Rassegna ragionata di come la stampa internazionale ha raccontato “Swing Time”, l’ultimo romanzo della scrittrice inglese

Swing Time è la storia di due amiche che vengono dalla Londra povera e interrazziale del North West (lo stesso del romanzo precedente di Zadie Smith, NW). La narratrice, senza nome, è diventata, da grande, l’assistente di una popstar australiana. La sua migliore amica d’infanzia, Tracey, grande talento della danza, si è persa per strada. Un giorno, Aimee, la popstar, per migliorare la sua immagine, organizza la costruzione di una scuola per bambine in un villaggio dell’Africa occidentale.

 Alexandra Schwartz sul New Yorker definisce Smith «un’irrequieta virtuosa dello stile», e cita una cosa che disse nel 2008: «Forme, stili, strutture […] dovrebbero cambiare come la lunghezza delle gonne». Dopo il forsteriano Della bellezza e il modernismo di NW, Swing Time è

un libro lungo ma diviso in capitoli brevi e sospesi, che usano la maniera propulsiva, discorsiva e da dipendenza dell’ibrido di memoir e romanzo di moda ultimamente (Smith ha detto con ammirazione che l’opera di Karl Ove Knausgård è come il crack), ma al servizio di una narrativa più tradizionale, del tipo nettamente inventato.

Il risultato è il «romanzo più coinvolgente di Smith da un decennio a questa parte». (È una strana definizione visto che negli ultimi dieci anni ha pubblicato solo NW).

Sulla New York Review of Books, la scrittrice Claire Messud dice:

Smith è un’ottima saggista […] e avrebbe potuto scrivere una raccolta di saggi memorabili sui vari temi di questo libro. Ma la narrativa saggistica o didattica raramente funziona; e Smith, che è anche un’ottima romanziera, lo sa bene. La forma romanzo, per quanto sia capace ed elastica, richiede comunque che idee ed emozioni – che sono entrambe tutto sommato astrazioni – siano premute e trasformate, passate nel setaccio del mondo materiale e reso manifesto nell’azione e nella conversazione.

Sulla questione, Holly Bass del New York Times vede buone risposte pratiche:

In Swing Time, [Zadie Smith] è bravissima a catturare il mondo della preadolescenza con tutti i suoi riti e le regole non scritte e la sessualità schietta: i giochi di gruppo a nascondino in cui i bambini inseguono le ragazze per palpate rapide e furtive…

 Se le esplorazioni

della vita da villaggio sia a Londra che in Africa sono precise e piene di verve[,] un mondo che suona reale[,] i tanti capitoli su Aimee ci strappano a quel mondo e ci portano in un luogo che assomiglia piuttosto alla reality televisione: d’intrattenimento, ma poco memorabile.

Su New York magazine, il migliore giovane critico americano, Christian Lorentzen, fa due appunti, a partire dalla citazione di un passaggio in cui la narratrice racconta di aver avuto i brividi ascoltando Whitney Houston che canta senza musica sotto: un’esperienza priva di mediazione, fatta direttamente nella spina dorsale, «dove mi contorse un muscolo e mi mandò in pezzi».

La cosa notevole di questa descrizione [è] il rigetto di Smith, e della sua narratrice, di tutti i modi standard di fare esperienza dell’arte – intelligenza, sentire, gusto, registrazioni o accompagnamento musicale –, in favore dell’idea troppo romantica per cui la voce pura può esprimere l’ “anima” e il “dolore”. […] Il desiderio della narratrice di cercare una “profonda esperienza dell’arte”, che ossessiona il narratore di Un uomo di passaggio di Ben Lerner non funziona mai fino in fondo nelle pagine di Swing Time.

 Lorentzen chiude inserendo in prospettiva la serietà di questo romanzo (che trovo in linea con la serietà di NW, pubblicato molti anni dopo il terzo, Della bellezza, aprendo una seconda fase della narrativa di ZS):

…lunghi passaggi sono segnati da un’assenza di gioia fin qui aliena alla sua opera. La “meraviglia” della danza, costantemente affermata, non compensa del tutto. Come Denti Bianchi, il libro per cui James Wood usò il termine realismo isterico, Swing Time ha ambizioni globali. È realismo isterico senza isteria. Qualcosa di certo manca: diciamo l’ironia.

In ogni caso, c’è entusiasmo ovunque per questa uscita. Il Washington Post: «Abbiamo finalmente un grande romanzo sociale abbastanza agile da tenere le sue parti assortite in elegante movimento verso una visione di ciò che importa davvero in questa vita quando finisce la musica».

Per l’LA Times, è un tour-de-force a più livelli, e per NPR «Smith lascia sbocciare le contraddizioni in tutti il loro splendore spaventoso e disagevole». Per The Atlantic, come per Claire Messud:

Smith è uno dei nostri critici più bravi, e ha trasposto la voce istruttiva e contagiosa dei suoi saggi dentro Swing Time. Come Smith la critica, Smith la romanziera ci incoraggia a esplorare ciò che l’ha tanto incantata. […] Swing Time è critica che va al ritmo della narrativa come la danza va al ritmo della musica. L’una completa – e anima – l’altra.

Grande entusiasmo anche per la scrittrice Taiye Selasi, che sul Guardian lo definisce il romanzo più bello della collega:

Un Bildungsroman su due migliori amiche, nel solco di Elena Ferrante. […] Già solo per l’intreccio, Swing Time è una lettura meravigliosa. Il viaggio della narratrice dal quartiere duro al glamour del jet set e ritorno è roba succosa da adattamento cinematografico. Per non parlare della musica!

Più sentitamente Selasi aggiunge:

La nostra narratrice cerca soprattutto un posto in cui sentirsi a casa. Quel posto lo può fornire una migliore amica, anche se perduta, soprattutto per le donne. I comfort che dà l’amicizia non si possono sottovalutare. Come tutti i romanzi di Smith, Swing Time ha cose intelligenti da dire sulla razza, le classi e il genere, ma quella più toccante è questa. Posto ciò che siamo, chi ci hanno detto che non siamo, e chi immaginiamo di poter diventare, come facciamo a trovare la strada di casa?

Zadie Smith

Swing Time

Penguin 2016
453 pagine, 27 dollari

 

La traduzione italiana del romanzo (di Silvia Pareschi) uscirà in libreria per Mondadori il 29 agosto dell’anno prossimo
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