Che cosa guardare nella notte di martedì per capire chi sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti

Martedì notte sapremo chi sarà il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti: Hillary Clinton o Donald Trump. La favorita è Hillary Clinton. L’ex segretario di Stato è da mesi in testa a tutti i sondaggi nazionali, nonostante il recupero del candidato repubblicano dell’ultima settimana, e anche nelle rilevazioni dei singoli Stati, i cosiddetti battleground states, dove effettivamente si decideranno le elezioni (in America non vince chi prende più voti, ma chi conquista più Grandi elettori, almeno 270 su 538, assegnati nei singoli Stati: in pratica quella presidenziale non è un’unica elezione, ma sono cinquanta elezioni, una per ciascuno dei cinquanta Stati dell’Unione).

Hillary Clinton può vantare una migliore organizzazione territoriale, fondamentale in un paese con bassa affluenza e dove spesso le elezioni si decidono grazie alla capacità di mobilitare gli elettori e di convincerli ad andare a votare. Secondo il sofisticato modello statistico del New York Times, Hillary ha l’86 per cento di probabilità di vittoria, mentre secondo il modello di 538.com, il sito curato da Nate Silver, le probabilità di Clinton sono inferiori, al 64,9 per cento: sempre alte ma entro il limite dell’errore statistico possibile di fronte a sondaggi così complessi.

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Le strade con cui Hillary può giungere alla quota di 270 grandi elettori sono molteplici, quella di Trump è molto più stretta. Il motivo è semplice: sui cinquanta Stati americani, ciascuno dei quali pesa nel collegio elettorale in base alla popolazione, sono poco più di una decina quelli dove effettivamente c’è una competizione aperta tra i due candidati. Il resto degli Stati è così saldamente repubblicano o democratico al punto che non si svolge nemmeno una vera campagna elettorale. Gli Stati “già” assegnati a Hillary (come la California e New York) sono più popolosi, e quindi pesano di più, rispetto a quelli di Trump, il quale comunque può contare sul Texas, sul midwest e su buona parte del sud. Hillary parte da una base quasi sostanzialmente certa di 221 grandi elettori, contro i 163 di Trump. Per diventare presidente degli Stati Uniti deve conquistare altri 49 grandi elettori suddivisi in dodici Stati.
I dodici Stati da guardare con attenzione la notte di martedì (tra parentesi il numero di grandi elettori che assegnano in caso di vittoria) sono Florida (29), North Carolina (15), Virginia (13), Pennsylvania (20), Ohio (18), New Hampshire (4), Colorado (9), New Mexico (5), Arizona (11), Nevada (6), Georgia (16) e Iowa (6).

In realtà in gioco ci sarebbe, una circostanza impensabile fino all’avvento di Trump, anche lo Utah, uno Stato a maggioranza mormone e uno dei più conservatori d’America. In corsa in Utah ci sono due candidati ex repubblicani ora indipendenti, entrambi di religione mormone, Gary Johnson ed Evan McMullin, quest’ultimo secondo alcune rilevazioni sarebbe addirittura in testa. Ci sarebbero da aggiungere anche tre grandi elettori tra il Nebraska, due, e il Maine, uno, che vengono assegnati con un metodo diverso rispetto al winner takes all degli altri 48 Stati americani. Ma per semplificare assumiamo che lo Utah vada a Trump e che 3 dei grandi elettori di Nebraska e Maine per ora non vengano assegnati.

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Torniamo ai conti. Dei rimanenti dodici battleground states, secondo tutti i sondaggi, Pennsylvania, Virginia, Colorado e New Mexico quasi certamente andranno a Hillary, per un totale di altri 47 grandi elettori. Hillary quindi sarebbe già a quota 268, a soli due grandi elettori dalla vittoria. Sempre secondo i sondaggi, ma anche secondo una tradizione politica ormai consolidata, Georgia e Arizona dovrebbero andare a Trump, anche se la numerosa popolazione afroamericana della Georgia e quella ispanica dell’Arizona fanno vacillare questa certezza e mettono in gioco anche questi due Stati. Ma, di nuovo, per comodità di conteggio, assegniamoli a Trump (del resto anche Colorado, Michigan e Wisconsin, dati per sicuri a Hillary, si stanno complicando per la candidata democratica). 
La partita, a questo punto, si gioca in Florida, North Carolina, Ohio, New Hampshire e Iowa.

Saranno questi gli Stati da guardare quando, alle 8 di sera ora di New York, le due del mattino di mercoledì 9 in Italia, chiuderanno le urne e i network televisivi inizieranno a decretare il vincitore Stato per Stato. L’Iowa, che chiude le urne un’ora dopo, viene considerato da mesi nella colonna di Trump, quindi i famosi due Grandi elettori che necessitano a Hillary in realtà vanno rintracciati in uno tra Florida, North Carolina, Ohio e New Hampshire. Seguite con attenzione i risultati di questi quattro Stati perché a Hillary basterà vincerne anche uno soltanto, mentre a Trump per diventare presidente servirà vincerli tutti.

Il più facile per Hillary, secondo i sondaggi di tutto l’anno, è la North Carolina, uno Stato in grande crescita, seconda capitale finanziaria del paese, ricco di città universitarie e con il 22 per cento di popolazione afroamericana. Obama negli ultimi giorni di campagna elettorale si è molto impegnato in North Carolina proprio per questo motivo. I sondaggi mettono da mesi lo Stato nella colonna di Hillary, anche se nel 2012 è stato vinto dal repubblicano Mitt Romney e con l’eccezione del 2008 con Obama è sempre stato territorio repubblicano.

L’unico dei quattro Stati che secondo i sondaggi tende, sia pure di poco, verso Trump è l’Ohio, mentre anche Florida e New Hampshire, di poco il primo e di tanto il secondo, tendono verso Hillary.
 È aritmetica, prima ancora che politica, e in questa differenza di strade per arrivare a quota 270 c’è lo scarto di probabilità di vittoria finale a favore di Clinton.

Del resto Trump si è inimicato afroamericani, ispanici, asiatici, minoranze di ogni tipo e pure una parte di repubblicani e di conservatori. Improbabile che la sua coalizione di anticlintoniani e di working class bianca possa numericamente superare quella di Hillary. Ma questa è solo la teoria, una teoria che nelle scorse elezioni è sempre stata confermata dai fatti, eppure il conteggio reale delle schede potrebbe ancora raccontare una storia diversa.

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