Castro è morto! La scrittrice Rosa Matteucci, in trasferta per la Fiera del libro di Guadalajara, intervista i cittadini di Ciudad de México al mercato di San Juan

La notizia della morte del Comandante Fidel mi giunge mentre sono preda del temibile jet lag dell’italiano atterrato in Centro America; invano mi rivolto sul letto per non cedere al sonno, qui a Città del Messico sono soltanto le 20.30, mentre il mio orologio segna le 3.30 di notte. Ho viaggiato con una congrega di preti di chiara ascendenza india e con un porporato con fidanzatino al seguito. I preti sono rimasti seduti al loro posto per circa tredici ore.

Ho raggiunto il Messico in veste di tappabuchi alla Feria Internacional del Libro de Guadalajara, celebre manifestazione latino-americana cui ogni scrittore degno di tale nome aspira a essere invitato. Mi attende una tavola rotonda con uno scrittore tedesco, uno austriaco e il moderatore cileno. Alloggiata in un’elegante magione in stile coloniale, nella delegación Coyoacán – sorta di quartiere Prati in salsa guacamole – sono assistita da due gatti e un’iguana domestica. Il rettile misura settanta centimetri di cui cinquanta di coda. Sono gli unici con cui posso condividere la notizia. È il tramonto di un’era, devo pur dirlo a qualcuno; così, barcollando, sospesa in un tempo che non mi considera, mi avvicino ai gatti appollaiati sul divano mentre l’iguana se ne sta arroccata sopra una libreria in stato catatonico, la lunga coda pendente. A tutti loro grido: «¡Hasta siempre, Comandante!».

Gli animaletti non reagiscono al saluto, ma il sentimento impone che questo evento sia celebrato, un evento che ha fatto la storia: il Comandante è morto. Alle 6.00 ora messicana consumo una scodella di minestra di lenticchie. Sulla metropolitana che mi porta verso il mercato di San Juan intervisto i passeggeri per sapere che effetto fa la morte di Fidel. La prima che approccio è una casalinga che viaggia con il nipotino imbacuccato e che alla mia domanda dice di non sapere chi sia il Comandante ma che comunque si vede che sono una brava ragazza e pertanto il Signore Dio nostro e anche la Madonna di Guadalupe mi proteggeranno. La vicina di posto, un’india minuscola assai giuliva e sorridente, afferma che ne è dispiaciuta e che Lui vivrà in eterno. Intanto nel corridoio s’avanza una pingue non vedente con pantaloni di raso color carne avariata, canta il karaoke. La segue un sodale parimenti non vedente, agita un bussolotto assieme a un mangianastri che diffonde musiche tradizionali del Nord del Messico. Il cieco mi dice che secondo lui Fidel vivrà in eterno.

Al mercado de San Juan, celebre per i cibi esotici che vi si trovano, avidamente raggiungo, tra cataste di enormi tacchini morti, pile di polli dalla carne gialla, e piramidi di frutta mignon, il ristorante dove servono paninetti con iguana, armadillo, struzzo, coccodrillo e leone. Carne di leone! È d’uopo, prima del panino, sostare per un aperitivo di tipo prehispánico presso un simpatico angolo addobbato con ragni giganti e coccodrilli di plastica rigida. Alla strabica venditrice di grilli, cavallette, cimici, formiche giganti e scorpioni, tutti abbrustoliti e aromatizzati al peperoncino, rivolgo la solita domanda: che effetto le fa la morte di Castro. Offrendomi uno scorpione gigante da assaggiare come stuzzichino, la signora si dichiara molto dispiaciuta per la scomparsa di un uomo che ha fatto la storia.

Voglio forse provare un pizzico di uova di zanzara? Con queste si fa una crema energetica, un Vov messicano con uova di gallina. Declino con garbo e affronto il ristoratore che serve i tramezzini di carne di leone. Per mia fortuna è presto e le pietanze non sono pronte, gradisco forse due cimici e qualche grillo? Il ristoratore ha un’idea molto più articolata sulla figura del Líder Máximo. Appena lo interrogo dà la stura a una concione in cui m’illustra dettagliatamente le teorie socialiste, e chiosa affermando che il Comandante è stato amato per poco e odiato per molto. Subito mi offre per l’ennesima volta piccoli chicchi neri, che sarebbero i popò delle formiche giganti. Davanti a possenti quarti di bue e rotoli di pelle di maiale abbrustolita interrogo un macellaio sorridente, costui commenta affermando che era ora che morisse, ma che Fidel è stato un guerriero e mai lo si dimenticherà. Per sfuggire al ristoratore che serve panini d’iguana e armadillo, mi rifugio in un’elegante caffetteria. Giaccio stordita su un divano. Il locale è à la page, in stile minimale nei toni stendhaliani del rosso e del nero. All’interno di un cubo trasparente quattro uomini dall’aria distinta discutono animatamente. Uno indossa un virile cappello floscio di tela che lo fa assomigliare a un cavaliere delle pampas.

Non resisto, voglio importunarli. Quello del cappello se lo toglie per galanteria. Comincia la dichiarazione. Una perdita incommensurabile sul piano umano, un eroe per il suo impegno nell’umana emancipazione, il grande eroico continuatore delle due rivoluzioni del XX secolo: il 1917 e il 1949. Gli chiedo cosa mai avvenne di rivoluzionario nel 1949, aggrotta le sopracciglia e tuona: «La Cina! Il grande Mao!». Taccio vergognosa. Il secondo si qualifica come impiegato pubblico, e con toni più pacati elogia Fidel: passerà alla storia per aver dato ai cubani la possibilità di ricevere un’educazione pubblica e per la sanità; soprattutto perché, anche se poverissimi, grazie a Fidel sono fieri di essere cubani. Una figura emblematica e trascendentale. Ecco: il termine “trascendentale” ricorre in quasi tutte le risposte che mi sono state date. Il terzo avventore, un professore dell’Instituto Politécnico Nacional, ribadisce la trascendenza: vivrà in eterno, Castro è vissuto a modo suo, si è schierato contro le potenze mondiali, un rivoluzionario. Il quarto esordisce e conclude il suo intervento, che dura pochissimo perché non ne posso più, tuonando: «El Gran Comandante non morirà mai ¡Hasta siempre Comandante!».

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