumorosa delle donne proveniente dalla cucina. Tutti quanti – specialmente mio suocero – adoravano lo yuk hwe, una specie di tartare di manzo. Avevo visto mia suocera pulire un pesce ancora vivo, e sia mia moglie sia sua sorella erano perfettamente capaci di fare a pezzi un pollo con una mannaia da macellaio. Mi era sempre piaciuta la vitalità concreta di mia moglie, il suo modo di acchiappare gli scarafaggi schiacciandoli con il palmo della mano. Era veramente la donna più ordinaria del mondo. Malgrado l’imprevedibilità estrema della sua condizione, non ero disposto a prendere in considerazione l’idea di portarla da un medico per un consulto urgente, e ancor meno per una terapia. Non c’è niente che non vada in lei, mi dissi, la sua non è nemmeno una vera malattia. Non volli cedere alla tentazione di guardarmi dentro: quella strana situazione non aveva niente a che fare con me.

©2007 Han Kang
©2016 Adelphi Edizioni
Per gentile concessione di: Barbara J. Zitwer Agency e GAliteraryagency

Han Kang
La vegetariana
Adelphi 2016
176 pagine, 18 euro
In libreria dal 13 ottobre

 

L’autrice il 25 ottobre terrà una lezione per gli studenti della Scuola Holden a Torino, il 26 ottobre incontrerà i lettori a Milano alla libreria Gogol & Company e il 27 ottobre sarà a Roma alla libreria Nuova Europa, I Granai
Chiudi