Yolo / Musica

Il post-punk è vivo e lotta insieme a noi

22.11.2016

I Preoccupations arrivano da Calgary, in Canada. Prima si chiamavano Viet Cong

Stanchi delle nenie neo-folk e degli intellettualismi hipster? Torniamo al disagio di una volta con i canadesi Preoccupations, in Italia per tre concerti

Alcuni insegnamenti che è possibile trarre da questa piccola faccenda musicale chiamata – adesso – Preoccupations: il Canada è davvero un posto fantastico e continua a proporre dischi e artisti sopra la media; nessuno può sfuggire ai fendenti del Politicamente Corretto; c’è ancora spazio per un sano disagio espresso, proprio come una volta, col rumoroso armamentario del post-punk.
I Preoccupations arrivano da Calgary, città nota per aver ospitato una trentina di anni fa i Giochi olimpici invernali. Nati dalle ceneri degli Women (due dischi, nel 2008 e nel 2010), iniziano a pubblicare canzoni con il nome Viet Cong: prima una cassetta uscita nel 2013, poi un EP in vinile l’anno successivo, infine l’album d’esordio omonimo nel 2015. Il disco riceve meritatamente un’ottima accoglienza ed entra nella short list del Polaris Music Prize, ma più si fa conoscere e più montano le polemiche. L’intellighenzia indie, la galassia dei college nord-americani e i rappresentanti delle comunità asiatiche non tollerano che il gruppo abbia deciso di farsi chiamare con l’appellativo riservato ai guerriglieri vietnamiti attivi ai tempi del conflitto contro gli Stati Uniti. Loro rispondono di aver attinto la denominazione dall’immaginario televisivo assorbito durante l’adolescenza, e ribadiscono più volte di non essere mossi da alcun intento politico o provocatorio – tanto più che di quegli avvenimenti storici, dicono con una certa leggerezza, sanno ben poco. Le parole, però, non bastano; il tentativo di ridimensionare il caso, al contrario, scaturisce un effetto opposto, con il risultato che, alla fine, i promoter (dall’Ohio all’Australia) smettono di organizzare i concerti del gruppo.
Nel settembre 2015, Matt Flegel, Mike Wallace, Scott Munro e Daniel Christiansen si cospargono definitivamente il capo di cenere e annunciano urbi et orbi che cambieranno nome: «Siamo una band che vuole soltanto fare musica e suonarla davanti ai nostri fans», postano su Facebook, «non siamo qui per ferire le persone rievocando le atrocità del passato». Peccato però che i quattro ci mettano un po’ troppo, a trovare una nuova insegna; e così le sentinelle della Correttezza tornano all’attacco, con un’enfasi militante degna forse di altra causa (lo scorso marzo, il magazine musicale Exclaim! arriva a pubblicare, sul proprio sito, un contatore automatico che scandisce “Days since Viet Cong promise to change their name”…). Comunque è questione di poche settimane, e a fine aprile arriva – per fortuna – il nuovo battesimo.
Preoccupations, allora; che è sia il nome della band («Scelto perché nessuno prima di noi si chiamava così», hanno raccontato loro, con implicita ironia), sia il titolo del disco pubblicato a settembre: un album ispirato, scuro e spigoloso, ricco di riferimenti agli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta (Bauhaus, Cure, Echo and the Bunnymen, Psychedelic Furs…) con derive noise e squarci di sofferta melodia. Se il sentiero musicale non è inedito, il gruppo canadese lo percorre con una padronanza di mezzi e una varietà di soluzioni che giustificano le lodi raccolte in questi mesi. Ora, il quartetto arriva in Italia per tre concerti: il 23 novembre al Magnolia di Milano, il 24 al Quirinetta di Roma, il 25 al Locomotiv di Bologna.

La copertina dell’album omonimo dei Preoccupations: nove brani pubblicati dall’etichetta Jagjaguwar (negli Stati Uniti) e Flemish Eye (in Canada)

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