Sono cominciate le finali di baseball del campionato professionistico americano: Chicago Cubs contro Cleveland Indians, due tra le squadre più perdenti della storia di questo sport

Due squadre maledette per un’unica redenzione. Chicago Cubs e Cleveland Indians, i lovable losers, si sfidano nelle World Series, le finali del campionato di baseball americano. Chi vince mette fine a una striscia senza vittorie che nel caso dei Cubs dura da più di un secolo: era il 1908 quando conquistarono il titolo l’ultima volta. Un record negativo che non ha uguali negli sport professionistici americani. Gli Indians, the Tribe, devono invece scontare innanzitutto l’essere di Cleveland, the mistake by the lake, la città che non vinceva mai e che è riuscita solo nel giugno scorso – con una rimonta inimmaginabile – a interrompere il digiuno che durava dal 1964 (i Browns campioni nel football), con l’apoteosi di LeBron James e dei suoi Cavaliers nell’Nba. In città il baseball non trionfa dal 1948 e la nomea di perdenti ha fatto guadagnare agli Indians un film con Charlie Sheen Major League – La squadra più scassata della lega (1989): c’era voluta la fiction a far guadagnare alla compagine l’accesso alle World Series. Non che i Cubs siano stati da meno: in La recluta dell’anno (1993) il dodicenne Henry Rowengartner (Thomas Ian Nicholas di American Pie) scopre di avere superpoteri che gli fanno non solo guadagnare un posto nella squadra di Chicago, ma ne risollevano le sorti, perché ovviamente è ultima in classifica.

Entrambe le squadre sono così perdenti che la causa di cotanta sventura è stata cercata nell’irrazionale. Come se il destino già scritto potesse lenire il dolore. Si ritiene infatti che entrambe soffrano la propria personale maledizione. Quella dei Cubs risale al 1945, l’ultimo anno in cui raggiunsero le World Series. La storia narra che il 6 ottobre, durante quelle finali giocate contro i Detroit Tiger, William “Billy Goat” Sianis, proprietario della Billy Goat Tavern in città e fan dei Cubs, si presentasse al Wrigley Field con Murphy, la sua capra da compagnia. Non lo fecero entrare e lui chiamò il proprietario P.K. Wrigley, che disse: «Fate entrare Billy, non la capra». «Perché?», chiese lui, «Perché puzza». Al che l’offeso Billy pronunciò la leggendaria frase: «I Cubs non vinceranno più. Non vinceranno più le World Series finché la capra non sarà ammessa al Wrigley Field». La squadra, che era in vantaggio 2-1, perse la serie («chi puzza adesso?» fu la replica di Billy Goat a P.K. Wrigley) e non si risollevò più. Lo scorso anno era arrivata a sfiorare le finali, perdendo le National League Championship Series con un’altra delle squadre perdenti per antonomasia: quei New York Mets amati dagli intellettuali newyorkesi che snobbano gli Yankees del Bronx (e giusto Tom Wolfe poteva ambientare alcune scene fondamentali del Falò delle vanità dalle parti del loro stadio).

Jason Kipnis degli Indians

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Jake Arrieta dei Cubs

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Nel 1969, un anno prima della sua morte, Billy Goat ritirò la maledizione. Ma senza effetto. Nel 1973 suo nipote Sam Sianis, nuovo proprietario della Billy Goat Tavern, portò addirittura la capra Socrates, discendente di Murphy, allo stadio in limo bianca e red carpet. Ma gli addetti agli ingressi non la fecero entrare nemmeno stavolta. Si è dovuto aspettare il 1984 per vedere finalmente la capra calcare l’erba del Wrigley Field: i Cubs non raggiunsero le World Series per tre partite. Il resto è attualità. La Billy Goat Tavern è ancora un postaccio sotto the loop, con patatine in sacchetto, pareti tappezzate da cimeli sportivi e schermi che rimandano ogni tipo di sport. Vigono ancora le regole che John Belushi, chicagoan doc, rese universali in un fortunato sketch per il Saturday Night Live: «Cheesburger, cheesburger, cheesburger, no fries: chips, no Pepsi: Coke». Quello stesso Belushi mandò i nazisti dell’Illinois al Wrigley Field spacciandolo per il proprio indirizzo in Blues Brothers di John Landis (1980).

«Aspetta l’anno prossimo» divenne un mantra e Wait ‘Til Next Year: The Saga of the Chicago Cubs è un documentario di Hbo del 2006. L’anno successivo all’ultima vittoria nelle World Series dell’altra squadra cittadina, i White Sox. E pensare che nei primi anni della loro storia, dal 1876 al 1945, i Cubs sono stati una delle squadre più vincenti d’America, con 2 World Series e 17 National League Pennants in bacheca. La maledizione dei Cubs ha anche un corollario: l’Ex-Cubs Factor, la regola nata e diffusa negli anni 90, secondo cui se una squadra raggiunge le World Series con tre o più ex Cubs nella rosa ha un’alta probabilità di perdere.

Il Progressive Field di Cleveland all'apertura di stagione

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La maledizione dei Cleveland Indians ha origini meno totemiche. Inizia il 17 aprile 1960, quando Rocky Colavito, campione di home run del 1959, viene spedito ai Detroit Tigers in cambio di Harvey Kuenn, l’uomo con la migliore percentuale di battuta nello stesso anno. Uno scambio impopolare tra i tifosi di Cleveland che da allora non ebbero più una gioia, né un pennant da appendere all’albo d’oro. È raccontata nel libro di Terry Pluto The Curse of Rocky Colavito: A Loving Look at a 33-Year Slump (1994).

Una delle due maledette è destinata a rimanere tale. Per vedere da che parte pendono gli dei del baseball, l’appuntamento è nella notte tra il 25 e il 26 ottobre alle 2 ora italiana: le partite cominciano a Cleveland e si gioca al meglio delle sette gare. Prima dell’ultima serie, vittoriosa, contro i Los Angeles Dodgers lo storico tifoso dei Cubs Bill Murray ha incontrato Obama alla Casa Bianca indossando la tenuta della franchigia. Il presidente ha commentato: «Essendo un fan dei White Sox, è stato un po’ disturbante». Per forzare il destino, i Cubs e i loro supporter ce la stanno sicuramente mettendo tutta.

Aggiornamento al 3 novembre. I Cubs si aggiudicano le World Series vincendo al decimo inning una emozionante gara 7 a Cleveland: la serie finisce 4 a 3 per Chicago, con Cleveland che ha buttato un vantaggio di 3 a 1. La maledizione di Billy Goat è finalmente rotta.

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