Explicit / Idee

Sì, per cambiare

17.11.2016

LaPresse

Il 4 dicembre si vota per semplificare il nostro sistema istituzionale, ma forse anche per qualcosa di più

Il referendum costituzionale del 4 dicembre è essenzialmente un Sì o un No a semplificare il processo legislativo e politico italiano. In caso di vittoria del Sì, basterà una sola Camera sia per approvare le leggi ordinarie sia per dare la fiducia al governo. In caso di vittoria del No, non cambierà niente e resteremo l’unico paese al mondo con un Parlamento composto da due camere con poteri identici e con un percorso di amministrazione e di governo inutilmente doppio.

In realtà l’anomalia costituzionale italiana ha avuto un senso settant’anni fa, subito dopo il crollo del fascismo, quando i padri costituenti costruirono con molte ragioni un sistema di pesi e contrappesi, a cominciare dalle camere doppie e dalla fiducia al governo in entrambi i rami del Parlamento, per scongiurare l’avvento di un altro uomo forte che potesse ricondurre il paese al disastro. Meglio procedere lentamente, si pensò allora.

Ma era un allora post bellico e all’avvio della grande guerra ideologica tra società aperte e comunismo, per cui sembrava saggio tenersi la possibilità di fermare con un secondo voto nell’altro ramo del Parlamento qualche decisione pericolosamente affrettata, piuttosto che rischiare ancora una volta di dittatura.

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Questa è l’unica obiezione sensata alla riforma costituzionale approvata da questo Parlamento, nelle due Camere, per ben sei volte: chi crede che l’Italia sia ancora un paese in emergenza e a rischio dittatura fa bene a voler preservare il sistema costituzionale che ha garantito la democrazia negli scorsi sette decenni. E, in effetti, qualche timore c’è ancora visto il diffuso consenso per le forze eversive e anti sistema. Eppure, nonostante i populismi arrembanti, penso che da almeno tre decenni non siamo più l’Italietta influenzabile da teorie totalitarie. Siamo un paese maturo. Su IL proviamo ad argomentarlo da anni.

Credo anche che forse non è vero che in questa fase “il popolo” scelga sempre chi grida di più e che stiamo vivendo lo scontro tra la pancia del paese contro le élite. Forse, invece, dalla crisi finanziaria del 2008 in poi, la gente vota immancabilmente per il cambiamento, vota per chi promette di cambiare in modo più radicale lo status quo. Obama, Renzi, Brexit, Raggi e Appendino e Trump sono quelli che in modi diversi hanno proiettato di sé un’immagine radicale di cambiamento. Chissà, magari, è questa la chiave del referendum costituzionale del 4 dicembre, non il merito, non la riduzione dei costi, non il rapporto con la legge elettorale. Ma un più semplice: volete cambiare o no?

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