Explicit / Non fiction

Come superare il «Ma che te frega, ma chi t’o fa fa’»

di MARINA VALENSISE
03.11.2016

I quattro anni all’Hôtel de Galliffet, a dirigere l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, sono stati una palestra utilissima per imparare a superare gli ostacoli iniziali e a sfruttare le sinergie tra pubblico e privato per valorizzare il nostro patrimonio culturale. Un estratto da “La cultura è come la marmellata” (Marsilio)

Nove lunghi mesi. Tanto era durata la reggenza dell’Istituto di cultura a Parigi, in attesa del nuovo direttore di chiara fama. Dal 1990, una legge, approvata dal Parlamento su proposta dell’allora ministro degli Esteri Gianni De Michelis, stabilisce che a capo dei dieci Istituti italiani di cultura con sede nelle principali capitali del globo, per l’appunto Parigi, ma anche Berlino, Londra, Madrid, Tokyo, Pechino, Mosca, New York, Budapest e persino Tel Aviv e Bruxelles, siano nominati non uno dei 140 addetti alla promozione della cultura, funzionari a pieno titolo del ministero degli Esteri, bensì personalità di chiara fama, dotate cioè di indiscusso prestigio culturale e di comprovate competenze per assolvere il delicato ruolo.

Nell’estate 2011 la scelta dell’allora ministro degli Esteri, Franco Frattini, cadde su di me, anche se la mia nomina non venne ratificata, bloccata da un insanabile dissidio in seno al governo. Il Fatto Quotidiano si impadronì della vicenda e aprì un’inchiesta sulla così detta “parentopoli legalizzata” e il malcostume di nomine troppo discrezionali per non essere ritenute di favore. A New York, l’esperta era l’ex moglie di un ministro. A Londra, un compagno d’asilo di un politico molto in vista. A Parigi era stata destinata addirittura la sorella dell’ambasciatore a Berlino… Scandalo, vituperio, denuncia. La verità era ben diversa. Ma intanto piovevano le interrogazioni parlamentari e i giornali denunciavano i privilegi della casta. Urgeva dunque una rettifica puntuale. Fu così che per completare il quadro della loro coraggiosa inchiesta, gli amici del Fatto dovettero pubblicare una mia breve sintesi di quali fossero in effetti le mie vere credenziali, suscettibili di corrispondere ai requisiti necessari a ricoprire l’incarico in questione.

Nel frattempo, a Palazzo Chigi era subentrato il governo di Mario Monti, alla Farnesina era arrivato da Washington l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata e con lui le nuove procedure per le nomine dei “chiara fama”. Si voleva evitare l’abuso? Bisognava limitare la discrezionalità politica. Dunque, non più incarichi affidati alla scelta dei politici, avvenuta nel segreto dei gabinetti ministeriali, ma una serie di criteri obiettivi in base ai quali giudicare, in seno a una commissione di esperti, l’idoneità dei vari candidati. Da arcane e riservate le procedure diventavano così palesi e trasparenti. La prima nomina a obbedire ai nuovi criteri guida fu la mia, approvata da una commissione ad hoc e ratificata dal nuovo ministro nel maggio 2012.

Intanto, mentre a Roma si stabilivano i nuovi criteri per arginare la discrezionalità del ministro, a Parigi si aspettava da un giorno all’altro l’arrivo del nuovo direttore, limitando la programmazione all’osso. Quei mesi di incertezza venivano da me spesi per definire un programma plausibile di promozione della lingua e della cultura, interpellando artisti, curatori di musei, collezionisti, esperti in ogni campo, musicisti, editori, organizzatori di festival della letteratura e di rassegne librarie. Insediandomi a fine agosto, ebbi la lieta sorpresa di trovare un cospicuo avanzo di cassa. In attesa del nuovo direttore, programmando solo l’indispensabile, a Parigi, infatti, avevano accantonato 140 mila euro.

 

La nuova cucina dell’Hôtel de Galliffet, durante un incontro con Oscar Farinetti

Come primo provvedimento, decidemmo di investire subito una parte rilevante di questa somma in spese strutturali. Restauri, consolidamento, lavori vari per rinnovare la sede. La reggente basentana, donna di sicuro pragmatismo, aveva già avviato i lavori di restauro nell’ala Varenne. A cominciare dal solaio della stanza di Barbablù, così detta perché rimasta murata per vari decenni in mancanza di fondi, e inaccessibile agli umani, pur essendo diventata, coi vetri rotti alle finestre e il termosifone acceso a tutta callara, l’ostello di volatili, piccioni, rettili, lucertole, ma anche topi e persino cuccioli di gatto, attratti dal tepore costante e dalla facilità di penetrazione attraverso il cortile interno. Al piano terra della stessa palazzina, sotto la stanza di Barbablù, erano già iniziati i lavori di restauro di un’aula servita sino ad allora ai corsi di lingua ma che poteva diventare la nuova cucina dell’istituto. Era un vano dal soffitto basso, con due grandi aperture sul cortile trasformato oggi in parcheggio per i dipendenti dell’ambasciata, e un tempo occupato dall’ala del palazzo settecentesco, demolita negli anni Sessanta in quanto pericolante in seguito alle molte soprelevazioni create durante la Restaurazione dai Galliffet, reduci dall’emigrazione e desiderosi di mettere a reddito il palazzo di famiglia di cui erano rientrati in possesso dopo aver perduto le colossali fortune di famiglia. L’idea della reggente basentana era di aumentare l’offerta dei corsi di lingua con seminari di cucina e annessa promozione dell’eccellenza enogastronomica italiana. Ma per realizzare il sogno serviva un progetto, un grande chef, un produttore di mobili.

Ai primi di settembre arrivò il grande cuoco italiano. Alto, massiccio, imponente, in testa una montagna di riccioli da Medusa confusi in boccoli disordinati, e in bocca una perfetta dizione toscana con tutte le aspirate etrusche al posto giusto. L’avevo conosciuto mesi prima in casa di amici e mi aveva subito colpito per il suo modo di fare e per come cucinava le verdure, scottandole appena in padella e lasciandole quasi crude, anzi croccanti, «perché il segreto della buona cucina è il rispetto della materia prima», pontificava «il grande solista della cucina italiana» servendo broccoli e broccoletti, cicoria saltata e cicorietta. Personaggio in cerca d’autore, il grande cuoco si era convertito alla ristorazione domestica, dopo aver fondato un famoso ristorante sul mare, aver raggiunto in breve tempo una gloria stellare, e aver prima abbandonato tutto perché «era finita la magia». Tornato libero, aveva iniziato a inanellare una consulenza dopo l’altra, preparando cene in casa di ricchi industriali del lusso, di sceicchi arabi a Neuilly, o dettando il menu dei grandi resort di lusso disseminati in tutta Italia. Ma era un uomo colto, inquieto, curioso; da ragazzo studiava chitarra classica, leggeva i romanzi norvegesi di Knut Hamsun e sognava di fare l’ambasciatore. I recenti successi lo rendevano ancora più desideroso di nuovi stimoli e altre avventure. Quale migliore occasione, dunque, che offrirgli una pertica per coinvolgerlo nell’ideazione dei nuovi corsi dell’italiano in cucina, così avremmo battezzato la serie, in programma presso l’Istituto di cultura?

 

Lo studiolo di Talleyrand all’Hôtel de Galliffet

Bella idea. Ma di lavorare per la bandiera non era proprio aria, mi confessò il Cellini della cucina italiana, che non aveva mai scritto un libro di ricette e non aveva mai fatto scuola. Non volendo o non potendo infliggermi un dispiacere, il gigante dall’animo sensibile tentò un diversivo. Convocò il grande architetto suo amico, che conoscevo bene per averlo più volte intervistato e frequentato nei salotti romani. I due si presentarono un sabato d’inizio settembre in istituto. Con l’ex reggente organizzammo un’apertura straordinaria dell’Hôtel de Galliffet. Varcano il cancello e subito cala il gelo dell’apprezzamento impossibile: «Anvedi che schifo. Ma guarda che porcheria, guarda ’sto vasetto, ma che c’è? E tutte st’erbacce? Ma che lo pulite a fa’?».

A nulla serve l’incontro informale nello studiolo di Talleyrand, all’ombra del grande politico e diplomatico, né l’accorata presentazione del nostro progetto, il vento nuovo, l’idea di rinnovare il palazzo attingendo alle forze vive della cultura e dell’industria italiana, coinvolgendo i produttori in un generoso sforzo e collettivo a vantaggio dell’interesse nazionale. «Ma che te frega… ma chi t’o fa fa’, che no’ ’o sai che er pubblico de ’sti instituti de curtura è gentarella, mica cianno i sordi, nun vale ’a pena dasse tanto da fa’…». Ma noi insistiamo e proponiamo una visita della futura cucina. Passiamo dal giardino: «E ’ste fontane… che vor di’, e ’ste piantine de basilico… oddio, che schifo…».

 

Sul muro di ingresso dell’Hôtel de Galliffet sono incisi i versi del “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“ di Giacomo Leopardi e di alcune liriche di poeti italiani del Novecento: Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Lorenzo Calogero e Bartolomeo Cattafi. I versi sono incisi in tondo, con caratteri Tallone

Non solo i Nasoni delle fonderie Carnevale – simbolo della città di Roma, talmente incongruo da apparire un’installazione d’arte contemporanea –, ma nemmeno l’arte del sommo paesaggista Paolo Pejrone, con tutte le erbette e le spezie italiane piantate nei vasetti a mo’ di orto, trova grazia agli occhi del grande architetto. «E poi lavora’ pe’ lo Stato è sempre stata ’na sòla, anzi ’na grande sòla, ’na sòla major, già ce lo sapevo…».

Entriamo nell’ex aula dei corsi sull’ala Varenne, ormai in fase di metamorfosi, e basta un attimo per leggere lo sconcerto sul volto dei nostri ospiti. «La cucina italiana è dignità!», proclama il sino ad allora gioviale grande cuoco, mentre una piega di disgusto appare sul suo labbro superiore. «Ma noi vogliamo fare una cosa semplice, per far apprezzare la cucina italiana e i suoi segreti», replica sorridendo la reggente basentana, che insiste sull’idea di un’isola per i fuochi, al centro della stanza, con intorno quattro tavolini per gli allievi dei corsi e la degustazione dei prodotti.

«Semplice? Lei forse vuole dire semplicistica», la riprende il grande cuoco con la severità di un accademico della Crusca. Il bel volto della reggente tende improvvisamente al rosso papavero, la signora mi guarda esterrefatta e inizia a balbettare qualche frase di circostanza, «No, io… No, veramente, ora le spiego». Io patisco senza batter ciglio l’umiliazione istituzionale, la maleducazione, l’assenza di riguardi. Vedo il soffitto della stanza diventare di colpo più basso, le porte spalancarsi, il pavimento con le piastrelle di ceramica sprofondare… Il grande architetto intanto rotea gli occhi alzandoli al cielo, tende un braccio che sembra staccarsi a malapena dal pallone adiposo che circonda il torace e l’addome, e inizia a scuotere la cervice calva da iguana vorace, per dire: «No, nun ce semo proprio, nun ce sta er volume, manca l’artezza pe’ progetta’ ’na cucina mia…».

Come se l’umiliazione non bastasse, tira fuori l’esempio dell’ultimo megacantiere. Lì sì che c’erano i volumi, i quattrini, lì sì che c’erano la visione e l’ambizione. Benissimo, ma allora quale può essere l’alternativa? Qual è il consiglio per promuovere l’enogastronomia italiana a Parigi, attraverso l’Istituto di cultura, in un antico edificio storico come l’Hôtel de Galliffet, tenendo conto dei vincoli che impone la sua utilizzazione? «Ma che ce vo’! Pe’ invita’ ’na dozzina de giornalisti a magna’ du’ piatti de pasta te faccio ’na cucina mobile da mette’ ner salotto e bona notte ar secchio». Una cucina mobile? «Sì, mobile, te famo ’n carello su quatro rote, e che ce vo’, t’a disegno subbito. ’A metti ner salotto e vai… te fa’ prepara’ du’ piatti de pasta, inviti i giornalisti, e ciai tutta la stampa francese ai tuoi piedi…».

 

Il “Viale dei canti”, un'opera d'arte visiva e sonora di Giuseppe Caccavale e Stefano Gervasoni

Ottima idea, grazie davvero. Ma scusa tanto, quando uno prepara il soffrittino per il sugo all’amatriciana nel salone degli specchi, poi l’odore non resta impresso per anni nei tessuti delle sedie, nelle stoffe delle tende? «Ma che ne sai? Ma quale odore, ce sta ’a cappa, no? ’Na bella cappa aspirante, ’na cappa elettronica, e poi te a cucinà ce metti lui, er Cellini da cucina italiana, e quello te cucina senza manco un filo d’olio ed è fatta…». Mah, però, obietto io timidamente, nei palazzi storici non si è mai vista la cucina al piano nobile. La cucina è sempre al piano interrato, vicino ai magazzini. Sei sicuro che non vuoi nemmeno provare, abbozzare uno schizzo per il progetto di una cucina normale, coi suoi elementi da installare in questo vano con le sue belle aperture esterne? Noi poi lo potremmo far elaborare ad hoc dal produttore che te ne renderebbe il dovuto merito, previa naturalmente la tua approvazione. «Levat’oo da ’a testa. Non ce penzo proprio. Ma che so’ scemo?». E la bandiera? Scusa? Dove la metti? L’orgoglio di lavorare per l’interesse nazionale, gettando il cuore oltre l’ostacolo per promuovere la cultura, l’arte e l’architettura, e valorizzare il saper fare italiano? Allora sei un nichilista, sei un disfattista, un affossatore. «Nichilista a me? Ma che stai a di’? Disfattista io? Nun ce prova’… so’ anni che lavoro gratisse pe’ lo Stato italiano, e questo è il ringraziamento. Disfattista a me? Ma se io so’ l’unico che lavora e fattura ’n tutto er monno… E poi, che schifo… volete promove’ l’architettura italiana a Parigi e me mettete ’e lampade de Paul Andreu per Roissy? Ma lassa perde’…». Sono prodotte da Guzzini, azienda italiana e leader nel mondo. «Ma che vor di’… so’ fatte da ’n francese, mica da n’italiano…».

È tardi. La reggente basentana deve prendere la nipotina all’asilo. L’incontro volge al tragico, sta per sfuggirci di mano. C’eravamo dati appuntamento a mezzogiorno, per poi continuare a discutere del progetto intorno al tavolo di un ristorante. Il grande architetto guarda l’orologio. «S’è fatta ’na certa…». Usciamo dalla rue de Grenelle, all’angolo sulla rue du Bac, per decidere dove andare. Ma il grande architetto di colpo si irrigidisce, inarca la schiena, l’addome a palla e ci avverte: «Me ne devo anna’, c’ho n’artro impegno». Il grande cuoco guarda nel vuoto, superando la coltre dei suoi boccoli, e conclude: «A questo punto, allora, anch’io preferisco raggiungere la cugina della mia amica che vive a Parigi».

Resto di stucco, senza parole, pronta allo sconcerto. È un sabato di settembre. Il cielo, i colori, i rumori del Settimo risuonano di festa, ma il cuore è triste, e lo smacco totale. Passano pochi giorni e arriva l’architetto Vudafieri. Anche lui calvo, anche lui cosmopolita. Studio a Milano e Shanghai, commesse in Cina e a Parigi, ma il tratto semplice, diretto e senza pose del milanese operoso. Tiziano Vudafieri è proprietario di un ristorante di successo a Brera, fondato con il cuoco Andrea Berton, dal quale in pochi anni sono germinati altri due locali, molto di tendenza. È un amico di Marta Sala, grande signora del design milanese che riproduce pezzi storici e nuovi mobili di tendenza. È lei la prima a farmi il suo nome. «Vudafieri è l’uomo da contattare e da coinvolgere. Vedrai, non ti deluderà. Perché anche lui è un matto, che getta il cuore oltre l’ostacolo».

Vudafieri si presenta dunque di buon mattino, tra un aereo e l’altro. Curato, sguardo curioso, sorriso aperto. Insieme perlustriamo il palazzo, i saloni, le superfetazioni dei tubi in alluminio, i muri di compensato. Gli mostro la cucina, con i lavori in corso. Ascolta con attenzione, sorride al racconto della «cucina italiana è dignità». E qui dietro cosa c’è? Domanda battendo con le nocche delle dita sul tramezzo che separa la cucina dalla stanza polivalente sul retro, che a seconda del bisogno funge da aula dei professori, deposito, ripostiglio e cancelleria. Un’altra stanza. Passiamo dalla porta sul retro, ed ecco il piccolo cavedio, coperto da un tettuccio metà in amianto e metà in laminato. L’ex cortile interno è uno stanzone di venti metri quadrati, sepolto da scaffali ricolmi di fascicoli polverosi, al centro un grande tavolo rettangolare art déco e ai lati attrezzature varie, mobili per ufficio dismessi, macchinette per il caffè, articoli di cancelleria. «Qui bisognerà aprire un passaggio per collegare i due locali, ricostruire il tetto, magari con una vetrata trasparente per far entrare la luce, e ottenere due spazi, l’isola per la cucina e la sala interna per la degustazione. E poi, per prima cosa, devi procurarti un abbattitore termico».

Per gentile concessione di Marsilio editori

Marina Valensise

La cultura è come la marmellata. Promuovere il patrimonio italiano con le imprese

Marsilio 2016
144 pagine, 13 euro

 

Il libro sarà presentato
a Perugia, Umbrialibri il 12 novembre alle ore 11 con Ruggero Ranieri e Giuseppe Severini;
a Torino, Unione Industriale, il 21 novembre alle ore 15 con Luca Ubaldeschi;
a Milano, Fazioli, Via del Conservatorio, il 6 dicembre alle ore 19;
a Roma, Galleria Nazionale, il 12 dicembre alle ore 18 con il ministro Dario Franceschini, Gianluca Comin e Cristiana Collu
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